Tutti gli uomini di Robert Redford

Cinquant'anni fa usciva il film diventato un modello di racconto del giornalismo d'inchiesta, voluto e reso possibile dal suo attore protagonista

Tutti gli uomini del presidente (Ansa)
Tutti gli uomini del presidente (Ansa)
Caricamento player

Quando Tutti gli uomini del presidente uscì al cinema, il 9 aprile del 1976, riscosse un grande successo di pubblico e di critica: il critico Vincent Canby, che lo recensì per il New York Times, scrisse che prima di quel giorno «nessun film era riuscito ad avvicinarsi a una così accurata rappresentazione del giornalismo americano nella sua forma migliore». Fu candidato a otto premi Oscar e ne vinse quattro.

Oggi, dopo cinquant’anni, le cose non sono cambiate e Tutti gli uomini del presidente è considerato un modello per altri film sul giornalismo e sulla politica statunitense: Ben Affleck, per esempio, ha raccontato che per dirigere Argo si ispirò proprio alle sue sequenze e ai suoi movimenti di macchina. Quello che forse è meno noto di questo film è il ruolo determinante che ebbe Robert Redford – morto lo scorso settembre – nella sua realizzazione, e non solo in qualità di attore protagonista.

Come ha raccontato in varie interviste, nel 1972 Redford stava facendo un tour promozionale per il film Il candidato quando sentì alcuni giornalisti discutere di un tentativo di effrazione negli uffici del comitato nazionale del Partito Democratico, nel complesso del Watergate a Washington. Alcuni cominciarono a ipotizzare – come fu poi dimostrato dai giornalisti del Washington Post Carl Bernstein e Bob Woodward in una delle più grandi inchieste della storia del giornalismo statunitense – che Richard Nixon, allora presidente degli Stati Uniti e Repubblicano, potesse esserne a conoscenza.

Redford fu subito incuriosito da quella storia, anche perché, ha raccontato, nutriva una personale antipatia per Nixon, che aveva conosciuto a 13 anni, quando era stato premiato da lui dopo aver vinto un torneo di tennis a Van Nuys, in California. Il suo interesse per il caso del Watergate si acuì nell’ottobre del 1972, quando Bernstein e Woodward si trovavano in un momento di stallo della loro inchiesta. Redford lesse un articolo su di loro e si interessò al loro lavoro e alle loro storie: «Erano due ragazzi diversi, con religioni diverse, idee politiche diverse, tutto diverso. Eppure hanno dovuto lavorare insieme». Woodward era infatti protestante, di buona famiglia e Repubblicano, mentre Bernstein era ebreo e Democratico, e ai tempi portava i capelli lunghi.

Redford li contattò e chiese se poteva incontrarli. I due inizialmente rifiutarono: il caso del Watergate non aveva ancora assunto le dimensioni che avrebbe raggiunto poco dopo, e che avrebbero portato Nixon a dimettersi, e in seguito dissero che pensavano che quelle chiamate fossero una presa in giro. Nel 1972 Redford era noto soprattutto per il suo ruolo in Butch Cassidy e sarebbe diventato nel giro di poco tra i divi di Hollywood più richiesti e desiderati.

Dopo diversi tentativi i due giornalisti accettarono di incontrare Redford in un caffè di Washington. In quell’occasione lui suggerì loro di scrivere un libro che si concentrasse meno sui dettagli dell’inchiesta sul Watergate e più sul loro metodo di lavoro. Inizialmente i due esitarono ma nei mesi successivi si decisero a scrivere il libro.

Nel 1974 uscì All the President’s Men, il libro, e Redford acquistò subito i diritti per una trasposizione cinematografica (già in precedenza aveva prodotto dei film). Inizialmente non avrebbe dovuto recitarci, ma Warner Bros, che coproduceva il film, pose la sua presenza nel cast come condizione per andare avanti con la produzione. Redford scelse di interpretare Woodward e coinvolse l’attore e amico Dustin Hoffman (già molto noto per Il laureato) per il ruolo di Bernstein. Secondo il Toronto Star, anche Hoffman era stato interessato ad acquistare i diritti del film. La regia fu affidata ad Alan J. Pakula.

Redford ha raccontato che studiò a lungo per prepararsi al ruolo: seguì corsi di giornalismo ad Harvard e frequentò più volte la redazione del Washington Post, osservando da vicino il lavoro quotidiano dei giornalisti – dal modo di prendere appunti e fare telefonate fino alle riunioni, al modo di vestirsi e di usare la macchina da scrivere. «Preparare un ruolo è la parte del mio lavoro che mi piace di più. È un po’ come andare a scuola», disse Redford parlando di quell’esperienza.

– Leggi anche: Gli eccezionali anni Settanta di Robert Redford

Chiamava Bernstein e Woodward anche cinque o sei volte al giorno per assicurarsi che ogni dettaglio fosse fedele alla realtà. La sceneggiatura iniziale non convinse Woodward e Bernstein: gli sembrò un film troppo leggero che rischiava di «ridurre l’intera opera a poco più di un film sull’amicizia, patinato e compiaciuto». Il film nella sua stesura iniziale indugiava infatti molto sulla vita privata dei due protagonisti, includendo elementi che non c’entravano con l’indagine giornalistica.

Il film fu riscritto diverse volte: una delle sceneggiature fu scritta dalla celebre autrice di commedie romantiche Nora Ephron, che al tempo era moglie di Carl Bernstein: rimase inutilizzata ma da quel momento Ephron cominciò la sua carriera nel cinema. Grazie all’intervento di Woodward e Bernstein vennero tagliate tutte le parti ritenute superflue. Sebbene inizialmente scettici, i due rimasero soddisfatti del risultato finale: «Hanno fatto un lavoro di reportage spettacolare per realizzare questo film. I buoni giornalisti fanno sì che le loro fonti si fidino di loro, ed è quello che hanno fatto con noi», disse Bernstein al Time.

Quando Redford è morto, Woodward ha ricordato in un comunicato una conversazione che aveva avuto con lui in anni recenti: l’attore gli aveva raccontato di aver rivisto Tutti gli uomini del presidente nel 2021 e di essere rimasto «colpito da quanto fosse ancora pertinente, attuale, e da quanto poco sia davvero cambiato. Non abbiamo più Nixon, ma abbiamo Trump».

– Ascolta anche: Un furto di quart’ordine, il podcast di Luca Sofri sul caso Watergate