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  • Mercoledì 8 aprile 2026

La minaccia di Trump che ha superato tutti i limiti

Prospettare la morte di «un'intera civiltà», quella iraniana, ha provocato reazioni inedite che potrebbero rimanere nel tempo, nonostante il cessate il fuoco

Donald Trump durante la conferenza stampa del 6 aprile 2026  (AP Photo/Julia Demaree Nikhinson)
Donald Trump durante la conferenza stampa del 6 aprile 2026  (AP Photo/Julia Demaree Nikhinson)
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Nelle ultime settimane le minacce del presidente statunitense Donald Trump contro l’Iran sono cresciute in toni e violenza, raggiungendo livelli mai visti. Le più gravi sono state pronunciate martedì, circa dodici ore prima della scadenza dell’ultimatum che Trump aveva imposto all’Iran per accettare un accordo: aveva minacciato di colpire le infrastrutture civili iraniane e aveva prospettato la morte di «un’intera civiltà» se il regime non avesse riaperto lo stretto di Hormuz. Uccidere «un’intera civiltà» equivale a compiere un genocidio, cioè uno dei crimini più gravi riconosciuti dal diritto internazionale.

La situazione poi è rientrata, perché poco prima della scadenza dell’ultimatum Trump ha accettato una proposta di cessate il fuoco avanzata dal Pakistan. La frase sulla morte di un’intera civiltà ha provocato però reazioni forti e inedite, anche tra gli stessi alleati di Trump, e nuove ipotesi secondo cui il presidente americano avrebbe perso controllo e ragione.

Negli Stati Uniti diversi politici Democratici hanno apertamente invocato il 25° emendamento, che prevede la rimozione del presidente quando si trovi nell’impossibilità fisica o mentale di esercitare le sue funzioni. Lo deve decidere la maggioranza del suo gabinetto, e la decisione deve poi essere ratificata da due terzi del parlamento (Camera e Senato). Le possibilità di perseguire una via del genere sono nulle, ma vari esponenti di rilievo dell’opposizione ne hanno parlato in post che definivano Trump «estremamente malato» (Chuck Schumer, senatore), «un pazzo» (Jim McGovern, deputato) e «delirante» (Chris Murphy, senatore).

In un post sui social, la Democratica Alexandria Ocasio-Cortez ha invitato tutte le persone nella catena di comando di Trump a rifiutarsi di eseguire gli ordini, perché «le sue facoltà mentali stanno crollando».

La riunione di gabinetto del 26 marzo 2026 (AP Photo/Alex Brandon)

Il 25° emendamento era peraltro stato citato proprio da Trump il 26 marzo, rispondendo ironicamente alla domanda di un giornalista sulle possibilità di un’operazione per recuperare l’uranio arricchito dell’Iran: «Non posso dire quello che faremo, perché se lo facessi non resterei al mio posto a lungo. Applicherebbero il 25° emendamento».

Martedì anche alcuni Repubblicani e collaboratori diretti hanno preso parziali distanze. Molti hanno sostenuto che la frase di Trump facesse parte di una tattica negoziale, per quanto esasperata, mentre il vicepresidente J.D. Vance nel pomeriggio ha sottolineato che mancavano ancora molte ore alla scadenza e che ci sarebbero state «molte trattative».

Le critiche sono arrivate anche da destra, cioè da alcuni esponenti della componente più radicale del partito Repubblicano, quella MAGA (Make America Great Again). Marjorie Taylor Greene ha dato le dimissioni dalla Camera a gennaio e da fedele alleata è diventata una delle critiche più rumorose: ha definito la minaccia «il male e la follia». L’ex conduttore di Fox News Tucker Carlson aveva già criticato a Pasqua un altro post di minacce di Trump, quello con parolacce e insulti: «Ripugnante sotto ogni punto di vista».

Donald e Melania Trump con il Coniglio pasquale sul balcone della Casa Bianca, il 6 aprile 2026 (Brendan Smialowski/Pool via AP)

A livello internazionale le critiche sono state numerose: papa Leone XIV ha definito la minaccia «davvero inaccettabile», ma anche Giorgia Meloni, sempre attenta a non intaccare i buoni rapporti con l’amministrazione statunitense, è stata moderatamente critica, dicendo che la «popolazione civile non può e non deve pagare per le colpe dei suoi leader».

Alcuni media internazionali, fra cui il Wall Street Journal e il New York Times, hanno poi ricostruito le ore successive alla minaccia. Diversi funzionari governativi, che hanno voluto rimanere anonimi, hanno raccontato di aver dovuto rispondere a molte telefonate preoccupate non solo di diplomatici di altri paesi, ma anche di operatori finanziari e capi di aziende tecnologiche che temevano gli effetti a lungo termine di una guerra prolungata e ancora più distruttiva.

Non è al momento ipotizzabile quanto le ripercussioni di questo episodio condizioneranno Trump in futuro. Le regole che valgono per gli altri politici non hanno mai funzionato con lui. Da quando è entrato in politica ha fatto dell’assenza di coerenza una risorsa, più che una debolezza, e provocazioni, minacce e dichiarazioni sopra le righe sono state caratteristiche fondamentali della sua azione politica: il limite è sempre stato spostato un po’ oltre.

Alcuni sostengono però che questa retorica così violenta danneggi non solo la sua credibilità come negoziatore, ma anche l’immagine complessiva degli Stati Uniti, destinati a non essere più considerati una potenza stabilizzatrice, ma un agente di turbamento dell’ordine mondiale e delle regole condivise.

Richard Stengel, ex membro dell’amministrazione di Barack Obama, ha scritto sul Guardian, parlando degli Stati Uniti: «È la nostra cultura e la nostra popolarità, piuttosto che la nostra potenza militare, a permetterci di influenzare le altre nazioni». Dice di ritenere che a causa di Trump e di questa guerra la popolarità degli Stati Uniti diminuirà ai livelli più bassi dell’ultimo secolo, e «potrebbe non risalire mai nemmeno fino a un livello medio», rendendo così gli Stati Uniti più deboli.