MPS ha licenziato il suo manager principale, Luigi Lovaglio
È una storia lunga in cui c'entrano il "risiko bancario” e un'inchiesta della procura di Milano

Martedì il consiglio di amministrazione di Monte dei Paschi di Siena (MPS) ha licenziato per giusta causa il direttore generale della banca, Luigi Lovaglio. La decisione è stata presa dopo che lo scorso 25 marzo il cda gli aveva già revocato l’incarico di amministratore delegato, e lo aveva sospeso da direttore generale. Ora la banca ha chiuso del tutto il rapporto di lavoro.
È una decisione drastica che fino a qualche mese fa sarebbe apparsa assurda: MPS ha licenziato il manager che in questi anni ha risanato i suoi conti dopo oltre un decennio di crisi, e che soprattutto ha guidato la clamorosa operazione che ha portato all’acquisto di Mediobanca, la più prestigiosa banca d’investimento italiana. Ma nel frattempo molte cose sono cambiate, anche per via dell’intreccio di interessi che esistono tra il governo italiano e due potenti famiglie di imprenditori: i Del Vecchio, quelli di EssilorLuxottica, l’azienda di occhiali; e i Caltagirone, costruttori ed editori di giornali.
Per capire come siamo arrivati a questo punto è necessario un breve riassunto delle puntate precedenti (la versione estesa invece è qui). Fino al 2024 il primo azionista di MPS era lo Stato italiano, che l’aveva salvata dal fallimento e rilevata. Su sollecitazione delle autorità europee doveva però vendere la sua quota e fare tornare la banca privata. Dalla fine del 2023 il governo di Giorgia Meloni iniziò a vendere gradualmente tranche della sua partecipazione e a novembre del 2024 vendette un pacchetto a Delfin, la holding dei Del Vecchio, e a Caltagirone. Questi diventarono, dopo il governo, il secondo e il terzo azionista di MPS.
È una lettura condivisa che ai Del Vecchio e ai Caltagirone non interessasse MPS di per sé, ma quello che MPS avrebbe potuto fare per i loro interessi: comprare Mediobanca, a sua volta prima azionista della grande e prestigiosa compagnia assicurativa Generali, che loro puntavano a controllare da anni senza riuscirci. Su loro spinta, e con la collaborazione del governo, MPS ha quindi avviato l’operazione di acquisto di Mediobanca, riuscita lo scorso settembre. In questa operazione un ruolo ce lo ha avuto anche Lovaglio, che è un banchiere di grande esperienza e amministratore delegato di MPS dal 2022.
Nessuno di loro ha mai ammesso pubblicamente che questo fosse il disegno, ma si sono sempre limitati a dire che l’acquisto di Mediobanca aveva ragioni puramente economiche e industriali (cosa su cui gran parte degli esperti è sempre stata scettica, dato che MPS e Mediobanca sono due banche molto diverse e non proprio compatibili). Non lo hanno mai ammesso anche perché un disegno di questo tipo non sarebbe consentito dalla normativa italiana, che punta a limitare il coordinamento tra azionisti e tra azionisti e manager in caso di complessi schemi di partecipazioni reciproche in società quotate (i Del Vecchio e i Caltagirone sono entrambi azionisti di MPS, Mediobanca, Generali e diverse altre banche italiane).
Dopo qualche mese dalla chiusura dell’operazione, la procura di Milano ha aperto un’indagine sulla modalità con cui MPS ha comprato Mediobanca, sostenendo che sia avvenuta in coordinamento tra i Caltagirone, Delfin e MPS. I reati ipotizzati sono l’aggiotaggio, cioè la diffusione di notizie false per influenzare il prezzo dei titoli quotati, e l’ostacolo alle autorità di vigilanza. Il governo finora non è stato coinvolto in questa inchiesta, ma solo in un filone laterale in cui è indagato il delegato del governo nel cda di MPS per insider trading, cioè per aver guadagnato in borsa sfruttando le informazioni riservate sull’acquisizione. L’inchiesta ha comunque creato una certa agitazione nel governo.
Nell’indagine sono indagati Francesco Gaetano Caltagirone, Francesco Milleri – presidente di EssilorLuxottica e del gruppo Delfin – e lo stesso Lovaglio. L’indagine è ancora in corso e non ha avuto finora esiti, ma la sua sola esistenza ha compromesso le probabilità di Lovaglio di rimanere a capo di MPS, che nel frattempo doveva rinnovare la sua dirigenza. L’allontanamento di Lovaglio è un modo per tentare di dimostrare che non c’è stato «concerto» tra le parti. Ma non è stato solo questo a fargli perdere il posto.
– Leggi anche: La complicata indagine sull’acquisto di Mediobanca da parte di MPS, spiegata
Lovaglio aveva perso l’appoggio dei soci più importanti, soprattutto di Caltagirone, che non avrebbe gradito le sue intenzioni di consolidare l’acquisizione di Mediobanca e di fare quelle che in gergo vengono chiamate «sinergie»: si uniscono le divisioni e le strutture, si comincia a cooperare e a condividere i flussi di lavoro, e talvolta si procede alla chiusura e al licenziamento di ruoli doppi. Ma per Caltagirone tutto questo non serviva, dato che l’obiettivo doveva essere il controllo di Generali (per lui, non tanto per MPS).
Così a inizio marzo Lovaglio era stato escluso dall’elenco dei possibili candidati a ruoli dirigenziali che il cda presenterà alla prossima assemblea degli azionisti della banca, il 15 aprile. Il consiglio di amministrazione è l’organo di manager che fanno gli interessi degli azionisti, dunque l’assenza del suo nome era quantomeno indicativa del fatto che nessuno gli voleva rinnovare l’incarico. Poi è successo altro.
Il suo nome è spuntato come candidato di una lista alternativa presentata da un azionista di minoranza, Plt Holding, che ha l’1,2 per cento delle azioni di MPS. Lovaglio non aveva detto niente al cda, dunque la mossa è stata letta come in aperto contrasto con la volontà dell’organo dirigenziale. Lui era ancora amministratore delegato, e il cda in quel momento decise di ritirargli le deleghe, come si dice in gergo: cioè di togliergli il ruolo di manager delegato dagli azionisti a guidare la banca. Il cda decise anche la sospensione dall’incarico di direttore generale, pur lasciandolo dipendente della banca.
Con la decisione di martedì sera il cda ha fatto un passo ulteriore, e ha interrotto del tutto il rapporto di lavoro per giusta causa. La giusta causa è una ragione prevista dalla legge con cui si può licenziare legittimamente un dipendente: solitamente è una decisione che arriva dopo richiami formali ed errori. Secondo le ricostruzioni dei giornali, in questo caso la decisione è stata presa dopo aver mandato a Lovaglio una lettera di richiamo per non aver comunicato coi tempi giusti l’adesione a una lista concorrente per la nomina di amministratore delegato.
Avverrà in questo clima la votazione dei soci – prevista il 15 aprile – per la scelta del nuovo manager che dovrà guidare la banca. Il candidato principale del cda, nonché molto gradito a Caltagirone, è Fabrizio Palermo, manager esperto: ora è amministratore delegato della società energetica Acea e in passato lo è stato di Cassa Depositi e Prestiti, società che fa investimenti per conto dello Stato e controllata al 100 per cento dal ministero dell’Economia. Il problema è che la Banca Centrale Europea, in qualità di responsabile ultima della vigilanza delle banche dell’Eurozona, ha già espresso alcune riserve sul suo nome, sostenendo che abbia scarsa esperienza nello specifico settore bancario.
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