Nemmeno Bully è il disco del grande ritorno di Kanye West
Dopo essere caduto in disgrazia con innumerevoli buffonate e bestialità e diversi album scadenti ha provato a rilanciarsi, ma non sta funzionando

Dall’ultimo disco considerato a grande maggioranza un grande disco del rapper statunitense Kanye West sono passati dieci anni. Era The Life of Pablo e da allora ce ne sono stati altri sei, quasi tutti stroncati categoricamente dalla critica e dal pubblico che non acclama West a prescindere. E da allora c’è stata soprattutto la plateale caduta in disgrazia di West, che ancora meno di un anno fa pubblicava canzoni fatte con l’AI esplicitamente antisemite, che contenevano campionamenti a veri discorsi di Adolf Hitler e diffuse apologie di nazismo.
La settimana scorsa West ha pubblicato un nuovo disco, Bully, il suo dodicesimo album in studio e quello con cui ha cercato più esplicitamente di ripulire la sua immagine e recuperare la credibilità che aveva fino a un decennio fa, quando veniva stabilmente considerato tra i più influenti e creativi musicisti al mondo. Un tentativo che sembra fallito.
La pubblicazione di Bully era stata anticipata da una serie di iniziative con cui West (che si fa chiamare oggi “Ye”) aveva provato a mostrare un sincero pentimento per le insistenti dichiarazioni razziste, xenofobe, sessiste e complottiste degli ultimi anni, che hanno fatto passare in secondo piano qualsiasi discussione sulla sua musica e lo hanno reso un personaggio perlopiù disprezzato ed emarginato nello show business.
A gennaio aveva comprato un’intera pagina pubblicitaria sul Wall Street Journal, uno dei più importanti quotidiani al mondo, per scusarsi dei suoi attacchi contro gli ebrei e la comunità afroamericana (di cui peraltro lui stesso fa parte). West si era detto «profondamente mortificato» e aveva attribuito i suoi comportamenti a una diagnosi tardiva di disturbo bipolare. E aveva aggiunto che farmaci, esercizio fisico e un lungo percorso di psicoterapia lo avevano convinto a concentrarsi unicamente «sulla creazione di arte positiva e significativa», anticipando la data di uscita di Bully.
I tentativi di redenzione di West, comunque, vanno presi con le dovute cautele, visto che negli scorsi anni si sono conclusi sempre molto male. Per esempio, nel dicembre del 2023 aveva pubblicato su Instagram un messaggio scritto in ebraico per scusarsi delle sue uscite antisemite, ma poche settimane dopo si era fatto vedere con una t-shirt di Varg Vikernes, il musicista black metal norvegese noto per il suo progetto Burzum e fervente neonazista. E solo qualche mese fa aveva messo in vendita sulla piattaforma Shopify una serie di magliette con la svastica.
Dal punto di vista musicale, la maggior parte delle canzoni di Bully ricorda i primi dischi di West. Ci sono molti degli approcci che lo avevano reso famoso nella prima metà degli anni Duemila, in particolare un lavoro di ricerca e interpolazione di vecchie canzoni soul e funk molto accurato. E anche la scrittura sembra più ispirata: i testi sono un po’ più profondi e un po’ meno deliranti rispetto a quelli dei dischi più recenti di West, come Donda e i due Vultures, realizzati in collaborazione con il cantante Ty Dolla Sign.
Per recuperare parte del pubblico perso negli ultimi anni, West ha inserito nel disco featuring molto mirati, tra cui quelli con Travis Scott, rapper popolarissimo tra gli ascoltatori più giovani, e Peso Pluma, uno dei più famosi cantanti messicani, ideale per intercettare il pubblico latinoamericano.
Kieran Press-Reynolds di Pitchfork ha scritto che Bully è indubbiamente il miglior disco di West degli ultimi anni, anche perché per riuscirci bastava poco. Non ci sono riferimenti a Hitler e agli «ebrei inaffidabili», e neppure pesanti invettive contro la sua ex moglie, Kim Kardashian. I campionamenti sono «di altissima qualità» e le parti rappate molto ispirate, secondo Press-Reynolds, che però ha giudicato Bully più che altro un esercizio d’imitazione con cui West vorrebbe provare a riproporre la sua vecchia musica, e «tutto ciò che rimane alla fine dell’ascolto è una dose a buon mercato di Kanye retrò: una copia del classico».
Per Jeff Ihaza di Rolling Stone, il nuovo album di West ha «melodie nitide e perfette per gli stadi» e «ritornelli raffinati», ma poca sostanza. «[West] ha assicurato di non aver usato l’intelligenza artificiale, ma alla fine il risultato è lo stesso: qualcosa che imita la grandezza, piuttosto che crearla», ha scritto invece Peter A. Berry di Complex.
Anthony Fantano, famosissimo youtuber americano che recensisce le nuove uscite pop, rock e hip hop in un modo spassoso e talvolta provocatorio, e che negli ultimi anni ha più che altro massacrato le nuove uscite di West, ha detto che Bully non sfiora neppure i livelli dei suoi album migliori, ma che «pur essendo piuttosto mediocre, potrebbe essere l’inizio di una direzione artistica più positiva».
L’ha descritto comunque come un’operazione furba e nostalgica: «Quasi ogni canzone di questo album, in un modo o nell’altro, dice essenzialmente: “Ehi, vi ricordate di me? Sono Kanye! Vi ricordate tutti quei suoni che facevo? Quelli che amavate? Vi ricordate che sono egocentrico, ma in fin dei conti divertente? E che amo mia madre? E che mi piacciono le donne bianche? Sono io! Sono Kanye!”».
Con Bully, West sta provando a riposizionarsi non soltanto come musicista e produttore, ma anche come performer. Dal 2016, dopo il tour di The Life of Pablo, West aveva interrotto bruscamente la sua attività dal vivo, diradando moltissimo le sue apparizioni pubbliche e promuovendo i suoi dischi attraverso formati diversi dai concerti in senso stretto, come esempio i cosiddetti listening party (cioè ascolti collettivi dell’album).
Per Bully invece ha organizzato un vero e proprio tour, con 9 date tra Stati Uniti, Asia e Europa (dopo vent’anni West tornerà a suonare anche in Italia: a Reggio Emilia, il 18 luglio). Il tour è iniziato con due concerti al SoFi Stadium di Los Angeles, il 1° e il 3 aprile. Sono stati molto commentati da quotidiani e riviste specializzate americane, anche perché West non faceva un vero concerto negli Stati Uniti da cinque anni.
Per l’occasione, West ha organizzato una scenografia molto imponente. Ha suonato su una gigantesca mezza sfera, che veniva illuminata di volta in volta per ricordare la superficie della Luna o quella della Terra. E ha inserito in scaletta molte canzoni tratte dai suoi album più apprezzati, soprattutto Yeezus. Chi li ha visti però li ha trovati un po’ sottotono. West è apparso molto ingessato nelle movenze, ha dimenticato i testi di molte canzoni e ha litigato platealmente e insistentemente con i tecnici perché non gli piacevano le luci.
Per West recuperare la credibilità perduta non sarà facile anche se dovesse ricominciare a fare musica ai livelli a cui aveva abituato fino a dieci anni fa. Le sue buffonate e le sue dichiarazioni false, sconvenienti, offensive e problematiche per mille motivi sono diventate un genere letterario, tanto da avere una propria, lunghissima pagina Wikipedia in inglese.
Con dischi come The College Dropout, Yeezus, The Life of Pablo e soprattutto My Beautiful Dark Twisted Fantasy, tra il 2004 e il 2016 West si era affermato come rapper formidabile e produttore di enorme talento, contribuendo a rendere l’hip hop un fenomeno globale. Nonostante le dichiarazioni controverse non fossero per lui una novità, più o meno a partire dalla campagna elettorale statunitense del 2016 cominciò a dire cose sempre più compromettenti e assurde: che la schiavitù degli afroamericani fu «una scelta» o che Bill Cosby era innocente rispetto alle accuse di stupro, per esempio. In questo modo si alienò progressivamente una gran parte dei suoi fan spostandosi drasticamente a destra, a partire dal sostegno a Donald Trump.
A partire dal 2022 West diventò sempre più manifestamente antisemita: arrivò a dire che amava «un sacco di cose» di Adolf Hitler, negò l’Olocausto, si identificò come nazista e sostenne che fosse colpa dei «media ebraici» se la gente oggi pensa che il nazismo non abbia portato niente di buono al mondo. Per questi motivi fu escluso dalla maggior parte dei contesti sociali e mondani, e le più importanti aziende interruppero i rapporti commerciali con lui: a partire da Adidas, che aveva con lui un imponente e fruttuoso accordo economico, la cui rinuncia ha comportato molti problemi all’azienda sportiva tedesca.
Emmanuel Morgan del New York Times ha scritto che Bully è l’inizio di un progetto di rebranding, dato che riabilitarsi agli occhi del pubblico è fondamentale anche per far ripartire i suoi affari.
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