Cosa c’è dietro il divieto di atterrare a Sigonella imposto dall’Italia agli Stati Uniti
Principalmente un ragionamento politico che ha a che fare, ovviamente, con il rapporto tra Giorgia Meloni e Donald Trump

La decisione dell’Italia di negare agli Stati Uniti l’uso della base militare di Sigonella per far atterrare e poi ripartire due aerei militari americani verso il Medio Oriente ha suscitato molto clamore e paragoni un po’ arditi con un episodio avvenuto nel 1985, quando al governo c’era Bettino Craxi. Le due situazioni hanno in realtà poco a che fare l’una con l’altra, e quella attuale si spiega soprattutto con un ragionamento politico, che ha al centro l’ormai complicato rapporto tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e Donald Trump.
Negli ultimi tempi Meloni, che a lungo ha rivendicato un ruolo come interlocutrice privilegiata di Trump, sta infatti cercando di prendere le distanze dal presidente statunitense. Lo sta facendo per questioni interne, legate alla politica italiana, ma soprattutto perché da qualche mese la vicinanza a Trump ha iniziato a metterla in difficoltà con gli altri leader europei e con il Vaticano.
Sebbene il ministro della Difesa Guido Crosetto abbia giustificato la decisione di negare l’accesso alla base siciliana di Sigonella con motivi tecnici e legati ai tempi, la scelta del governo di dare grande rilievo pubblico alla notizia va letta essenzialmente in chiave politica e diplomatica: e cioè come un tentativo di riavvicinarsi ad alcuni alleati storici con cui il governo italiano non può permettersi attriti in questo periodo di grande instabilità.
Il tutto, comunque, senza creare rotture nemmeno con gli Stati Uniti, cosa che il governo e Crosetto si erano affrettati a ribadire martedì, specificando che l’uso delle basi militari continuava a essere regolato da accordi internazionali preesistenti e negando ogni forma di ostilità da parte dell’Italia, dal momento che le basi erano comunque attive.
I tentativi di Meloni di prendere le distanze da Trump si erano d’altronde già visti in varie occasioni negli ultimi mesi. Da quando Stati Uniti e Israele hanno iniziato la guerra contro l’Iran, poi estesa a tutto il Medio Oriente, Meloni si è esposta via via sempre meno sull’operato statunitense, dopo aver detto inizialmente che non condivideva né condannava l’attacco. Mancavano tre settimane al referendum sulla riforma della magistratura, che si è tenuto il 22 e il 23 marzo e che il governo ha perso, e Meloni voleva evitare che i suoi rapporti notoriamente buoni con Trump potessero influenzare negativamente l’esito del voto, visto il generale giudizio negativo degli italiani sul presidente statunitense.
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Ma negli ultimi tempi le posizioni a lungo ambigue di Meloni rispetto alle operazioni internazionali dell’amministrazione statunitense avevano iniziato a diventare un problema soprattutto per il rapporto con gli altri paesi.
Le occasioni di attrito erano state varie: era successo per esempio a inizio anno, quando Meloni aveva giustificato l’operazione militare statunitense in Venezuela dicendo che il governo italiano considerava «legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico». Nessun leader dei paesi fondatori dell’Unione Europea si era espresso in modo simile, e molti anzi avevano cercato di prendere le distanze dagli Stati Uniti.
In quelle settimane c’era stato un altro motivo di dissidio, ovvero quando il governo italiano aveva rinunciato a inviare subito delle proprie truppe in Groenlandia in risposta a un’iniziativa coordinata dalla Danimarca. A quella mobilitazione, che aveva come obiettivo quello di mandare un messaggio contro le mire espansionistiche sul territorio da parte di Trump, avevano invece aderito diversi paesi europei.
In seguito Meloni aveva cercato di aggiustare il tiro firmando una dichiarazione congiunta con gli altri leader per dissuadere eventuali iniziative ostili di Trump in Groenlandia. Aveva anche ribadito la sua convinzione che Trump non avesse intenzione di invadere militarmente la Groenlandia, e aveva anzi sostenuto che Trump volesse più che altro mandare un messaggio di fermezza a Russia e Cina, rivali degli Stati Uniti nell’Artico. Quando poi Trump aveva annunciato nuovi dazi commerciali nei confronti dei paesi europei che avevano mandato soldati sull’isola, anche Meloni aveva giudicato sbagliata quell’ennesima minaccia.
Il suo atteggiamento ondivago aveva però generato una certa insofferenza in molti leader europei. Questa insofferenza si è vista chiaramente la scorsa settimana durante l’incontro dei ministri degli Esteri in Francia per il G7, quando Antonio Tajani è stato escluso da alcuni colloqui riservati con i suoi omologhi francesi, britannici e tedeschi.
Alle obiezioni di Tajani, secondo quando ricostruito dal Post, gli è stato fatto notare che quel dialogo era stato inaugurato dai leader dei tre paesi a febbraio, durante la Conferenza sulla sicurezza a Monaco, in Germania. Per il presidente francese Emmanuel Macron e per il cancelliere tedesco Friedrich Merz, quella conferenza doveva rappresentare una presa di posizione netta dell’Europa contro l’arroganza di Trump. In quell’occasione proprio Merz aveva tenuto un discorso dai toni molto duri per criticare Trump. A Monaco Giorgia Meloni non c’era, perché era andata in Etiopia per il secondo vertice Italia-Africa.
In aggiunta ci sono i rapporti da preservare con il Vaticano, che negli ultimi mesi ha fatto capire in vari modi di pensarla diversamente dal governo italiano su molte questioni di politica estera, comprese le decisioni di Donald Trump sulla guerra in Medio Oriente.
Mentre l’Italia stava ancora tenendo una posizione assai cauta sull’attacco statunitense e israeliano, il segretario di Stato Pietro Parolin si era già detto molto preoccupato dall’uso della forza militare come arma preventiva, e papa Leone XIV aveva invocato una soluzione diplomatica al conflitto. Il Vaticano aveva peraltro da subito indicato l’attacco unilaterale di Stati Uniti e Israele come una violazione del diritto internazionale, cosa che Tajani e Crosetto avevano riconosciuto in parlamento solo alcuni giorni dopo.
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C’è un altro indizio che suggerisce che la decisione del governo italiano su Sigonella possa essere interpretata come un tentativo di avvicinamento alle posizioni di altri paesi europei, e di allontanamento dagli Stati Uniti.
Martedì, cioè il giorno in cui è stata resa nota con una certa enfasi la vicenda di Sigonella, la Francia ha negato a Israele di utilizzare lo spazio aereo francese per trasportare armi americane destinate a colpire l’Iran. Il giorno prima Crosetto aveva telefonato alla sua omologa francese, Catherine Vautrin, e i due avevano parlato degli attacchi israeliani nel sud del Libano dopo che la polizia israeliana aveva impedito al cardinale Pierbattista Pizzaballa di raggiungere la basilica del Santo Sepolcro, nella Città Vecchia di Gerusalemme, e di celebrare la tradizionale messa per la domenica delle Palme, una festa della tradizione cristiana.
Peraltro nel frattempo, come raccontato da molti giornali, gli Stati Uniti non hanno smesso di usare le basi militari in Italia, come succede sempre quando gli Stati Uniti sono impegnati in operazioni militari nell’area che va dal Nord Africa al golfo Persico, passando per il Medio Oriente.
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