Quella a Islamabad è la missione più complicata che Donald Trump abbia assegnato al vicepresidente da quando è in carica, e forse tra le più complicate nella storia dei vicepresidenti degli Stati Uniti, che pure si trovano spesso in posizioni difficoltose per la natura del ruolo. Alcuni hanno paragonato questa missione al Super Bowl (la finale del campionato statunitense di football americano che è uno degli eventi più seguiti dell’anno).
Intanto, per la portata storica: Stati Uniti non tenevano un incontro di così alto livello con l’Iran dai tempi della rivoluzione, nel 1979.
Poi Vance si trova a guidare i negoziati tra parti che hanno posizioni molto distanti tra loro, e che nelle ultime settimane (anche dopo il raggiungimento del cessate il fuoco) non hanno mai davvero abbandonato le loro posizioni belligeranti o mostrato di voler scendere a compromessi. Vance stesso si è mostrato un po’ scettico sul possibile esito.
Oltre a quella iraniana e statunitense, Vance dovrebbe riuscire a conciliare anche la posizione del principale alleato degli Stati Uniti, Israele, che ha già detto e dimostrato di non voler cedere su una delle richieste principali del regime, ossia la fine dei bombardamenti sul Libano. Posizione che peraltro è fortemente contraria a quella degli altri alleati statunitensi, cioè gli europei.

JD Vance prima di partire per il Pakistan, 10 aprile 2026 (AP Photo/Jacquelyn Martin, pool)
In tutto questo, Vance deve anche riuscire a non alienare completamente la base elettorale MAGA, cioè quella parte della destra trumpiana a cui è più vicino, e che è scettica o contraria alla guerra. Questo è reso complicato dal fatto che lui stesso si è sempre detto contrario agli interventi militari all’estero, e nell’amministrazione era il più dubbioso su questa guerra.
Ora che è diventato il volto dei negoziati sarà più difficile in futuro distanziarsi dalle politiche dell’amministrazione Trump, cosa che potrebbe influire su una sua eventuale candidatura alle presidenziali del 2028.
Vance si trova infine a rappresentare un presidente le cui posizioni sono estremamente volubili, che ha cambiato varie volte obiettivi e fatto marcia indietro sui propri ultimatum. Se i negoziati dovessero fallire, rischierebbe di doversi prendere il grosso delle responsabilità.
Lo ha detto lo stesso Trump durante un pranzo in occasione della Pasqua alla Casa Bianca: «Se non succede», riferendosi al raggiungimento dell’accordo, «incolperò Vance. Se succede, me ne prenderò il merito».