La guerra sta avendo conseguenze anche sull’agricoltura italiana
Sono raddoppiati i prezzi dei fertilizzanti azotati da cui dipendono le coltivazioni di cereali, soprattutto grano e mais
di Francesco Gaeta

Tra gli effetti della guerra in Iran ce n’è uno che incide profondamente sulla vita degli agricoltori italiani: il forte aumento dei prezzi dei fertilizzanti, iniziato circa un mese fa. Sono rincarati soprattutto i concimi a base di azoto, elemento essenziale per le coltivazioni, e in particolare quello più usato ed efficace, cioè l’urea: la sua quotazione sui mercati internazionali è passata da 400 dollari a tonnellata nel periodo precedente all’inizio del conflitto a quasi 800. L’urea è una sostanza che deriva dall’ammoniaca, che a sua volta si ottiene dal metano. La minore disponibilità di gas nei paesi arabi coinvolti nella guerra sta riducendo proprio la produzione dell’urea, che è concentrata soprattutto in Qatar e vale all’incirca 69 miliardi di dollari all’anno.
Nell’agricoltura italiana ne risentono le coltivazioni di cereali, grano e mais soprattutto, per le quali questa è una fase dell’anno critica. I mesi di marzo e aprile sono quelli in cui il grano ha più bisogno della concimazione azotata in vista del raccolto: se gli agricoltori riducono le dosi per contenere i costi, l’effetto più probabile è una minore resa finale.
Sul mais il problema è ancora più marcato, perché siamo a ridosso della semina, operazione che richiede un impiego cospicuo di urea. Visto l’aumento dei prezzi, molti coltivatori stanno addirittura valutando di rinunciare a coltivarlo.
Secondo Assofertilizzanti, l’organizzazione che raggruppa i produttori di concimi italiani, oggi per coprire i costi di acquisto di una tonnellata di urea sono necessarie circa 3,4 tonnellate di mais, il doppio di quanto serviva nel 2025. Diego Tomassone, direttore commerciale della Huber AgroSolutions, un’azienda italiana di concimi, spiega che in queste settimane «molti agricoltori stanno pensando a colture alternative meno esigenti in azoto, come la soia». Aggiunge però che «non sarà facile cambiare all’ultimo momento, perché il seme di soia non è disponibile se non lo si è prenotato in anticipo».
L’incertezza sui prezzi sta condizionando anche i distributori, quelli che nella filiera comprano i fertilizzanti dalle imprese produttrici o dagli importatori e poi vendono agli agricoltori. È il parere di Francesco Caterini, capo di Yara Italia, una delle principali multinazionali del settore. La sua azienda ha impianti a Ravenna e Ferrara e fornisce circa la metà dell’urea usata in Italia.
Caterini sostiene che i grossisti stiano «centellinando gli acquisti in attesa di capire come evolveranno le quotazioni», memori di quanto successe con la guerra in Ucraina: «All’inizio del conflitto, con prezzi in crescita, avevano fatto scorta, poi le quotazioni sono calate e i magazzini hanno perso valore». Secondo Caterini questa incertezza su prezzi e disponibilità sta rendendo difficile programmare le coltivazioni dei prossimi mesi.
È difficile dire di quanto si ridurrà il raccolto dei cereali per via del minore uso di fertilizzanti azotati. Assofertilizzanti calcola che senza alcun impiego di urea le rese del mais calerebbero del 36 per cento, quelle di frumento di una quota tra il 17 e il 25 per cento, quelle di riso addirittura del 63 per cento. Per il momento comunque non esiste un problema di disponibilità, l’Italia utilizza 3,6 milioni di tonnellate di fertilizzanti all’anno e ne importa poco più di due terzi. La quota che arriva dal Qatar e dagli altri paesi del Golfo è minoritaria rispetto a quella proveniente da altri paesi, soprattutto da Egitto, Algeria e Marocco. L’effetto della guerra sul settore è dunque indiretto e riguarda essenzialmente i prezzi.
In ogni caso, non tutti i fertilizzanti usati in agricoltura sono azotati come l’urea. Ci sono quelli fosfatici e potassici, che servono rispettivamente a sostenere lo sviluppo della pianta, la fioritura e l’allegagione, cioè la fase in cui il fiore si trasforma in frutto. E poi ci sono i fertilizzanti composti, tra cui i cosiddetti NPK, che combinano azoto, fosforo e potassio in proporzioni diverse (N, P e K sono i simboli di questi tre elementi).
Gli NPK vengono dosati in modo variabile a seconda della fase della pianta: più azoto nelle fasi iniziali di crescita, più fosforo e potassio quando si passa a fioritura, allegagione e ingrossamento del frutto. Anche il prezzo di questi concimi sta aumentando, sebbene in misura meno evidente. Gli aumenti sono in media tra il 10 e il 20 per cento, perché risentono del maggiore costo dell’energia necessaria alla loro produzione.
Un’alternativa ai concimi azotati sarebbero i fertilizzanti di origine organica, di origine animale o vegetale, e quelli che combinano sostanza organica ed elementi minerali. In Italia hanno un peso non marginale e negli ultimi anni sono aumentati, anche perché migliorano la struttura del suolo e rilasciano i nutrienti in modo più graduale. Non possono però sostituire rapidamente i concimi come l’urea, soprattutto nelle colture che hanno bisogno di un apporto immediato e concentrato di azoto.
L’azoto contenuto nei fertilizzanti organici, infatti, diventa disponibile più lentamente, e per ridurre davvero la quota di concimi chimici serve una pianificazione di anni, non una correzione fatta all’ultimo momento sotto la pressione dei prezzi.
Per questo anche chi produce concimi organici mette in guardia da soluzioni semplici: Giorgio Cappellari, presidente di un’azienda specializzata in concimi organici, la Fomet, dice che «l’urea per certe colture è insostituibile» e che le alternative esistono, ma hanno un costo maggiore e una resa minore. In altre parole, il rincaro dell’urea può spingere alcune aziende agricole a usare più organici, ma non permette di riorganizzare in poche settimane un sistema produttivo costruito su equilibri agronomici ed economici consolidati.
La produzione di fertilizzanti richiede grandi quantità di energia e per questo è particolarmente esposta sia al prezzo del gas sia ai costi regolatori europei. Per ridurre questi costi le aziende italiane del settore hanno chiesto al governo di sospendere temporaneamente l’ETS (Emissions Trading System), cioè il sistema con cui l’Unione Europea cerca di limitare le emissioni di gas serra delle industrie. Servirebbe, dicono, a compensare almeno in parte la pressione sul prezzo delle materie prime e a evitare che gli impianti europei di fertilizzanti risultino ancora meno competitivi rispetto ai concorrenti extraeuropei.



