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  • Mercoledì 1 aprile 2026

Gli allenatori passano, Gabriele Gravina resta

Per ora, almeno: chi è e cosa ha fatto fin qui il capo del calcio italiano, eletto dal 2018 con percentuali larghissime

Gabriele Gravina nel 2023 (Claudio Villa/Getty Images )
Gabriele Gravina nel 2023 (Claudio Villa/Getty Images )

Dopo la più recente delle ormai quadriennali sconfitte della Nazionale maschile di calcio agli spareggi per andare ai Mondiali, e la conseguente quadriennale analisi della sconfitta, si sta notando una certa indulgenza verso Gennaro Gattuso, l’attuale allenatore, presentato come qualcuno da ringraziare per essersi preso nel 2025 un incarico difficile e rischioso: uno che ci ha provato e che non ci è riuscito. Sono assai meno clementi i giudizi e le critiche rivolte a Gabriele Gravina, il presidente della FIGC o Federcalcio, l’ente che governa il calcio in Italia.

Gravina ha 72 anni ed è presidente della FIGC dal 2018. In questi sette anni la Nazionale maschile, la più visibile, nota e vincente del calcio italiano, non è stata quasi mai all’altezza delle aspettative, mancando per due volte la qualificazione ai Mondiali e cambiando tre volte allenatore. L’unico successo furono gli Europei vinti nel 2021, che oggi appaiono sempre più come un’eccezione frutto di un momento fortunato e non di una crescita strutturale del calcio italiano.

Dopo la sconfitta dell’Italia contro la Bosnia Erzegovina, Gravina si è fatto notare – e criticare – soprattutto per aver provato a dire che il calcio italiano fa più fatica a essere competitivo perché è uno sport professionistico, a differenza di altri che sono dilettantistici e che quindi, a suo modo di vedere, sarebbero per questo avvantaggiati dal poter essere governati più facilmente. È una frase che ha generato ulteriori discussioni venendo contestata nel merito ma anche nell’opportunità: è stata pronunciata quando molti si aspettavano invece da Gravina un’assunzione di responsabilità.

Gravina non si è dimesso, almeno per ora, ma in molti vorrebbero lo facesse: non solo fra i tifosi e nella stampa («In un Paese normale, un uomo normale si dimetterebbe», ha scritto Fabrizio Roncone sul Corriere della Sera) ma anche al governo. Andrea Abodi, ministro dello Sport, dopo la nuova eliminazione ha detto: «È evidente a tutti che il calcio italiano va rifondato e che questo processo debba ripartire da un rinnovamento dei vertici della FIGC».

Già alcuni mesi fa Gravina aveva messo le mani avanti, sostenendo che non si sarebbe sentito costretto a dimettersi in caso di una nuova mancata qualificazione ai Mondiali da parte dell’Italia. Dopo la mancata qualificazione, ha detto che «per la parte politica c’è la sede preposta». In questo caso il consiglio federale della FIGC, la prossima settimana.

Nato a Castellaneta, in Puglia, nel 1953, Gravina è laureato in Giurisprudenza e iniziò a occuparsi di calcio negli anni Ottanta, come imprenditore e dirigente. Dal 1984 al 2000 fu co-proprietario e per alcuni anni presidente del Castel di Sangro, squadra abruzzese che ottenne 6 promozioni in 13 anni, dalla Seconda Categoria (la penultima del calcio italiano) fino alla Serie B. Gravina ha lavorato anche in altri settori, oltre il calcio: nel settore bancario e come fondatore del Gruppo Gravina, che si occupa di «edilizia civile, industriale, restauro e ristrutturazioni, demolizioni, impianti, opere infrastrutturali, energia e ambiente».

Gabriele Gravina nel 1997 (KGG/LUSSOSO/ANSA)

Soprattutto, però, negli anni Gravina ha fatto carriera nella politica sportiva e nella dirigenza e gestione del calcio italiano. Prima come consigliere della Lega Pro (parliamo della Serie C) e poi come consigliere della FIGC, la Federazione Italiana Giuoco Calcio. La FIGC fa parte del CONI, il Comitato olimpico nazionale; esiste dal 1898 e si occupa di gestire e di amministrare il calcio italiano, non solo quello a 11, attraverso le sue varie leghe (per esempio quelle di Serie A, B e C) e di gestire e coordinare le Nazionali, giovanili e non, maschili e femminili.

Nei primi anni del secolo Gravina fu capo delegazione dell’Under 21 (il ruolo che nella Nazionale maggiore ricopre al momento Gianluigi Buffon). Dal 2015 al 2018 fu presidente della Lega Pro. Nel 2018 fu infine eletto presidente della FIGC con il 97 per cento dei voti dei 274 delegati presenti all’assemblea elettiva, dopo mesi in cui la federazione era stata commissariata e gestita da Roberto Fabbricini, il quale aveva preso il posto lasciato libero dalle dimissioni di Carlo Tavecchio dopo la mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali del 2018.

A votare il presidente della FIGC sono – con pesi e rilevanze diversi, peraltro cambiati nel 2024 – i rappresentanti dei calciatori, degli allenatori, della Lega Serie A, della Lega Pro, della Lega Serie B, della Lega Nazionale Dilettanti e (fino al 2024) degli arbitri. Prendere percentuali così alte vuol dire, in sostanza, aver messo d’accordo un po’ tutti, dove i tutti hanno ruoli e punti di vista spesso distanti sul calcio: e quindi finire per ritrovarsi sicuri dal rischio di essere sfiduciati ma anche impossibilitati a fare granché, soprattutto riforme volte a cambiare lo status quo, dovendo rendere conto letteralmente a chiunque.

Dopo essere stato eletto con una percentuale senza precedenti nella lunga storia delle FIGC, Gravina disse di avere «l’obiettivo primario di ridare serenità ad un ambiente che in questo momento è particolarmente teso». Nel febbraio del 2021 Gravina fu poi rieletto con il 73,4 per cento dei voti. «Inizia il secondo tempo», disse.

In quel periodo, la FIGC di Gravina dovette affrontare soprattutto la grave crisi economica e sanitaria causata dal Covid-19. Chiese più volte aiuto al governo, facendo proposte talvolta discutibili come sospendere per un determinato periodo di tempo il divieto di pubblicità alle scommesse (divieto dalle scarse conseguenze, peraltro, dato che da anni viene normalmente aggirato: le società di scommesse si fanno pubblicità nel calcio promuovendo improbabili siti di notizie sportive che si chiamano come le stesse società di scommesse).

Una partita tra Milan e Genoa allo Stadio San Siro di Milano l’8 marzo 2020, all’inizio della pandemia di Covid-19 (Marco Luzzani/Getty Images)

Nonostante la mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali del 2022, Gravina restò presidente della federazione e nel 2023 divenne anche vicepresidente dell’UEFA, l’ente che governa il calcio europeo. Nel 2024 si parlò di un’indagine sul suo conto (su cui non ci sono aggiornamenti recenti) per l’assegnazione, nel 2018, dei diritti televisivi della Lega Pro. Nel febbraio del 2025 fu rieletto ancora presidente della FIGC: stavolta con il 98,8 per cento dei voti, grazie a un solido sistema di alleanze nella Lega Nazionale Dilettanti e nella Lega Pro, che pesano più di ogni altra lega, e poi perché era banalmente l’unico candidato in corsa.

Tra 2022 e 2025 le perdite complessive del calcio italiano si sono dimezzate (da 1,4 miliardi a 731 milioni di euro) e la UEFA ha assegnato a Italia e Turchia l’organizzazione condivisa degli Europei del 2032. Nello stesso periodo sono stati fatti grossi passi in avanti nel calcio femminile. La Serie A Women è prima diventata un campionato professionistico e poi è passata da 10 a 12 squadre, mentre la Nazionale femminile è riuscita (lei sì) ad andare ai Mondiali, quelli del 2023, e l’anno scorso ha pure giocato degli ottimi Europei.

Nove mesi fa Gravina aveva detto che le sue priorità sarebbero state «investire nell’impiantistica [cioè negli stadi, ndr] in maniera decisa […] e nelle riforme sulla sostenibilità economico-finanziaria, perché il miglioramento dello scenario di criticità nelle ultime due stagioni sportive […] non è ancora così strutturato da mettere in sicurezza i conti del calcio italiano». In effetti i debiti di Serie A, B e C continuano a crescere: nella stagione 2023-2024, l’ultima per la quale abbiamo dati disponibili, superavano i 5 miliardi di euro. Il tutto mentre scendono il livello tecnico dei campionati e l’interesse dei tifosi.

La questione degli stadi citata da Gravina è in effetti un grosso problema del calcio italiano. Solo due squadre di Serie A su venti (la Juventus e il Cagliari) giocano in impianti costruiti nel ventunesimo secolo. Poche giocano in uno stadio di loro proprietà. I tentativi di costruirne di nuovi portano a tempi burocratici infiniti e progetti che presto o tardi finiscono per saltare: durante gli otto anni della presidenza di Gravina nessuna squadra ha nemmeno avviato la costruzione di un nuovo stadio.

Gabriele Gravina (a sinistra) insieme all’attaccante della Nazionale femminile Cristiana Girelli (in centro) prima di una partita di qualificazione agli Europei del 2025, 4 giugno 2024 (Alessandro Sabattini/Getty Images)

L’ultima cosa notevole varata dalla FIGC di Gravina è stata un nuovo “Progetto tecnico del calcio giovanile italiano”, per centralizzare e coordinare meglio la formazione calcistica dei bambini dai 5 ai 12 anni. L’idea è dare a tutte le squadre e a tutti gli allenatori d’Italia delle linee guida da seguire, ponendo «l’accento sull’aspetto tecnico, perché stiamo notando che, in Italia, si sta forse un po’ esagerando con la tattica e con la ricerca del risultato». Una delle critiche più forti e fondate sul calcio italiano è che da anni privilegi giocatori forti fisicamente anche se a disagio con il pallone, e un gioco inefficace e speculativo. Ma i risultati di questi progetti, quando arrivano, arrivano dopo almeno un decennio.

Fino a ieri Gravina aveva un solidissimo sostegno dentro la FIGC, ma ora che la Nazionale maschile salterà i Mondiali per la terza volta consecutiva le cose potrebbero cambiare. Gravina ha convocato per giovedì alle 14:30 una riunione d’emergenza, a cui parteciperanno le principali istituzioni calcistiche italiane rappresentate dai rispettivi presidenti (Serie A, Serie B, Lega Pro, Lega Nazionale Dilettanti, l’associazione nazionale degli allenatori e quella dei giocatori).

È una sorta di riunione preliminare, che Gravina ha probabilmente organizzato per capire l’orientamento delle componenti della federazione in vista del consiglio federale che verrà convocato la prossima settimana. È anche possibile che Gravina voglia già comunicare direttamente lì le sue intenzioni. Secondo il direttore di Sky Sport Federico Ferri, le eventuali dimissioni di Gravina sarebbero le dimissioni di un blocco intero; cioè quello formato da lui, da Gennaro Gattuso, l’allenatore della Nazionale, e da Gianluigi Buffon, il capo delegazione dell’Italia.