Gennaro Gattuso sente la responsabilità
L'allenatore dell'Italia ha sempre vissuto il calcio in modo totalizzante, a maggior ragione ora che c'è uno spareggio decisivo per andare ai Mondiali

Prima della partita degli spareggi per i Mondiali di calcio contro l’Irlanda del Nord, l’allenatore della Nazionale Gennaro Gattuso aveva detto di sentire «il peso dell’Italia sulle spalle»: l’Italia come paese, non come squadra di calcio. Dopo aver vinto, non senza fatica, contro l’Irlanda del Nord e in vista dell’ultima e decisiva partita contro la Bosnia Erzegovina – che si gioca alle 20:45 di oggi, martedì 31 marzo, e che il Post seguirà con un liveblog dal tardo pomeriggio fino al termine della partita – Gattuso ha detto: «Abbiamo fatto un passettino, ora dobbiamo scalare l’Everest».
In parte è il racconto del calcio che è fatto proprio così, di esagerazioni e di iperboli. Ma in parte è proprio Gattuso a essere fatto così, ed è presumibile che sia soprattutto per questo che la Federazione l’abbia scelto per raggiungere un obiettivo che alla Nazionale manca da 12 anni: la qualificazione ai Mondiali.
In queste e in altre parole di Gattuso da quando allena la Nazionale c’è moltissima enfasi (le avversarie dell’Italia non sono Francia e Argentina, e non si parlava di semifinale e finale dei Mondiali, ma di semifinale e finale degli spareggi per i Mondiali). Ma è un approccio coerente con la storia da allenatore di Gattuso, e con le necessità della Nazionale, che dopo due assenze dai Mondiali ha poca fiducia e molti dubbi.
Da calciatore Gattuso giocò 73 partite con l’Italia tra il 2000 e il 2010, vincendo da protagonista i Mondiali del 2006 e dimostrando grande attaccamento alla Nazionale. Era un centrocampista molto grintoso, quasi l’emblema del centrocampista-molto-grintoso e di grande temperamento, e per questo fu soprannominato “Ringhio”. Era peraltro un po’ sottovalutato per quanto faceva con il pallone perché spesso giocava a fianco di calciatori tecnicamente molto più abili, come Andrea Pirlo.
In una carriera da allenatore finora ondivaga, come quella di molti suoi compagni di Nazionale del 2006, Gattuso ha avuto diverse esperienze complicate, non solo dal punto di vista tecnico e dei risultati. Si è trovato infatti spesso in situazioni societarie paradossali, con club finanziariamente malridotti e dirigenti poco presenti o comunque problematici; talvolta è arrivato a pagare di tasca propria gli stipendi di calciatori e dipendenti. Di lui parlano sempre molto bene gli ex compagni, ed è un allenatore in genere molto apprezzato da giocatori e tifosi per il modo totalizzante, generoso e particolarmente schietto con cui si dedica al suo ruolo. In molti casi, però, anche in conseguenza dei problemi dirigenziali, i risultati non sono stati convincenti.

L’abbraccio tra Gattuso e Moise Kean dopo che quest’ultimo ha segnato il gol del 2-0 contro l’Irlanda del Nord (Emmanuele Ciancaglini/Ciancaphoto Studio/Getty Images)
Anche in Nazionale, Gattuso ha trovato problemi. Non sono economici ma sono, come dicevamo, di fiducia generale e di paura di saltare i Mondiali per la terza volta di fila.
La Federazione – in cui hanno ruoli importanti Gianluigi Buffon e Leonardo Bonucci, suoi compagni da calciatori – lo ha chiamato la scorsa estate per sostituire un allenatore esperto e tatticamente brillante come Luciano Spalletti, che aveva però faticato parecchio ad adattarsi al lavoro in Nazionale e a legare con i suoi calciatori.
Con una situazione nel girone di qualificazione già compromessa (mancavano 6 partite, ma la Norvegia era già messa molto bene), l’orizzonte degli spareggi molto probabile e un generale senso di scoramento e apatia intorno e dentro la Nazionale, Gattuso fu chiamato soprattutto per creare un certo spirito di gruppo, per fare da motivatore e ridare ai calciatori fiducia, voglia e convinzioni. Del resto in così poco tempo nessun allenatore avrebbe potuto puntare su un’idea di gioco ambiziosa e definita, specie in Nazionale, dove il tempo effettivo passato insieme è di pochi giorni ogni qualche mese.
Gattuso ha cercato di fare questo lavoro puntando quasi sempre sugli stessi calciatori, senza fare grossi stravolgimenti tattici o nelle convocazioni. Lo ha detto lui stesso la settimana scorsa: «Avevo voglia di affrontare queste due partite con le mie certezze, e in questi mesi questo gruppo mi ha dato grandissime certezze». Per questo «pochissimo tempo» a disposizione per «spiegare come si sta insieme», ha deciso di non convocare calciatori che lui stesso ammette avrebbero meritato, come Nicolò Zaniolo, Nicolò Fagioli o Federico Bernardeschi, preferendo calciatori che stanno giocando magari poco nei club, ma più inseriti in questa Nazionale. Mentre i giocatori erano impegnati con i loro club, è rimasto in contatto con loro, organizzando cene e altri incontri.
Forse per sincerità o forse per tattica, Gattuso non ha mai usato giri di parole o mezzi termini per dire quanto sente la responsabilità del suo incarico: «Sento la pressione dal primo giorno», ha detto anche in questi giorni, definendo la partita contro la Bosnia Erzegovina la più importante della sua carriera. Questo suo modo di affrontare il calcio, in particolare la Nazionale, lo rende una figura amata, ma anche parodiata.
Le situazioni in cui si è trovato, soprattutto quella di adesso, hanno inoltre spesso fatto passare in secondo piano il fatto che Gattuso è un allenatore diverso da come viene descritto, spesso per la tendenza ad associare le caratteristiche di un allenatore a quelle che aveva da calciatore. Gattuso non è stato solo un motivatore, un allenatore interessato solamente alla parte caratteriale, e nemmeno un difensivista catenacciaro.
In passato le squadre allenate da Gattuso si sono dimostrate più offensive che difensive: a volte un po’ disordinate, ma molto audaci, ben lontane da un calcio tutto grinta e corsa. Si è visto in parte pure con l’Italia, per esempio nella partita vinta 5-4 contro Israele durante le qualificazioni.
Nella partita contro la Bosnia Erzegovina serviranno entrambe le cose: una certa personalità per affrontare, in una partita molto importante, una squadra esperta che gioca in casa in uno stadio piuttosto piccolo ma particolarmente caloroso; e un piano tattico chiaro e definito a cui fare fede nei probabili momenti di difficoltà. Starà soprattutto a Gattuso trasmettere entrambe le cose, in quella che oggettivamente è la partita più importante della sua carriera da allenatore, e una delle più importanti dell’Italia da qualche anno a questa parte.



