Quest’anno il vero problema di Giorgia Meloni è l’economia
Il governo ha dovuto ridimensionare le sue aspettative: ci sono meno soldi da spendere, e per la prima volta anche gli industriali protestano

In queste settimane il governo è alle prese con la definizione del Documento di finanza pubblica (DPFB), quello con cui si inizia a delineare la politica economica per l’anno seguente, ovvero a capire quanti soldi spendere e come spenderli. È probabile che intorno al 10 aprile il DPFB verrà approvato dal Consiglio dei ministri per poi essere inviato in parlamento. Ma quest’anno il lavoro è particolarmente difficile, per il governo: le previsioni per l’economia italiana infatti sono in netto peggioramento secondo un po’ tutti i più autorevoli osservatori nazionali e internazionali.
La necessità di contenere le spese, in un contesto di enorme incertezza generato in particolare dalla guerra in Iran, ha spinto Giorgia Meloni a prendere decisioni che hanno scontentato in modo clamoroso le imprese, e per la prima volta dall’inizio della legislatura Confindustria, la principale associazione di categoria degli industriali, ha manifestato in modo veemente il proprio disappunto.
La presidente del Consiglio, dopo oltre tre anni di grande prudenza e di austerità nella gestione dei conti, sperava di poter fare delle politiche espansive nell’ultima legge di bilancio, quella che accompagnerà l’avvio delle campagna elettorale per le politiche del 2027. Insomma, sperava di spendere soldi per finanziare misure con un certo impatto sulla popolazione. Invece questa prospettiva pare piuttosto compromessa.

Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, alla festa di Fratelli d’Italia, Atreju, a Roma, il 13 dicembre 2025 (Mauro Scrobogna/LaPresse)
Che le cose si stessero mettendo male lo si era iniziato a capire il 2 marzo scorso quando l’ISTAT, l’istituto italiano di statistica, aveva pubblicato l’abituale report coi dati sulla finanza pubblica relativi al 2025. Il governo sperava fortemente che l’ISTAT confermasse un dato, soprattutto: e cioè che il deficit – il disavanzo di bilancio per il 2025 – non superasse il 3 per cento del prodotto interno lordo (PIL).
Quel 3% era una soglia decisiva: solo se non la si fosse superata, l’Italia avrebbe potuto facilmente ottenere la fuoriuscita dalla procedura per deficit aperta ai propri danni dalla Commissione Europea nell’estate del 2024. E invece l’ISTAT aveva certificato che il deficit del 2025 era stato del 3,1 per cento rispetto al PIL.
Uscire dalla procedura avrebbe significato, secondo le complicate regole di bilancio europee, anzitutto ottenere l’autorizzazione da parte della Commissione a fare delle spese straordinarie per le politiche di difesa, nell’ambito del piano di riarmo europeo, senza ripercussioni dirette sul bilancio pubblico.
Più in generale, l’uscita dalla procedura europea avrebbe consentito al ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, di impostare con maggiore agio e con più margini di spesa la politica economica per il 2027. Inoltre sarebbe stato dato un segnale incoraggiante ai mercati finanziari: l’Italia sarebbe stata il primo tra i sette paesi colpiti dalla procedura a dimostrare di aver ristabilito un certo equilibrio nel bilancio pubblico, e questo avrebbe verosimilmente attratto investimenti.
Ma il 3,1 per cento di deficit compromette tutto ciò. Il 21 aprile EUROSTAT, l’istituto di statistica europeo che ha l’ultima parola su queste faccende, rivedrà i calcoli fatti dall’ISTAT. C’è una speranza residua che possa correggere in senso positivo il dato sul deficit, ma nel frattempo il governo dovrà approvare il DPFP senza alcuna certezza in tal senso, e dunque facendo i conti con le ristrettezze finanziarie che derivano dalla mancata uscita dalla procedura.
Non ci sono però solo i calcoli negativi sul 2025. Le previsioni sono peggiorate in modo notevole anche rispetto all’anno in corso. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti confidava, fino all’inizio della guerra in Iran, di poter impostare la stesura del DPFP ripartendo da una stima di crescita del PIL dello 0,7 per cento, qual era quella stabilita lo scorso autunno nella legge di bilancio. E invece anche quella previsione, già di per sé una delle più modeste di tutta l’Unione Europea, sarà ulteriormente ridimensionata.
Si era già capito che l’Ufficio parlamentare di Bilancio (UPB), l’autorità pubblica indipendente che vigila sulle politiche economiche del governo, aveva molte perplessità su quella previsione, ritenendo più verosimile una crescita tra lo 0,4 e lo 0,5 per cento del PIL. Quel ridimensionamento era dovuto al peggioramento delle crisi internazionali, che oltre a indebolire i commerci internazionali e l’export (per l’Italia è un fattore determinante) rallentano i consumi interni delle famiglie.
Siccome l’UPB è chiamato a convalidare le stime del governo – un passaggio di solito poco più che formale, ma non privo di qualche insidia per il governo – il ministero non avrebbe potuto del tutto ignorare questo parere, durante un confronto che è iniziato a metà marzo e si è concluso venerdì scorso.
Ma non c’è solo l’UPB a rovinare i piani. Il 25 marzo il Centro studi di Confindustria ha pubblicato un rapporto che prevede una crescita più bassa del previsto. Rispetto allo 0,7 per cento ipotizzato lo scorso ottobre, si ritiene più verosimile ora una crescita dello 0,5, nello scenario migliore. Tutto è infatti subordinato alle incognite della guerra in Iran e alle sue ripercussioni sul costo dell’energia. Se infatti la guerra si prolungherà – com’è ormai piuttosto scontato – oltre il mese di marzo, arrivando fino a giugno, la crescita del PIL sarebbe nulla. Se la guerra durasse fino a settembre, ci sarebbe un calo del PIL dello 0,7 per cento.
Anche l’OCSE, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo che monitora le economie dei principali paesi del mondo, ha dato brutte notizie al governo. Il 26 marzo, nel suo report annuale, ha prefigurato una crescita del PIL italiano dello 0,4 per cento nel 2026, in calo rispetto allo 0,6 per cento precedentemente stimato. La crescita italiana sarebbe dunque la metà di quella di Francia e Germania, e la più bassa dei venti paesi del G20, sia per il 2026 sia per il 2027.
A quel punto, il ministero dell’Economia ha fatto sapere di aver ridimensionato le sue previsioni di crescita, che non andranno dunque oltre lo 0,5 per cento per il 2026. Ma queste ristrettezze non sono semplici calcoli statistici: hanno ricadute dirette sulle politiche del governo, e quindi sulla vita di imprese e famiglie.
Non a caso venerdì il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto-legge, il decreto Fiscale, che riduce notevolmente gli incentivi alle imprese previsti nel programma Transizione 5.0. La decurtazione è significativa: le agevolazioni fiscali vengono decurtate al 35 per cento di quanto promesso a dicembre, e questo ha generato la rabbia degli industriali.
Transizione 5.0 del resto era stata una misura largamente inefficace, fin dalla fine del 2023: gravata da regole troppo cervellotiche e da una burocrazia complicata, gestita con sciatteria dal ministero competente, cioè il ministero delle Imprese guidato da Adolfo Urso di Fratelli d’Italia, era diventata un po’ l’emblema dell’inconcludenza del governo nel campo della politica industriale.
Poi, nell’autunno del 2025, finalmente si era trovato il modo di renderla funzionale alle richieste delle imprese, ma a novembre il ministro Urso aveva deciso, con un atto d’imperio e senza comunicarlo con preavviso alle imprese, di ridurre drasticamente le risorse residue con circa due mesi d’anticipo rispetto alla scadenza prevista. Oltre 7mila richieste erano rimaste in sospeso, per un valore complessivo di circa 1,6 miliardi di euro.
A quel punto, di fronte alle proteste delle imprese, il governo aveva deciso di rimediare con la legge di bilancio, predisponendo un fondo da 1,3 miliardi per rifinanziare quei progetti rimasti esclusi. Ma venerdì il governo ha di fatto decurtato quel fondo, riducendolo a 537 milioni. Come diretta conseguenza, ha ridotto al 35 per cento la portata delle agevolazioni previste.

Il ministro delle Imprese Adolfo Urso in Senato a Roma, il 12 marzo 2026 (Mauro Scrobogna/LaPresse)
Ne è nata una grossa polemica con Confindustria, che sabato scorso ha attaccato direttamente il governo e in particolare il ministro dell’Economia, ritenuto il principale ispiratore di questa scelta. Giorgetti si è difeso dicendo che i soldi stanziati per le imprese sono contingentati, e bisogna capire com’è meglio utilizzarli: se vengono spesi per Transizione 5.0 non potranno essere usati per ridurre gli effetti negativi dell’aumento del costo dell’energia.
In effetti il 7 aprile scadrà la misura con cui il governo, il 18 marzo scorso, aveva introdotto la riduzione del prezzo dei carburanti di circa 25 centesimi al litro. Era un provvedimento che Giorgetti non aveva condiviso, ritenendolo inefficace per intervenire in modo strutturale sul problema. In effetti era stato approvato più che altro per motivi elettorali, pochi giorni prima del referendum costituzionale (poi perso dal governo).
La misura costerà nel complesso circa mezzo miliardo di euro, una cifra significativa se si pensa che è servita per appena venti giorni, e dall’8 aprile il governo si ritroverà a dover decidere se rinnovare provvedimenti analoghi, verosimilmente insostenibili per la finanza pubblica, oppure procedere in modo diverso, generando però malcontento.
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Quel che è notevole sul piano politico, però, è che per la prima volta Confindustria contesti in modo così conclamato e assertivo le politiche del governo. C’erano già stati screzi più o meno sotterranei negli anni passati: la politica economica del governo di Meloni è del resto sempre stata orientata prevalentemente alle famiglie con redditi medi o medio-bassi, con scarso interesse agli investimenti e alle imprese e senza nessuna importante riforma nel settore industriale. Ma gli ottimi rapporti personali tra la presidente del Consiglio e il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, avevano evitato che i dissidi degenerassero.
Anche nei mesi scorsi, quando gli industriali avevano contestato l’inconsistenza delle misure a favore delle imprese e della produttività nella legge di bilancio, si era infine trovato un compromesso: il governo aveva modificato all’ultimo momento utile la finanziaria, accogliendo almeno in parte alcune delle richieste degli industriali, tra cui appunto il fondo di garanzia per i progetti rimasti esclusi da Transizione 5.0. Ma ora che quegli impegni vengono così evidentemente contraddetti dal governo, il conflitto è conclamato. Il governo ha convocato per mercoledì un incontro al ministero delle Imprese per confrontarsi con le varie associazioni di categoria del mondo produttivo.



