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  • Sabato 28 marzo 2026

Un mese di guerra in Medio Oriente

Per Trump doveva essere una guerra veloce e facile da vincere, e invece l'Iran resiste ed è iniziata una crisi energetica: un ripasso di cosa è successo

Un bombardamento a Teheran, 8 marzo 2026 (AP Photo/Vahid Salemi)
Un bombardamento a Teheran, 8 marzo 2026 (AP Photo/Vahid Salemi)
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È trascorso un mese di calendario dall’inizio della guerra in Medio Oriente, cominciata il 28 febbraio con l’attacco di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Quella che secondo il presidente degli Stati Uniti Donald Trump avrebbe dovuto essere una guerra veloce e di successo si è invece complicata e sta provocando grossi danni all’economia mondiale. Facciamo una sintesi di come siamo arrivati fin qui.

La preparazione
Gli Stati Uniti hanno cominciato ad ammassare navi da guerra e mezzi militari in Medio Oriente tra gennaio e febbraio, subito dopo l’operazione in Venezuela con cui era stato catturato il presidente Nicolás Maduro.

Ci sono somiglianze nelle fasi preparatorie delle due operazioni. Anche in Iran, come in Venezuela, gli Stati Uniti hanno mandato grandi quantità di navi militari. In entrambi i casi hanno detto che le navi erano un modo per spingere la controparte a negoziare. E in entrambi i casi hanno interrotto il negoziato e attaccato. C’è però una differenza: la forza militare inviata in Medio Oriente contro l’Iran è stata molto più grande di quella che ha circondato il Venezuela. A oggi è la più grande presenza militare americana nella regione dai tempi dell’invasione in Iraq nel 2003.

Con l’attacco contro l’Iran, Trump sperava di ripetere l’operazione compiuta in Venezuela: rimuovere il leader del paese – la Guida Suprema Ali Khamenei -, favorire l’insediamento di un nuovo regime più disposto a collaborare con gli Stati Uniti e rivendicare una vittoria facile. Non è andata così.

L’attacco
Gli Stati Uniti hanno attaccato l’Iran nelle prime ore di sabato 28 febbraio. All’attacco ha partecipato anche Israele: sebbene il grosso dell’attività pubblica fino a quel momento fosse stato condotto da Trump, ci sono state in seguito grosse polemiche sul ruolo del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Secondo molti, sarebbe stato Netanyahu a spingere e convincere Trump ad attaccare.

La guerra contro l’Iran è stata finora esclusivamente aerea: gli Stati Uniti e Israele hanno usato la loro superiorità militare per bombardare il territorio iraniano quasi senza trovare resistenza.

Nelle prime ore di bombardamenti Israele ha ucciso Ali Khamenei, la Guida Suprema dell’Iran e principale autorità politica, militare e religiosa del paese. Ha poi continuato a uccidere vari leader del regime, in quella che viene definita “strategia della decapitazione”. Trump si è lamentato di questa strategia: il suo obiettivo era trovare un membro del regime abbastanza compiacente con cui negoziare la resa dell’Iran, come avvenuto con la vicepresidente Delcy Rodríguez in Venezuela. Ma «quasi tutti quelli che avevamo considerato ora sono morti», ha detto nei primi giorni di guerra.

Fin dall’inizio è emersa insomma una distanza netta tra gli obiettivi strategici degli Stati Uniti e quelli di Israele, nonostante i due paesi continuino a coordinarsi ancora oggi per compiere gli attacchi. Trump vorrebbe un successo rapido e il più indolore possibile. Netanyahu vuole degradare al massimo quella che lui ritiene la minaccia iraniana: per lui la guerra dovrebbe andare avanti il più possibile, anche al costo di destabilizzare completamente l’Iran.

Stati Uniti e Israele hanno anche bombardato infrastrutture iraniane e soprattutto caserme, posti di blocco e basi dei Guardiani della rivoluzione, della polizia e dei bassij: l’intento era di indebolire l’apparato di repressione del regime iraniano per spingere la popolazione a ribellarsi. Finora non è successo.

Una donna mostra una foto di Ali Khamenei durante una protesta a Beirut, Libano, marzo 2026 (AP Photo/Emilio Morenatti)

Una donna mostra una foto di Ali Khamenei durante una protesta a Beirut, Libano, marzo 2026 (AP Photo/Emilio Morenatti)

La risposta
La risposta dell’Iran è stata prevedibile. Per decenni generazioni di esperti militari statunitensi avevano sconsigliato di attaccare l’Iran perché il regime avrebbe potuto mettere in atto due gravi ritorsioni:
– attaccare con missili balistici e droni i paesi arabi che si trovano dall’altro lato del golfo Persico, e che sono alleati degli Stati Uniti;
– bloccare lo stretto di Hormuz, da cui passano un quinto del petrolio mondiale ed enormi quantità di gas naturale.

L’Iran ha fatto precisamente entrambe le cose, come tutti prevedevano. Trump ha detto invece che «nessuno si aspettava questa ritorsione. Siamo rimasti scioccati».

Il più grande successo del regime iraniano finora, però, è stato resistere.

Nonostante l’uccisione dei suoi leader più importanti il regime ha retto. Al posto di Ali Khamenei ha nominato Guida suprema suo figlio Mojtaba, e sta continuando in maniera più o meno efficace a rispondere militarmente e a evitare ribellioni interne. Questo perché negli anni l’Iran ha strutturato la propria leadership in maniera decentralizzata e profonda. Decentralizzata perché se un centro decisionale viene eliminato, gli altri possono continuare a operare. Profonda perché se un leader viene ucciso ce ne deve essere uno pronto a prendere il suo posto, e poi un altro ancora.

L’Iran spera che la sua leadership sia abbastanza profonda da reggere gli attacchi, come è successo finora. Israele e gli Stati Uniti sperano il contrario.

Teheran, marzo 2026 (AP Photo/Vahid Salemi)

Teheran, marzo 2026 (AP Photo/Vahid Salemi)

L’allargamento
L’Iran ha inoltre allargato la guerra a quanti più paesi possibile oltre al golfo Persico: ha colpito (sporadicamente) Cipro e l’Azerbaijan, tra gli altri, e ha bombardato le basi militari in Medio Oriente di vari paesi non belligeranti. Per esempio ha colpito due basi militari italiane, una a Erbil, in Iraq, e una in Kuwait. In entrambi i casi i militari italiani erano ospitati dentro a più ampie basi gestite dall’esercito statunitense, e non è detto che l’Italia fosse l’obiettivo principale. Nessun militare italiano è stato ucciso.

Oltre al Golfo, la guerra si è allargata anche ad altri due fronti principali. Il Libano, dove Israele ha cominciato bombardamenti sistematici e operazioni di terra contro Hezbollah, la milizia alleata dell’Iran. E l’Iraq, dove varie milizie sciite filoiraniane hanno cominciato a lanciare missili e droni contro obiettivi sia nello stesso Iraq sia all’estero.

Nel Kurdistan iracheno si trovano inoltre milizie di curdi iraniani antiregime che aspettano di entrare in Iran e combattere. Finora però non sono entrate in guerra, un po’ per la loro impreparazione e un po’ perché gli Stati Uniti vogliono evitare il loro coinvolgimento, almeno per ora.

Sabato per la prima volta gli Houthi hanno lanciato un missile balistico contro Israele. Sono il gruppo alleato dell’Iran che governa gran parte dello Yemen, e questo potrebbe essere il segnale del loro ingresso in guerra.

Beirut, Libano, marzo 2026 (AP Photo/Emilio Morenatti)

Beirut, Libano, marzo 2026 (AP Photo/Emilio Morenatti)

L’energia
La guerra ha provocato la più grande crisi energetica degli ultimi anni. Da un lato i paesi arabi del Golfo, che detengono circa il 35 per cento delle riserve mondiali di petrolio e una parte consistente delle riserve di gas naturale, hanno sospeso parte della produzione a causa degli attacchi iraniani. Dall’altro la chiusura dello stretto di Hormuz da parte dell’Iran ha bloccato le esportazioni. L’80 per cento circa degli idrocarburi prodotti nel Golfo viene esportato verso l’Asia, che ha risentito delle conseguenze più gravi.

Il prezzo del petrolio (e in parte anche quello del gas naturale) è però stabilito a livello internazionale, e le carenze in Asia hanno provocato aumenti in tutto il mondo. Con l’aumento del prezzo del petrolio aumenta quello del carburante, e questo genera un movimento inflazionistico che fa aumentare anche tutti gli altri prezzi: c’è il rischio che la crisi energetica si trasformi in una crisi economica con conseguenze durature.

Per questo Trump ha cercato in tutti i modi di riaprire lo stretto di Hormuz, anche organizzando una missione militare di scorta delle petroliere e delle navi commerciali. Ha cercato di coinvolgere gli alleati della NATO, che però si sono rifiutati perché la missione sarebbe troppo pericolosa: esporrebbe le navi militari al rischio di essere colpite dall’Iran. Trump ha detto che gli Stati Uniti «si ricorderanno» dell’ingratitudine degli alleati.

Il pantano
Due cose fondamentali non sono andate come voleva Trump. Primo: il regime iraniano non è crollato. Secondo: non soltanto il regime non è crollato, ma ha anche trovato un modo efficace per fare pressione sugli Stati Uniti tramite la crisi energetica.

Il risultato è che Trump è di fatto incastrato in questa guerra.

Per uscirne, negli ultimi giorni gli Stati Uniti hanno provato ad avviare un negoziato diplomatico tramite paesi mediatori come il Pakistan e la Turchia. Finora però l’Iran ha mantenuto posizioni molto massimaliste: ha chiesto tra le altre cose risarcimenti per i danni provocati dalla guerra e di mantenere il controllo almeno parziale dello stretto di Hormuz, così da poter riscuotere pedaggi dalle navi che passano. Sono condizioni difficili da accettare per gli Stati Uniti e per i loro alleati del Golfo, che mostrano quanto l’Iran si senta capace di resistere, almeno in questo momento.

Un manifesto di Mojtaba Khamenei a Teheran, marzo 2026 (AP Photo/Vahid Salemi)

Un manifesto di Mojtaba Khamenei a Teheran, marzo 2026 (AP Photo/Vahid Salemi)

Pessime opzioni
Gli Stati Uniti hanno di fatto due opzioni davanti a sé: possono cercare un qualche tipo di accordo diplomatico che chiuda la guerra rapidamente, lasciando il regime iraniano al suo posto. Trump ha detto più volte in queste settimane che gli Stati Uniti hanno già vinto perché hanno degradato pesantemente le capacità militari iraniane: è vero, ma non le hanno eliminate del tutto. Inoltre non è stato neutralizzato il programma nucleare iraniano, un’altra delle ragioni per cui gli Stati Uniti e Israele dicono di essere entrati in guerra.

Un accordo adesso rischia di fare apparire debole Trump, che già sta soffrendo nei sondaggi perché l’opinione pubblica americana è generalmente contraria alla guerra e risente dell’aumento del prezzo del carburante.

Un accordo scontenterebbe anche gli alleati: sia Israele, che vuole continuare la guerra per indebolire il più possibile il regime, sia i paesi arabi del Golfo, che adesso temono la convivenza con un Iran reso più aggressivo dalla guerra.

L’alternativa è una nuova escalation, che significa verosimilmente un’operazione di terra. Gli Stati Uniti stanno inviando in Medio Oriente migliaia di marines specializzati in sbarchi anfibi, cioè capaci di fare operazioni speciali arrivando dal mare. Migliaia di soldati non sono abbastanza per un’invasione su larga scala, ma potrebbero servire per un’operazione limitata, che per esempio prenda il controllo dell’isola di Kharg, il principale terminal petrolifero iraniano.

L’Iran ha già promesso di rispondere a un attacco di terra aumentando i suoi bombardamenti contro i paesi del Golfo.