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  • Martedì 24 marzo 2026

La storia dei desaparecidos in Argentina iniziò cinquant’anni fa

Durante la dittatura militare decine di migliaia di persone vennero rapite, torturate e buttate in mare: di molti non è mai nemmeno stato trovato il corpo

Fotografie di alcuni dei desaparecidos di fronte all'ESMA, sede di torture e uccisioni, a Bueno Aires, nel 2023 (AP Photo/Rodrigo Abd)
Fotografie di alcuni dei desaparecidos di fronte all'ESMA, sede di torture e uccisioni, a Bueno Aires, nel 2023 (AP Photo/Rodrigo Abd)

Il 24 marzo del 1976, cinquant’anni fa, iniziò con un colpo di stato da parte dei militari la più violenta e brutale dittatura della storia dell’Argentina. Una giunta militare, guidata prima da tre generali, poi dal solo Jorge Rafael Videla, si rese colpevole di enormi crimini: in quegli anni migliaia di cittadini sparirono e non furono mai più ritrovati, vittime di quello che è stato definito “terrorismo di stato”.

I desaparecidos (scomparsi) furono migliaia e hanno segnato la storia di quegli anni e di quel regime. Il loro numero complessivo non è mai stato accertato, proprio per la natura terribile di quei crimini, che non lasciavano nemmeno cadaveri: sono stati stimati in 30mila. È un numero simbolico, ma probabilmente non lontano dalla realtà. Il conteggio è oggetto di dibattito storiografico e di polemiche revisioniste negli ambienti di destra, compresi quelli dell’attuale governo del presidente Javier Milei.

Il generale Jorge Rafael Videla giura come capo della giunta militare il 24 marzo 1976 (AP Photo/Eduardo Di Baia)

Il colpo di stato militare di Videla (esercito), Emilio Eduardo Massera (marina) e Orlando Ramón Agosti (aeronautica) fu realizzato meno di tre anni dopo la fine della precedente dittatura militare. In mezzo c’erano stati poco più di otto mesi della terza presidenza di Juan Domingo Perón, fondatore del peronismo, ormai anziano e malato, e poi quasi due anni di governo della sua terza moglie María Estela Martínez de Perón, detta Isabelita. Isabelita Perón era piuttosto impreparata alla carica, influenzata da ministri con aspirazioni autoritarie e impegnata nella repressione dei combattenti di sinistra che si erano organizzati per contrastare la precedente dittatura.

I militari preparavano il colpo di stato da almeno un paio d’anni, anche con il sostegno degli Stati Uniti e della CIA. In quegli anni Argentina, Colombia e Venezuela erano le uniche nazioni del Sudamerica con un governo democratico, nelle altre c’erano dittature militari. Nel 1975 il governo statunitense e la dittatura cilena di Augusto Pinochet finanziarono e coordinarono “l’operazione Condor”, un patto tra le polizie segrete di Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Paraguay e Uruguay per eliminare ogni forma di opposizione tramite violenza, sparizioni, torture e omicidi mirati.

Soldati con un giornale che annuncia il colpo di stato del 24 marzo 1976 (AP Photo)

Quando il 24 marzo i militari presero il potere in Argentina, iniziarono a mettere in atto quel piano e una repressione diffusa di tutti gli oppositori politici, comprendendo in questa definizione non solo politici, sindacalisti e giornalisti, ma anche studenti, simpatizzanti, parenti e amici di chiunque fosse considerato di sinistra.

I rastrellamenti cominciarono nei primi giorni e continuarono per molti anni: avvenivano perlopiù con veri e propri rapimenti. Militari e paramilitari in borghese, ma molto armati, catturavano gli obiettivi per strada, nelle case, nei bar o ovunque si trovassero, senza spiegazioni né accuse, spesso senza testimoni.

Un’operazione di polizia nel 1982 a Buenos Aires (AP Photo/Eduardo DiBaia)

Le persone arrestate venivano trasferite in centri di detenzione illegali e segreti, come scuole, fabbriche, stazioni di polizia, caserme militari: erano più di 600 in tutto il paese. La più grande e più nota era la Escuela de Mecánica de la Armada di Buenos Aires, nota come ESMA: da lì passarono oltre 5mila persone e solo 500 ne uscirono vive.

Nei centri di detenzione uomini e donne venivano interrogati con un uso sistematico della tortura, per ottenere altri nomi che sarebbero diventati i prossimi obiettivi della repressione. Vivevano fra violenze fisiche, psicologiche e sessuali fino a quando venivano uccisi, nella maggior parte dei casi. Nessuna notizia veniva mai fornita ai parenti che chiedevano di conoscere la loro sorte.

Il regime poi si sbarazzava dei cadaveri in fosse comuni o scaricandoli da aerei militari nell’oceano o nel Rio de la Plata, il più grande dei fiumi argentini. Altre volte quei voli, chiamati “voli della morte”, imbarcavano detenuti vivi, drogati e legati, che venivano scaricati in mare o nel fiume da grandi altezze.

Uno degli aerei utilizzati per i “voli della morte”, in una foto del 2023 (AP Photo/Victor R. Caivano)

I desaparecidos rimanevano tali, scomparsi, per sempre: i loro resti non sarebbero mai stati ritrovati, la loro morte mai ufficialmente comunicata ai parenti. Il regime considerava le sparizioni più funzionali di semplici uccisioni per incutere terrore nella società e nelle opposizioni, e per limitare le rivendicazioni, le denunce e le proteste.

I parenti dei desaparecidos denunciavano la scomparsa, prima alle autorità e poi, non ottenendo risposte, con manifestazioni come quelle delle Madri di Plaza de Mayo, che ogni settimana chiedevano di conoscere cosa fosse successo ai loro figli scomparsi (continuano a farlo ancora oggi).

Le Madri di Plaza de Mayo in una manifestazione del novembre del 1977 (AP Photo)

Già nel 1976 sulle coste argentine e su quelle uruguaiane del Rio de la Plata iniziarono a comparire alcuni cadaveri, portati dalla corrente: erano legati, avevano segni di botte e torture. Fra il 1977 e il 1978 due persone furono caricate sui “voli della morte” per errore, e quindi non lanciate in mare: tornate nei centri di detenzione, raccontarono agli altri prigionieri cosa succedeva. Loro furono poi probabilmente uccisi (non sono mai stati ritrovati), ma le voci iniziarono a circolare. Il 24 marzo del 1977, un anno dopo il colpo di stato, il giornalista Rodolfo Walsh scrisse una «lettera aperta» in cui denunciava sparizioni, uccisioni e torture: il giorno dopo gli spararono in pieno centro a Buenos Aires, fu sequestrato e scomparve.

La giunta di Videla non commentava e negava le accuse: quando nel 1977 al generale fu posta una domanda diretta sui desaparecidos in un’intervista televisiva negli Stati Uniti, imputò le sparizioni a persone che si davano alla clandestinità, a uccisioni da parte dei guerriglieri e a morti in esplosioni che avevano reso i cadaveri irriconoscibili: «E riconosco che potrebbero esserci delle persone scomparse a causa degli eccessi commessi durante la repressione. (…) Il governo ha fatto tutto il possibile per evitare che tali casi possano ripetersi».

A volte venivano rapiti anche alcuni bambini insieme ai genitori, così come un certo numero di donne incinte: solo nelle stanze dell’ESMA nacquero 34 bambini, figli di donne detenute. I neonati o i bambini rapiti venivano affidati a famiglie vicine al regime, adottati grazie a documenti falsi e funzionari conniventi: crescevano senza sapere chi fossero i loro veri genitori. Nei decenni seguenti, e fino a oggi, è continuata una complessa opera di ricerca delle reali identità: oltre 100 persone hanno scoperto di essere state uno di quei bambini e si stima che ce ne siano almeno altre 300.

Parenti di desaparecidos con un giornale dal titolo «Ladri di bambini» durante un processo nel maggio del 2013 (AP Photo/Victor R. Caivano)

La dittatura finì nel 1983 e i processi cominciarono presto, nel 1985, per volontà del presidente Raúl Alfonsín: Videla e Massera furono condannati all’ergastolo. Seguirono anni di grandi tensioni fra politica e forze armate, con altri due tentativi di colpo di stato falliti, leggi di impunità e amnistie concesse nel 1990 dal presidente Carlos Menem. I processi sui casi dei desaparecidos e delle altre vittime della dittatura ripresero solo negli anni Duemila e continuano ancora oggi, per i pochi imputati ancora in vita.

All’ESMA oggi c’è un museo della Memoria e dei Diritti umani; il 24 marzo in Argentina è il Giorno della memoria per la verità e la giustizia. 

La presidenza di Milei in questi ultimi anni ha tagliato i fondi per organizzazioni e musei della memoria, ha messo in dubbio il numero dei desaparecidos e ha sostituito la definizione di “terrorismo di stato” con i concetti di “conflitto interno” e “guerra alla sovversione”.