Il No ha vinto al referendum costituzionale sulla giustizia
Con circa il 54 per cento dei voti e un'affluenza di molto superiore al previsto

Al referendum costituzionale sulla riforma della giustizia ha vinto il No con circa il 54 per cento, mentre il Sì ha ottenuto più o meno il 46 per cento. La riforma della magistratura promossa dal governo di Giorgia Meloni non è quindi stata confermata dalla maggioranza degli elettori e non sarà attuata.
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Gli scrutini non si sono ancora conclusi in tutte le sezioni, ma sono molto avanti e possono essere considerati praticamente definitivi. Il dato sull’affluenza è del 59 per cento. È superiore alle aspettative, visto che nessuno dei principali istituti di sondaggi nelle settimane prima del voto aveva ipotizzato una partecipazione così alta.
È un’affluenza più alta anche di quella registrata in occasione degli altri referendum costituzionali in cui si votava su due giorni: quello del 2020 per la riduzione del numero dei parlamentari, in cui votò il 51,2 per cento degli elettori, e quello del 2006 sulla cosiddetta “devolution” in cui votò il 52,6 per cento. È invece più bassa rispetto a quella del referendum del 2016 per l’abolizione del bicameralismo perfetto, in cui aveva votato il 65,47 per cento (ma si votava un giorno solo).
Le regioni con maggiore affluenza sono state l’Emilia-Romagna, la Toscana e l’Umbria. Quelle dove si è votato di meno invece sono state la Sicilia, la Calabria e la Campania.
Il No, sostenuto dai partiti di centrosinistra, ha ottenuto la maggioranza in 15 regioni su 20. Il Sì ha vinto in alcune regioni del Nord e del Nord Est, cioè la Lombardia, il Veneto e il Friuli Venezia Giulia, dove il centrodestra è tradizionalmente sostenuto dalla maggioranza degli elettori. Il Veneto è stata la regione dove il Sì ha vinto con la maggioranza più alta e con la differenza più ampia rispetto al No.
Il No, invece, ha vinto in tutte e sei le regioni attualmente governate da giunte di centrosinistra, cioè la Toscana, l’Emilia-Romagna, l’Umbria, la Campania, la Puglia e la Sardegna. Ma ha prevalso anche in molte regioni amministrate dal centrodestra.
La riforma della giustizia prevedeva la separazione delle carriere dei magistrati cosiddetti inquirenti, cioè i pubblici ministeri (pm), e quelli giudicanti, cioè i giudici. Proponeva anche di sdoppiare l’attuale Consiglio Superiore della Magistratura (Csm), cioè l’organo che decide sulle carriere dei magistrati, in due diversi consigli, uno competente per i giudici e uno per i pm. La riforma infine prevedeva di creare un nuovo organo, chiamato Alta Corte Disciplinare, che avrebbe deciso le sanzioni da applicare ai magistrati al posto del Csm.



