Le donne abbandonate in montagna dai partner parlano di “divorzio alpino”
Una storiaccia austriaca ha stimolato la condivisione di esperienze di coppia meno estreme ma apparentemente diffuse

Su TikTok c’è un video di una ragazza che riprende il sentiero pietroso davanti a sé e dice singhiozzando che quello è il peggior sabato della sua vita: l’uomo con cui era uscita per fare quell’escursione infatti era andato avanti senza aspettarla, dice, e l’aveva lasciata da sola, senza badare alle sue difficoltà, per poi incontrarla solo alla fine del percorso. In poche settimane il video ha ottenuto 26 milioni di visualizzazioni, e ha fatto emergere numerose storie simili anche per via delle attenzioni attorno a un caso di cronaca che coinvolge due alpinisti non professionisti, in un periodo in cui la montagna è sempre più frequentata da persone poco esperte.
Sui social e sui forum episodi di questo tipo hanno cominciato a essere indicati con l’espressione “divorzio alpino” (in inglese “Alpine divorce”), che indica appunto una forma di abbandono più o meno intenzionale di una persona in posti montuosi, remoti e isolati, dove può non essere facile cavarsela né chiedere aiuto. Sono casi che riguardano perlopiù donne, spesso messe in difficoltà da compagni più esperti, e che a volte celano comportamenti abusanti: una commentatrice lo ha paragonato a una specie di #MeToo, mentre un’altra lo ha descritto come simile al ghosting, cioè la pratica di interrompere di punto in bianco i contatti con una persona sui social, «ma nella vita vera».
In assenza di dati precisi dare una dimensione reale del fenomeno è molto difficile, ma, in base alle testimonianze raccontate sui social, esperienze come queste succedono. Ci sono molti modi di frequentare la montagna, che per la maggior parte delle persone è un’attività di condivisione e serenità. Ma con l’aumentare delle persone che fanno trekking o alpinismo si è diffuso anche un approccio più agonistico e competitivo, che interessa in realtà sia maschi sia femmine ma che in certe coppie – specialmente quelle in cui la passione per la montagna è asimmetrica – può rivelare dinamiche di genere tossiche e di prevaricazione.
Secondo Maya Silver, direttrice della rivista statunitense Climbing dedicata all’arrampicata, le modalità di “divorzio alpino” sono due. La prima, eccezionale e quasi romanzesca, è quella in cui qualcuno porta la propria compagna in montagna con l’intento deliberato di provocarne la morte “accidentale”, come accade nel racconto dello scrittore Robert Barr del 1893 a cui il fenomeno deve il nome. La seconda è di gran lunga più comune, molto meno estrema ma comunque insidiosa: è quella in cui una persona viene esposta a pericoli a causa di negligenze, ignoranza o errori di un’altra che è con lei, spesso un marito o un compagno.
È il caso del 36enne austriaco Thomas Plamberger, che a febbraio è stato condannato a pagare una multa di 9.600 euro e a cinque mesi di carcere con pena sospesa per omicidio colposo aggravato, per aver lasciato morire la fidanzata Kerstin Gurtner durante l’ascesa del Grossglockner, la cima più alta dell’Austria.
Nelle prime ore del 19 gennaio del 2025, Gurtner morì per assideramento a poche decine di metri dalla vetta, dove il compagno l’aveva lasciata per andare a cercare aiuto. L’accusa aveva sostenuto che Plamberger fosse responsabile della morte della compagna perché fu lui a organizzare l’ascesa e perché aveva molta più esperienza di lei; la difesa invece aveva detto che l’escursione era stata pianificata da entrambi e che i due avevano condiviso tutte le scelte, compresa quella di proseguire anche in condizioni già difficili.
Durante il processo Plamberger non è riuscito a spiegare alcuni suoi comportamenti che i giudici hanno ritenuto gravemente negligenti. Per esempio, aveva chiamato i soccorsi alle 00:35, quando ormai Gurtner era esausta e le condizioni meteo rendevano gli interventi molto complicati. Dopo aver dato l’allarme aveva impostato lo smartphone in modalità silenziosa, per poi rimettersi in contatto con il soccorso alpino solo alle 3:30: troppo tardi per salvare Gurtner, che secondo le indagini morì senza avere addosso le coperte termiche che avevano portato con loro né altre protezioni. Per i giudici inoltre Plamberger non si era premurato di metterla in una posizione sicura: fu trovata appesa alla sua imbracatura, con indosso ancora lo zaino, i ramponi allentati e gli scarponi semi slacciati.
Sempre al processo un’ex ragazza di Plamberger lo aveva accusato di aver lasciato indietro anche lei in circostanze simili anni prima. Lei però era riuscita a cavarsela da sola. Entrambe le parti hanno fatto appello: lui sostenendo la propria innocenza, la procura di Innsbruck invece che la pena sia troppo lieve.
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Negli ultimi anni le attività di montagna e di alpinismo sono diventate sempre più popolari, e questo significa che molte più persone affrontano ascese anche parecchio impegnative senza la giusta preparazione e l’attrezzatura adatta, sottovalutando difficoltà e rischi. Anche in circostanze meno estreme, essere lasciati da soli in posti che non si conoscono, obiettivamente poco sicuri o percepiti come tali, può portare a situazioni di grande stress, paura o panico. Peggio ancora se mancano viveri, segnale telefonico o le attrezzature necessarie.
Nell’esperienza di alcune donne che sono state lasciate da sole lungo sentieri impervi o durante un’arrampicata, tra l’altro, l’abbandono è stato il culmine di una serie di comportamenti in cui i compagni tendevano a sminuirle sistematicamente, mentre per altre è stato il primo segnale di abusi fisici o emotivi.
Julie Ellison, che è stata a sua volta direttrice di Climbing per otto anni, rifiuta le generalizzazioni su quello che uomini e donne farebbero o non saprebbero fare in casi come questi. Parlandone con il Guardian ha ricordato che però a volte subentra l’elemento dell’ego maschile, che comporta dinamiche di potere sbilanciate a sfavore delle donne e le rende ancora più vulnerabili. Secondo gli esperti, pur non implicando necessariamente cattive intenzioni, anche solo mostrare frustrazione per un’andatura diversa o trascurare le necessità di un’altra persona può culminare in decisioni impulsive e poco sensate come lasciarla indietro, senza rendersi conto dei rischi a cui la si espone.
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Stabilire di chi è la responsabilità di eventuali incidenti non è sempre semplice, e in casi come quello della coppia austriaca la questione è ancora più sfumata. Le discussioni che si sono sviluppate attorno al fenomeno comunque hanno portato siti e riviste specializzate a diffondere consigli su come gestire le attività in montagna e, più in generale, su come affrontare queste situazioni se ci si rende conto di essere suscettibili, a partire dal regolare le proprie emozioni e cercare soluzioni alternative.
Se è la prima volta che si organizza un’uscita in alta montagna è meglio non farla in inverno, quando i rischi sono maggiori. È sempre opportuno pianificarla in base alle proprie capacità, con la giusta attrezzatura e assicurandosi di sapere cosa fare in caso di emergenze. Serve poi darsi ampi margini di tempo per rientrare prima che faccia buio, in caso di maltempo o di altri problemi. Separarsi dai compagni di ascesa infatti dovrebbe essere un evento eccezionale e rischioso, e secondo diversi esperti nel caso della coppia austriaca sarebbe stato più prudente attendere il giorno dopo.
Soprattutto quando l’accompagnatore non è esperto, inoltre, non bisognerebbe fidarsi solo del suo parere, ma informarsi anche con altri canali affidabili, e non cedere alle pressioni per andare avanti. Se c’è la possibilità concreta di essere lasciati da soli, è il caso di cercare di smorzare l’ostilità e di parlarne, per far capire che è nell’interesse di entrambi che non accada niente di brutto. Se alla fine si resta davvero per conto proprio, bisogna trovare un posto sicuro e cercare aiuto appena possibile.



