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  • Lunedì 23 marzo 2026

Le storie dietro ai confini a “manico di padella”

Se un paese si protende in un altro con un peduncolo di territorio c’entrano sempre qualche disputa e una certa scomodità

Il cosiddetto “peduncolo del Congo”, la parte sudorientale della Repubblica Democratica del Congo, circondata dallo Zambia
Il cosiddetto “peduncolo del Congo”, la parte sudorientale della Repubblica Democratica del Congo, circondata dallo Zambia

Molti confini geografici che separano territori del mondo sono linee ben poco regolari. O perché riflettono le caratteristiche fisiche dell’ambiente, come un fiume tortuoso o una catena montuosa. O perché derivano da annosi tentativi umani di risolvere delle controversie. Un caso frequente di confine bizzarro è quello che sulla cartina somiglia vagamente al lungo manico di una padella. Ci sono quasi sempre un motivo e una storia dietro.

Panhandle, letteralmente “manico di padella”, è la parola americana utilizzata per definire queste sottili strisce di territorio quasi del tutto inglobate in un territorio straniero. Delle quasi exclavi, in pratica, se non fosse per un breve tratto che le collega al paese o alla regione di cui fanno parte. Un esempio noto è la provincia di Trieste, il cui confine con la Slovenia è molto più esteso di quello con il resto del Friuli Venezia Giulia.

La particolare forma di Trieste deriva dagli sviluppi della Prima guerra mondiale, quando l’Italia occupò militarmente diversi territori dell’Impero austro-ungarico, alcuni dei quali nell’attuale Slovenia. Seguì una lunga controversia diplomatica tra l’Italia e la ex Jugoslavia, cominciata dopo la Seconda guerra mondiale e risolta nel 1954.

– Leggi anche: Il ritorno di Trieste all’Italia, settant’anni fa

In generale molti territori dalla forma a manico di padella hanno storie di questo tipo: sono il risultato di tentativi storici di ridisegnare i confini tra stati dopo trattati di pace, tenendo in considerazione interessi particolari come lo sbocco su un mare o l’accesso a un determinato corso d’acqua.

La Bosnia ed Erzegovina, per esempio, è il paese della ex Jugoslavia con la maggiore estensione (51.129 km2) dopo Serbia e Croazia. Sembrerebbe un padellone senza alcun manico, se non fosse per una striscia di terra che permette al paese di avere il suo unico accesso al mare, in base ad accordi risalenti alla fine del Seicento tra l’Impero ottomano e la Repubblica di Venezia. Sono circa 20 chilometri di costa sul mare Adriatico, nella città turistica di Neum.

Proprio questa stretta striscia di terra bosniaca è la ragione per cui lungo la costa adriatica la Croazia è divisa in due territori separati: la Dalmazia settentrionale e l’exclave in cui si trova la città di Dubrovnik. Dal luglio del 2022 un ponte costruito sulla penisola di Sabbioncello la collega al resto del paese, e permette ai suoi abitanti di aggirare il territorio bosniaco ed evitare di dovere attraversare due dogane come era necessario fare prima, spesso con ore di attesa.

Una storia di risorse contese è anche all’origine della strana forma della Repubblica Democratica del Congo, che include un vistoso “peduncolo” piantato a fondo nel territorio dello Zambia, con cui confina a sud. È l’estremità sudorientale della grande provincia congolese del Katanga, informalmente detta appunto peduncolo del Congo. Prima di diventare colonia belga nel 1891, come il resto del paese, il Katanga si chiamava regno di Yeke ed era dominato da oltre trent’anni dal suo fondatore M’Siri.

Era un territorio conteso dalle potenze europee perché molto importante per il commercio e molto ricco di rame, oro e avorio. Dopo un primo tentativo britannico fallito di includerlo nella colonia della Rhodesia del Nord (l’attuale Zambia), il Katanga fu infine annesso al Congo dopo una spedizione belga che portò all’uccisione di M’Siri. Le dispute sui confini territoriali tra il Regno Unito e il Belgio si trascinarono a lungo, prima che una commissione anglo-belga e un precedente parere del re d’Italia Umberto I portassero al disegno attuale del peduncolo.

Gran parte del territorio del Katanga, una striscia lunga oltre 300 chilometri e larga circa 60, è una riserva naturale quasi del tutto priva di centri abitati. Anche qui, per fortuna degli abitanti dello Zambia, una strada congiunge le due province di Luapula e Copperbelt, separate dal territorio congolese. È chiamata Congo Pedicle Road (“strada del peduncolo del Congo”), ed evita agli zambiani di dover fare un giro alternativo di oltre 800 chilometri.

Una cospicua parte dei territori dalla cosiddetta forma a manico di padella è in Africa. Molti confini coloniali furono infatti tracciati sulla carta senza alcuna attenzione per gli abitanti locali, che continuano ancora oggi a subirne le conseguenze.

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L’esempio africano probabilmente più citato e vistoso di territorio che sconfina in altri paesi è in Namibia, la cui estremità nord orientale è un lembo di territorio lungo circa 450 chilometri e largo appena 30, detta “dito di Caprivi”, dal nome del cancelliere del Reich tedesco Leo von Caprivi (successore di Otto von Bismarck). Fu lui a firmare nel 1890 un accordo con cui l’Impero tedesco e il Regno Unito si spartirono vari interessi economici e territoriali in Africa.

È un territorio circondato da quattro paesi – Angola, Zambia, Botswana e Zimbabwe – e formato dalle due regioni namibiane dello Zambesi e del Kavango Orientale. Dal 1890 i suoi confini non sono cambiati, nonostante si siano succedute diverse amministrazioni dopo quella tedesca. L’obiettivo di Caprivi era assicurarsi attraverso il fiume Zambesi un collegamento tra l’attuale Namibia e l’attuale Tanzania, all’epoca grandi colonie tedesche. Ma lo Zambesi poco dopo quel tratto era praticamente impossibile da navigare, a causa delle cascate Vittoria, e questo ridusse il valore di scambio del dito.

Un altro territorio africano ha la forma non proprio di una padella, ma di un mestolo: il Benin, nella parte occidentale del continente. Attraverso un lungo corridoio è collegato al golfo di Guinea, da sempre uno sbocco strategico per le tratte commerciali (inclusa quella degli schiavi), già da quando nella parte meridionale del paese esisteva da secoli il Regno di Dahomey, prima della colonizzazione francese nel 1894.

All’interno del Benin, nella parte che affaccia sul golfo, c’è un esempio di forma a manico di padella citato spesso: la striscia di territorio costiero di Grand-Popo. Anziché terminare in corrispondenza del confine occidentale del paese, cioè dalle parti del lago Ahémé, la costa beninese “invade” per circa 21 chilometri quella del Togo (colonia tedesca dal 1884 al 1919). È così perché in quel punto il confine tra i due paesi segue il corso del fiume Mono, in base a un accordo tra Francia e Germania nel 1897.

Tra i tanti casi simili di territori costieri che si incuneano in un paese straniero c’è anche quello della provincia thailandese di Trat, nel sud est asiatico. La parte meridionale della provincia termina con il distretto di Khlong Yai: una lunga e sottile striscia costiera, larga appena 450 metri, che sembra esistere apposta per separare la Cambogia da una parte del golfo del Siam.

Il confine in realtà segue la linea di una barriera naturale: i monti dei Cardamomi, una catena nella regione sud occidentale della Cambogia, formata da montagne che in quel punto scendono ripide verso il mare. All’inizio del Novecento il Siam (l’attuale Thailandia) era stretto tra due potenze coloniali: l’India britannica a ovest e l’Indocina francese a est. I francesi occuparono l’attuale provincia di Trat nel 1904 e la restituirono al Siam tre anni dopo, grazie a un accordo con cui ottennero altri territori.

In base all’accordo i territori che si trovavano sul versante orientale dei Cardamomi passavano all’Indocina francese (l’attuale Cambogia e parte dell’attuale Laos) e quelli lungo la costa sul versante orientale restavano al Siam. Senza questo lungo tratto di territorio il Siam avrebbe perso il controllo sull’isola di Ko Chang, la seconda più grande del paese, e sulle rotte marittime verso Bangkok.