Il British Council non insegnerà più l’inglese in Italia
L'istituto culturale, uno dei più importanti al mondo, ha un enorme debito col governo britannico che lo sta costringendo a ridimensionarsi

Il British Council, il più famoso istituto culturale che promuove lo studio della lingua e della cultura inglese in tutto il mondo, sta per ridimensionare molto la sua presenza in Italia. Un portavoce dell’istituto che chiede di rimanere anonimo dice al Post che in Italia «è stata avanzata una proposta per chiudere il centro di insegnamento della lingua inglese» e che questa «fa parte di una più ampia revisione a livello globale delle nostre operazioni», a causa di un debito di 197 milioni di sterline (circa 227 milioni di euro) con il governo inglese da pagare entro settembre. Per ora sono confermate le lezioni e gli esami solo fino all’estate.
Questa «proposta» di interrompere l’insegnamento dell’inglese è stata fatta alla divisione italiana dalla sede centrale di Londra. È ancora in una fase che viene definita di «consultazione». Il portavoce dice che in ogni caso il British Council non chiuderà, ma «continuerà a operare in Italia attraverso le attività di esami e di relazioni culturali». Ci sarà invece una drastica riduzione dei dipendenti. A perdere il lavoro saranno non solo i docenti, ma anche dipendenti del servizio clienti e dell’ufficio marketing.
Un dipendente italiano che chiede di rimanere anonimo dice che circolano voci sui licenziamenti già dalla fine di ottobre, quando il direttore generale del British Council Scott McDonald aveva detto alla commissione Affari esteri della Camera dei Comuni che l’ente era in «reale pericolo finanziario», poiché non aveva la capacità di rimborsare il prestito del governo britannico. In quell’occasione ha proposto di cedere al governo l’intera collezione dell’istituto, che comprende circa 9mila opere di artisti come Lucian Freud e Anish Kapoor ed è una delle più importanti raccolte pubbliche britanniche.
Il governo britannico però non ha accettato e non ha neppure rimesso in discussione il debito, che avrebbe potuto ripianare visto che il British Council dipende dal Foreign Office, il ministero degli Esteri britannico. Il sottosegretario agli Esteri Hamish Falconer ha detto che il governo vuole recuperare il prestito «non appena le finanze del British Council lo consentiranno».
McDonald ha poi annunciato un piano di risparmi per 420 milioni di sterline, con una riduzione del 26 per cento del personale e la vendita di immobili per 90 milioni. È il secondo piano di ristrutturazione in pochi anni. Nel 2020 per recuperare 14 milioni di sterline all’anno di interessi sul debito con il governo, il British Council chiuse le sue sedi in una ventina di paesi, tra cui l’Afghanistan, il Belgio e gli Stati Uniti. Nel Regno Unito il personale fu ridotto del 20 per cento. In Italia già nel 2019 ci furono 19 uscite volontarie e la sede di Roma, in un palazzo storico vicino a piazza di Spagna, fu trasferita nel quartiere Ostiense, nel quadrante sud. McDonald ha spiegato che, dopo la seconda ristrutturazione, gli impiegati e gli uffici saranno quasi dimezzati.
All’inizio di febbraio il Comitato aziendale europeo, che rappresenta tutti i lavoratori delle sedi dell’azienda in Europa, ha avvisato i dipendenti italiani che «il British Council ha un piano per licenziare 120 persone, l’85 per cento del personale in Italia». I lavoratori si sono rivolti al sindacato FLC (Federazione lavoratori della conoscenza) CGIL, che ha chiesto un incontro urgente ai vertici dell’istituto. «Ci hanno informato che vogliono chiudere l’insegnamento diretto della lingua inglese e cedere a privati l’attività di certificazione delle competenze linguistiche», dice il sindacalista Leonardo Croatto. Stima che, sui 140 impiegati nelle tre sedi italiane, quelle di Milano, Napoli e Roma, ne saranno licenziati più di un centinaio e che non saranno rinnovate nemmeno le numerose collaborazioni a partita Iva.
A febbraio il giornale Politico ha pubblicato il contenuto di un documento interno inviato al personale: prevede una riduzione di 400 posti tra Europa e Regno Unito, con quasi 800 dipendenti «coinvolti». L’Italia è il paese più colpito: l’intera divisione di insegnamento verrà chiusa e quella degli esami esternalizzata. Negli altri paesi invece vengono soppressi i livelli intermedi e inferiori, inclusi ruoli nel servizio clienti: 60 posti di lavoro in Spagna, 52 in Francia, 25 in Portogallo e 23 in Germania.
La riduzione del personale è stata avviata mentre l’istituto stava negoziando un nuovo accordo con il ministero degli Esteri britannico: ogni anno infatti il British Council prende una quota cospicua di fondi pubblici dal governo, che però negli ultimi anni li ha via via ridotti e ora vorrebbe farlo ulteriormente. Attualmente il finanziamento statale è di 160 milioni di sterline all’anno (circa 185 milioni di euro), e secondo Politico il nuovo accordo dovrebbe prevedere 50 milioni di sterline all’anno in meno.
Politico ha parlato in modo critico di questa scelta del governo laburista guidato da Keir Starmer, sostenendo che ridurre i fondi per il British Council stia indebolendo il «soft power» britannico, cioè la capacità di influenzare gli altri paesi attraverso la cultura e la lingua, proprio mentre altri paesi rivali in quest’ambito la rafforzano. «Russia e Cina hanno investito molto negli ultimi anni in programmi culturali e linguistici all’estero, mentre il budget britannico per l’impegno globale è stato più volte ridotto», ha scritto Politico.
Il British Council fu fondato nel 1934. All’inizio si chiamava British Committee for Relations with Other Countries ed era una sorta di organo di propaganda dell’Impero britannico. Nel dopoguerra divenne, insieme all’emittente televisiva BBC World, uno dei più importanti strumenti di soft power del Regno Unito e il più grande istituto di cultura al mondo dopo l’Institut français.
In Italia aprì i suoi uffici alla fine della Seconda guerra mondiale. Il suo obiettivo era promuovere la conoscenza del Regno Unito e della lingua inglese e di sviluppare relazioni culturali. Oggi gestisce corsi di lingua e di preparazione per certificazioni sulla conoscenza della lingua, collabora con scuole, università e con il ministero dell’Istruzione, e anche con molte aziende private. Funziona anche come un istituto di cultura: organizza conferenze e incontri, sostiene eventi e gestisce il padiglione britannico alla Biennale d’arte di Venezia. Attualmente ha 1.250 iscritti ai corsi e lo scorso anno ha rilasciato circa 25mila certificazioni: il 75 per cento dei candidati ha fatto il test per motivi accademici, il 5 per cento per lavoro, il 4 per cento per migrazione e il 16 per cento per «altri motivi».
Fino al 2019 era considerato un modello di sostenibilità nel settore culturale pubblico. Oltre il 70 per cento delle sue entrate proveniva dai corsi e dalle certificazioni, anche grazie alle convenzioni con scuole, università e aziende. Il resto arrivava da finanziamenti governativi: erano appunto 160 milioni di sterline all’anno, ma negli ultimi anni sono stati ridotti.
La pandemia ha messo in crisi il modello di business: durante i lockdown le sedi rimasero chiuse, gli esami furono sospesi e l’istituto perse complessivamente più di 150 milioni di sterline. Nel 2020 il governo britannico, guidato dal conservatore Boris Johnson, attraverso l’Advanced research and invention agency (ARIA, un’agenzia governativa che finanzia la ricerca) e il ministero degli Esteri concesse un prestito di 197 milioni di sterline, da rimborsare entro settembre del 2026. Fu concesso a tassi di mercato e per questo ogni anno il British Council paga circa 14 milioni di sterline di interessi. Tutto questo, insieme alla riduzione dei contributi pubblici, ha provocato il dissesto finanziario.
Il sindacalista Croatto spiega che la crisi del British Council non è un caso isolato. «Molti stati stanno riducendo i finanziamenti alle attività culturali in Italia, si tratta di scelte politiche che mettono a rischio il modello di multilateralismo culturale che abbiamo conosciuto in Europa dal dopoguerra», dice. Fa l’esempio delle chiusure delle sedi del Goethe-Institut tedesco a Genova, Torino e Trieste, avvenute nel 2024.



