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  • Domenica 22 marzo 2026

Cos’è successo nel ventitreesimo giorno di guerra

Trump ha minacciato di attaccare le centrali elettriche iraniane se lo stretto di Hormuz non sarà riaperto, l'Iran ha rilanciato mentre Israele ha distrutto ponti in Libano

Un palazzo distrutto a Dimona, nel sud di Israele, il 22 marzo 2026 (AP Photo/Ariel Schalit)
Un palazzo distrutto a Dimona, nel sud di Israele, il 22 marzo 2026 (AP Photo/Ariel Schalit)
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Il ventitreesimo giorno di guerra in Medio Oriente è stato segnato soprattutto da ultimatum e minacce. Nella notte fra sabato e domenica il presidente statunitense Donald Trump ha scritto sul suo social Truth che se l’Iran non riaprirà lo stretto di Hormuz entro 48 ore gli Stati Uniti distruggeranno «le centrali elettriche, cominciando dalle più grandi». Sarebbe una grossa escalation rispetto alle attività militari condotte finora dagli Stati Uniti, che hanno cercato di risparmiare le infrastrutture civili.

Israele invece aveva colpito negli scorsi giorni dei serbatoi di carburante a Teheran e l’importante impianto per il gas naturale di South Pars.

L’Iran ha risposto con dichiarazioni altrettanto minacciose. I Guardiani della rivoluzione, il corpo militare più potente dell’Iran, hanno diffuso un comunicato in cui dicono che se davvero le centrali saranno colpite, lo stretto verrà completamente chiuso e lo resterà finché gli impianti non saranno ricostruiti. Hanno anche minacciato di colpire le infrastrutture energetiche israeliane e quelle dei paesi del Golfo che ospitano basi statunitensi.

Il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez ha scritto in un post su X che una «ulteriore escalation potrebbe innescare una crisi energetica di lungo periodo per tutta l’umanità».

L’Iran peraltro continua a sostenere che lo stretto non sia chiuso, se non per le navi dei «suoi nemici». Il ministro degli Esteri iraniano, Seyed Abbas Araghchi, ha detto che «le navi esitano a passare perché le compagnie assicurative temono la guerra che voi avete iniziato, non l’Iran», riferendosi a Stati Uniti e Israele.

Il ponte distrutto di Qasmiya, sul fiume Litani (o Leonte) in Libano (AP Photo/Mohammad Zaatari)

Per quel che riguarda gli attacchi, negli ultimi due giorni il regime iraniano ha intensificato quelli su Israele: sabato aveva superato le difese antiaeree israeliane colpendo la cittadina di Dimona e quella di Arad, vicino a un importante sito nucleare israeliano. Domenica ha lanciato altri missili verso Tel Aviv e la zona centro-meridionale del paese.

Israele ha invece continuato ad attaccare infrastrutture in Libano, e soprattutto i ponti sul fiume Litani (o Leonte): l’ultimo a essere distrutto è quello di Quasmiya.

L’obiettivo dell’esercito israeliano sembra quello di isolare la zona meridionale del paese, probabilmente in vista di un’invasione di terra. Il governo libanese attraverso il presidente Joseph Aoun ha denunciato una «violazione della sovranità» del paese. Le persone uccise dagli attacchi intanto sono diventate 1.029.

Un carro armato israeliano vicino al confine con il Libano (AP Photo/Ariel Schalit)

Un elicottero del Qatar è precipitato nel Golfo Persico: stava facendo un volo di addestramento quando ha avuto un problema tecnico (non è quindi stato attaccato). Le persone a bordo erano sette, e tutti i corpi sono stati recuperati. Quattro erano militari del Qatar, uno era un militare turco e due erano rappresentanti dell’azienda di difesa turca Aselsan.

Si è parlato anche dei missili balistici intercontinentali iraniani, dopo che sabato  l’Iran ha tentato di attaccare la base militare britannico-statunitense di Diego Garcia, nell’oceano Indiano, mostrando così di avere missili che possono arrivare a circa 4.000 chilometri di distanza. Il segretario Mark Rutte ha detto che la NATO «non può confermare» che l’Iran abbia a disposizione questo tipo di armi.