Perché gli influencer della “maschiosfera” fanno quello che fanno
Per soldi, ovviamente

A un certo punto del documentario di Netflix Louis Theroux: dentro la manosfera, uscito l’11 marzo, il regista fa una domanda a Harrison Sullivan, un popolare influencer palestrato, sessista e omofobo noto come HSTikkyTokky. Gli chiede perché promuova attraverso i suoi canali ragazze che producono contenuti pornografici e che lui disprezza e definisce insistentemente ripugnanti. «Per soldi», risponde lui, respingendo l’accusa di ipocrisia e rivendicando anzi la sua onestà intellettuale, perché dice «apertamente» ai suoi follower che lo fa solo per guadagnarci.
Difendere presunti valori familiari tradizionali e allo stesso tempo condividere contenuti con giovani ragazze svestite è molto comune nella cosiddetta “manosfera”, in inglese manosphere (letteralmente “uomosfera”). È un’espressione da tempo utilizzata negli studi di genere, tradotta anche con “androsfera” o “maschiosfera”, per descrivere gruppi di uomini accomunati da posizioni sessiste e antifemministe, e da un’idea di maschilità basata sul vittimismo, sul predominio fisico e sull’aggressività.
Sulle comunità di influencer che promuovono questi valori sui social e nei podcast è basato appunto il documentario più recente di Theroux, affermato giornalista e documentarista inglese, noto soprattutto per la sua lunga carriera nella BBC. Le motivazioni e gli interessi economici della vasta rete di influencer maschilisti sono uno degli aspetti centrali nel documentario, che sta ricevendo molte attenzioni e recensioni.
C’è sempre una sottile tensione tra gli influencer e Theroux, in tutte le scene in cui sono insieme. Come se ognuno di loro, più che essere attratto dall’opportunità di finire su Netflix ed estendere il proprio pubblico, temesse di essere scoperto. Ognuno è molto a disagio già solo per il fatto di non condurre la conversazione, o di confrontarsi con un intervistatore che più che contestare le loro tesi li fa contraddire da soli.
Una caratteristica comune a tutti gli influencer intervistati è la differenza tra come si comportano nelle scene in cui c’è una donna (o più di una) che considerano un «contenuto» dei loro video, e come si comportano davanti a Theroux quando c’è una donna che invece fa parte del loro giro o della loro famiglia, e i loro figli, perlopiù in ambienti domestici.
In presenza delle donne che usano come contenuto fanno continui riferimenti espliciti alla sfera sessuale, provano ad abbordarle, o replicano sempre gli stessi atteggiamenti allusivi. Di madri, mogli e collaboratrici elogiano invece qualità morali, valori o competenze varie, e appaiono nervosi e preoccupati quando Theroux pone domande direttamente a una di loro presente sulla scena. A un certo punto un influencer, un blogger chiamato Myron Gaines, sembra ordinare a una sua collaboratrice tramite un messaggio sul telefono di smettere di parlare con Theroux, forse temendo risvolti imprevedibili della conversazione.
I protagonisti del documentario promuovono stereotipi culturali ampiamente noti e radicati da prima dei social: la scala di maschilità di cui parlano è definita soltanto dalla quantità di rapporti eterosessuali e di muscoli, auto di lusso, orologi costosi e ricchezze materiali che un “vero uomo” dovrebbe avere. Ma un aspetto più interessante e originale, che emerge in modo evidente e accomuna tutti gli influencer intervistati, è soprattutto il loro interesse ossessivo per la popolarità e per i guadagni.
Sia che rifletta sia che non rifletta una sincera visione del mondo reazionaria e retrograda, che alcuni uomini cercano davvero di valorizzare o ripristinare, ogni opinione sembra essere espressa e sostenuta solo in funzione di quanto engagement è in grado di generare sulle piattaforme. I contenuti sessisti, misogini, omofobi o antisemiti diffusi dagli influencer, da questo punto di vista, sono assolutamente equivalenti: l’importante è che «funzionino», per dirla con la parola utilizzata da uno di loro.
In alcuni casi c’è persino una contraddizione chiara e dichiarata tra ciò che gli influencer fanno e ciò che pensano. Quando Theroux chiede a HSTikkyTokky perché promuova contenuti pornografici che disprezza, il modo in cui lui reagisce lo fa sembrare come il capo di una catena di fast food che non mangerebbe mai nel suo fast food né in altri, e che non mostra alcun interesse o preoccupazione per i possibili effetti su larga scala della sua attività. «Non vivo per gli altri, vivo per me stesso», dice.
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L’interesse economico è un fattore noto ma spesso trascurato nel dibattito generale sulla maschiosfera, che invece tende a concentrarsi soprattutto sui fattori storici, sociali e culturali che favoriscono il maschilismo sistemico. Il documentario di Theroux mostra come gli incentivi sulle piattaforme – prevalentemente TikTok e Instagram per la visibilità, e Telegram per i guadagni veri e propri – condizionino profondamente il comportamento degli influencer: in pratica, più la sparano grossa più vedono aumentare i follower e quindi le probabilità di guadagni.
Molti influencer maschilisti – non tutti – provengono da contesti familiari e sociali disagiati, e tramite i social hanno acquisito un tenore di vita e una fama che non avrebbero mai ottenuto se, come dice esplicitamente uno di loro, avessero fatto «solo buone azioni» o realizzato contenuti che invitano a essere brave persone. Sono diventati popolari trasmettendo in diretta streaming gran parte della loro vita mentre erano impegnati in rapporti sessuali, o a offendere qualcuno, o a comportarsi da guasconi e da bulli in pubblico. E questo ha permesso loro di ottenere enormi profitti.
Il loro modello di business si basa sulla vendita di abbonamenti a contenuti speciali, iscrizioni a gruppi privati e corsi, loro o di altri affiliati, e sulla pubblicità di integratori, prodotti finanziari e altro. Alcuni guadagnano con le commissioni che prendono per ogni iscrizione a piattaforme di trading online con pessime reputazioni, che promettono guadagni irrealistici. La maggior parte di queste attività inizia sui loro canali Telegram, il social network di messaggistica che tollera ampiamente attività truffaldine.
Una cospicua parte del loro pubblico di riferimento è formata soprattutto dalle fasce più giovani e più vulnerabili, più esposte a questo tipo di contenuti e soprattutto più propense a considerarli su un piano letterale, come suggerimenti utili e sinceri. La sottocultura maschilista e misogina a cui si rifanno gli influencer attecchisce in particolare tra gli incel, giovani uomini che si convincono di essere discriminati dalle donne e privati di un loro presunto diritto ad avere rapporti sessuali.
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Ma è una convinzione condivisa anche da molti maschi adulti che nutrono risentimento e considerano la società, il femminismo o la cosiddetta cultura “woke” responsabili di varie ingiustizie di cui si sentono vittime. Intervistati da Theroux, due giovani adulti fan di un influencer maschilista dicono di essere obbligati a ottenere ricchezza, status e potere in quanto nati uomini e quindi privi di «valore», mentre le donne belle hanno il valore della bellezza innata e quindi un vantaggio nella società.
Alcuni influencer intervistati o descritti nel documentario, come Justin Waller o i famigerati fratelli Andrew e Tristan Tate, parlano anche dei loro buoni rapporti con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump o con membri della sua famiglia, tra cui suo figlio Barron. E secondo Theroux c’è una correlazione tra la vittoria di Trump alle elezioni politiche del 2024 e la popolarità all’epoca crescente della maschiosfera. Del resto, ha scritto sul New York Times la giornalista Jessica Grose, «l’attuale amministrazione sembra rispondere alla domanda: come sarebbe affidare il controllo del governo più potente del mondo a un gruppo di personaggi mediatici senza scrupoli?».
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