Le aggressioni negli ospedali non sono diminuite

Dati e grafici mostrano che la strategia del governo di aumentare le pene non ha funzionato: nel 2025 ne sono state segnalate più di 18mila

polizia al pronto soccorso
(Mauro Scrobogna/LaPresse)
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I dati sulle aggressioni a medici, infermieri e dipendenti degli ospedali diffusi dal ministero della Salute, che dal 2023 raccoglie le segnalazioni dalle regioni, dimostrano che le leggi approvate negli ultimi anni non hanno risolto né tantomeno limitato i problemi. Nel 2025 sono stati segnalati 18mila episodi di violenza fisica o verbale, in linea con i dati dell’anno precedente, ma le persone coinvolte sono aumentate: nel 2024 erano circa 22mila tra personale medico, infermieristico, tecnico e sociosanitario, lo scorso anno sono state oltre 23mila, per la precisione 23.367.

Osservando i dati si può notare che nel 60 per cento dei casi le aggressioni riguardano donne. La categoria più interessata è quella degli infermieri (55 per cento del totale), seguita da medici (16 per cento) e operatori sociosanitari (11 per cento). Nel restante 12 per cento delle segnalazioni ci sono dipendenti non sanitari, vigilanti, soccorritori, operatori e operatrici degli uffici amministrativi. I dati distinguono anche tra aggressioni verbali, segnalate nel 69 per cento dei casi, aggressioni fisiche (25 per cento) e contro la proprietà, ovvero i danneggiamenti (6 per cento). I reparti più a rischio sono i pronto soccorso e i servizi psichiatrici.

Nella relazione pubblicata dal ministero della Salute si trovano anche dati divisi per ogni regione italiana. Il grafico che segue mostra quanti sono stati gli episodi di violenza segnalati in ogni regione e quante le persone coinvolte. La Calabria è l’unica regione a non aver trasmesso dati.

È interessante anche osservare la tipologia di aggressione. In tutte le regioni sono prevalenti le aggressioni verbali, anche se il numero di quelle fisiche non è trascurabile.

Anche per quanto riguarda le categorie coinvolte, in tutte le regioni le vittime delle aggressioni sono soprattutto infermieri e infermiere, seguiti da medici e mediche, infine operatori e operatrici sociosanitarie e altri dipendenti.

Negli ultimi anni diversi studi commissionati dalle associazioni di categoria e dai sindacati hanno indagato le cause delle aggressioni: a incidere è soprattutto l’aumento dello stress emotivo a cui sono sottoposti i pazienti e i loro familiari per le lunghe attese, in particolare al pronto soccorso. In molti ospedali la carenza di personale causa un allungamento dei tempi di attesa, che influisce sulla qualità della comunicazione tra personale sanitario e pazienti con il rischio di incomprensioni e tensioni che possono sfociare in aggressioni.

Per limitare gli episodi di violenza negli ospedali il governo ha scelto un approccio che ha riservato anche ad altri settori: ha aumentato le pene. Dopo alcuni casi particolarmente gravi, nel 2024 il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto-legge che prevede l’arresto in flagranza degli aggressori e ha ampliato la possibilità di arrestare in flagranza differita, ossia l’arresto anche quando il reato sia dimostrabile attraverso video, foto o altro genere di documentazioni (per esempio chat o informazioni fornite da un GPS), a condizione che non si superino le 48 ore da quando è avvenuto il fatto.

L’aumento delle pene è un approccio molto criticato negli ultimi anni perché pensato più per un tornaconto politico (si può mostrare facilmente di star facendo qualcosa per quel determinato problema), ma poco efficace per diminuire davvero i reati.

– Leggi anche: Aumentare le pene non è il sistema migliore per diminuire i reati

Alcune regioni hanno introdotto misure ancora più concrete. Il Veneto per esempio ha acquistato circa 7mila “bodycam”, piccole telecamere da attaccare ai camici di medici e infermieri per riprendere ciò che accade di fronte a loro, e braccialetti “smart” con sistemi di allarme per il personale dei reparti più a rischio. I braccialetti forniscono informazioni sui parametri vitali di chi li indossa, segnalando anche un’eventuale caduta a terra e la geolocalizzazione. Dai braccialetti il personale sanitario può anche far partire un allarme, indirizzato alla sicurezza dell’ospedale o direttamente alle forze dell’ordine, a seconda del modello di sicurezza previsto dall’azienda sanitaria.

Nonostante questi dispositivi, tra il 2024 e il 2025 in Veneto le aggressioni sono aumentate. Secondo Luca Barutta, segretario regionale di Anaao Assomed, uno dei principali sindacati dei medici ospedalieri, i dispositivi sono solo palliativi: «Inutile nasconderci dietro leggi e corsi di autodifesa se poi non abbiamo nemmeno più il tempo di parlare con i pazienti. Una persona perde la pazienza fino all’esasperazione se, dopo aver aspettato ore una prestazione, quando finalmente arriva il suo turno viene liquidata rapidamente», ha detto al Corriere del Veneto.