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  • Lunedì 16 marzo 2026

A Cuba le persone sono esasperate, e protestano un po’ di più

Nonostante la repressione del regime, che nel frattempo sta negoziando con gli Stati Uniti e facendo qualche concessione

Una bandiera statunitense e una cubana su un balcone dell'Habana Vieja, quartiere dell'Avana (AP Photo/Ramon Espinosa)
Una bandiera statunitense e una cubana su un balcone dell'Habana Vieja, quartiere dell'Avana (AP Photo/Ramon Espinosa)
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Lo scorso fine settimana a Cuba c’è stata una protesta con assalto a una sede locale del Partito Comunista. È successo a Morón, una città da 70mila persone delle regioni centrali, vicino alla costa settentrionale: ha coinvolto qualche decina di persone e ci sono stati almeno cinque arresti. Altrove le dimensioni di una protesta del genere sarebbero trascurabili. Sull’isola però la repressione del dissenso è molto rigida e anche una protesta piccola è il segno della crescente esasperazione della popolazione, alle prese con un’enormità di problemi quotidiani, oltre alla limitazione delle libertà individuali.

La protesta di Moron è cominciata dopo 30 ore consecutive di assenza di corrente, un blackout ancora più lungo di quelli che stanno avvenendo da settimane sull’isola. Ma i problemi con la corrente elettrica non sono i soli che deve affrontare la popolazione. A Cuba mancano acqua e carburante, e i prezzi del cibo e dei beni di prima necessità sono altissimi per chi non ha accesso ai dollari. I disagi vanno avanti da anni e sono il risultato di una cattiva gestione politica e dello stringente embargo statunitense. Da gennaio la situazione è peggiorata, con il blocco di ogni rifornimento di petrolio deciso dall’amministrazione di Donald Trump.

La crisi è così grave che il regime cubano sta facendo delle concessioni di vario tipo.

Sabato il presidente Miguel Díaz-Canel ha ammesso che il suo governo sta trattando con gli Stati Uniti, una notizia grossa; e un giorno prima aveva liberato 51 prigionieri politici. Secondo media internazionali, la prossima concessione potrebbe riguardare la possibilità per i cubani emigrati all’estero di possedere proprietà e attività commerciali sull’isola. Sarebbe una svolta importante, che andrebbe nella direzione di provare a far risolvere i problemi attuali all’iniziativa privata.

La sede del governo provinciale di Matanzas, a Cuba (Valerio Clari/il Post)

Intanto però la frustrazione della popolazione cubana è sempre più visibile. Secondo Cubalex, una organizzazione che si occupa di diritti umani con sede negli Stati Uniti, le proteste (di vario genere) sarebbero state già 130 nella prima metà di marzo, contro le 60 di febbraio e le 30 di gennaio.

Sono per lo più cacerolazos: di sera e di notte, quando in gran parte dell’isola non c’è corrente elettrica, gruppi di persone protestano battendo su pentole di ferro e facendo rumore. In passato le persone andavano in strada, ma le ultime grandi proteste del 2021 hanno portato a una grande repressione: ora si fa rumore direttamente da casa, protetti dall’oscurità. Succede anche nella capitale L’Avana.

La protesta di Morón invece è stata più visibile e aperta. Decine di persone si sono raggruppate vicino alla sede del Partito Comunista e hanno lanciato pietre verso gli uffici. Un gruppo è entrato dentro, ha lanciato sedie e mobili dai balconi e poi gli ha dato fuoco. Infine è intervenuta la polizia.

Secondo il giornalista cubano José Raúl Gallego, è stato bloccato internet in tutta la città (una pratica diffusa in caso di proteste) e fonti dell’opposizione parlano di un manifestante ferito con un colpo di arma da fuoco nella coscia. Il governo cubano ha smentito che la polizia abbia sparato e ha parlato di vandalismo e di persone ubriache. Díaz-Canel ha detto di capire la frustrazione per le difficili condizioni di vita, ma ha aggiunto che le proteste violente non saranno tollerate.

I manifestanti hanno attaccato la sede del partito perché il Partito Comunista e l’esercito sono i reali detentori del potere a Cuba.

Lo stato socialista prevede elezioni con partito unico per eleggere 470 parlamentari, che spesso provengono da grandi organizzazioni di massa (sindacato, comitati di Difesa della Rivoluzione, Federazione delle Donne) e che a loro volta eleggono il governo e il presidente, che coincide con il segretario del Partito Comunista. La nuova Costituzione del 2019 ha reintrodotto la figura del primo ministro, la cui importanza è però minore.

A livello locale lo stato è diviso in province e municipi, con assemblee (note come “del Potere popolare”) che si riuniscono normalmente una volta al mese e decidono su questioni locali.

Il Capitolio (Campidoglio) dell’Avana costruito nel 1929 per ospitare il parlamento e oggi monumento nazionale (Valerio Clari/il Post)

Le forze armate cubane sono l’altro grande polo di potere a Cuba, non solo perché gestiscono la difesa e la sicurezza interna, ma anche perché controllano buona parte dell’economia in valuta straniera, quella di gran lunga più importante.

Molti settori economici sono controllati da imprese militari e soprattutto dal gruppo GAESA (Grupo de Administración Empresarial), che gestisce gran parte del turismo (le strutture più grandi sono statali); reti di supermercati e negozi; la finanza in dollari ed euro; e il porto di Mariel, non lontano dall’Avana, che è una zona franca commerciale.

La sala del Congresso al Capitolio, oggi non più utilizzata perché non abbastanza grande per ospitare i 470 parlamentari, tutti del Partito Comunista (Valerio Clari/il Post)

Questa struttura si è consolidata nei decenni che hanno seguito la rivoluzione del 1959, quando Fidel Castro prese il potere. Resta solida ancora oggi nonostante le enormi difficoltà nella gestione dello stato.

A Cuba non esiste un’opposizione coordinata, se non quella gestita dall’estero, ed è difficile anche ipotizzare che un sistema alternativo di governo possa essere imposto dagli Stati Uniti. Le trattative con l’amministrazione Trump si stanno infatti concentrando su aperture economiche e allentamento della repressione politica. Anche le proteste e il malcontento hanno come motivo scatenante le condizioni economiche e di vita: le principali richieste riguardano i miglioramenti della qualità della vita e la possibilità di intraprendere iniziative economiche private (a lungo vietate, poi complicate da una grande burocrazia).

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