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  • Lunedì 16 marzo 2026

Come era fatto il drone italiano distrutto nella base in Kuwait

Il Reaper MQ-9A serve per attaccare ma anche per ricognizione, grazie a sistemi radar e sensori piuttosto sofisticati

Un drone Reaper MQ-9 nella base statunitense di Sigonella, in Sicilia (Fabrizio Villa/Getty Images)
Un drone Reaper MQ-9 nella base statunitense di Sigonella, in Sicilia (Fabrizio Villa/Getty Images)
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Domenica mattina un drone ha colpito la base di Ali Al Salem, in Kuwait, che ospita militari italiani e statunitensi. È la seconda base italiana dall’inizio della guerra in Medio Oriente che viene colpita, dopo l’attacco di giovedì scorso alla base di Erbil, nel Kurdistan iracheno. Anche stavolta non ci sono stati feriti, perché il personale era già stato ridotto negli scorsi giorni, dopo altri attacchi alle basi di paesi occidentali, ma il drone ha colpito un capannone distruggendo il velivolo in dotazione all’esercito italiano che ci era parcheggiato dentro: un Reaper MQ-9A, un sofisticato drone di produzione statunitense (General Atomics) che vale circa 26 milioni di euro.

Gli MQ-9A sono una versione più diffusa e aggiornata degli MQ-9. Sono piuttosto imponenti rispetto agli altri droni utilizzati in questa guerra, come gli Shahed iraniani: un Reaper è lungo 11 metri, alto 3,8 metri, e ha un’apertura alare di oltre 20 metri (più o meno, quindi, quanto un aereo bimotore leggero, di quelli usati solitamente per un uso privato).

Il Reaper ha un’autonomia di 24 ore, per questo viene utilizzato anche per missioni di sorveglianza, ricognizione e raccolta di informazioni. Arriva a una quota massima di 15 chilometri di altitudine: per avere un termine di paragone, gli aerei di linea volano in media a circa 10 chilometri di altitudine. I Reaper sono pilotati da remoto grazie a un sistema satellitare e sono equipaggiati con sistemi di rilevazione e sorveglianza molto avanzati.

Montano un sistema di sensori chiamato MTS-B, prodotto da Raytheon. Integrato nel sistema c’è un sensore ottico, di fatto una telecamera ad altissima risoluzione, e un altro a infrarossi, quindi è in grado di individuare al buio le sorgenti di calore. Inoltre è incluso un puntatore laser per guidare le munizioni montate sul drone, come per esempio i missili Hellfire. Il sistema è a lungo raggio, quindi arriva a identificare in tempo reale bersagli lontani diversi chilometri.

Oltre ai sensori, sui Reaper c’è anche un radar chiamato Lynx, che è in grado di produrre immagini simili a fotografie attraverso le onde radio. I radar funzionano diversamente rispetto ai sensori con telecamere: ricostruiscono la realtà in base alla risposta dei segnali radio emessi, quindi non vengono ostacolati da nuvole o fumo. Lo svantaggio in ambito militare è che le onde radio possono essere intercettate, perciò segnalano la presenza del drone ai nemici.

In alcune varianti del drone c’è anche un radar marittimo, con delle caratteristiche adattate per rintracciare e identificare le navi.

Le informazioni raccolte attraverso questi sistemi permettono ai comandi di prendere decisioni più informate per proteggere le forze di terra e fare attacchi aerei più precisi. Tra le altre cose l’utilizzo dei Reaper riduce i rischi per gli aerei con equipaggio, che avendo già individuato gli obiettivi grazie ai droni, possono evitare di restare molto tempo in volo per cercarli.

Per far volare un Reaper MQ-9A servono due persone che possono trovarsi anche a migliaia di chilometri di distanza. Una è un pilota che controlla l’aereo, e un’altra è un operatore che gestisce i sistemi radar e i sensori (fa lo zoom, individua i bersagli, sceglie la modalità più idonea a seconda delle condizioni di visibilità). Sempre lo stesso operatore si occupa di puntare e azionare le munizioni. Pur essendo utilizzati soprattutto per sorveglianza, infatti, i Reaper possono servire anche per attacchi di precisione con missili: possono trasportare un peso massimo di oltre 1.700 chili di armi.

L’interesse militare degli Stati Uniti per i droni da ricognizione risale agli anni Sessanta, ma la tecnologia necessaria per trasformarli nei droni di oggi è stata perfezionata solo tra gli anni Ottanta e Novanta. Da questo interesse si è sviluppato il Predator, antenato dell’MQ-9 e del Reaper che volò per la prima volta nel 2001.

Gli Stati Uniti impiegarono un MQ-9 nell’operazione del 2020 vicino all’aeroporto di Baghdad, nella quale uccisero il potente generale iraniano Qassem Suleimani. E fu un MQ-9 americano anche il velivolo che si scontrò con un caccia russo in un grave incidente sopra al mar Nero, nel marzo del 2023, aumentando molto le tensioni tra Stati Uniti e Russia.

Gli Stati Uniti stanno utilizzando i Reaper anche nella guerra in corso con l’Iran. Non è certo che ruolo abbiano, ma è probabile che vengano usati non solo per voli di ricognizione, ma anche per distruggere lanciamissili mobili iraniani, lanciatori di droni e aerei. Alcuni video mostrano quelli che sembrano Reaper sganciare missili su bersagli terrestri o su aerei a terra.

La base statunitense di Ali Al Salem è molto grande e ospita al suo interno altre basi che appartengono a contingenti internazionali diversi, tra cui anche quello italiano. Durante la guerra contro l’ISIS la base fungeva da pista di decollo per droni italiani da ricognizione a lungo raggio, che venivano mandati in Iraq e in Siria per raccogliere informazioni. Il contingente italiano si trovava di stanza in Kuwait con compiti di intelligence nell’operazione “Prima Parthica”, cominciata nel 2014 contro l’ISIS. Il drone era rimasto nella base nonostante le evacuazioni degli scorsi giorni, perché continuava a servire per la sorveglianza nella regione.