Trump è bloccato, sull’Iran
È entrato in guerra convinto di poterla vincere facilmente, e ora non sa come uscirne: com'è che è finito qui?

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è entrato in guerra contro l’Iran con obiettivi poco chiari: ora, a due settimane di distanza, sta rischiando di rimanere impantanato in un conflitto da cui è molto difficile uscire vincitore, anche soltanto da un punto di vista simbolico. Nonostante gli estesissimi danni causati dai bombardamenti di Stati Uniti e Israele, anziché crollare rapidamente il regime iraniano sta reggendo, e anzi col blocco dello stretto di Hormuz sta mettendo in difficoltà mezzo mondo.
Al momento Trump non ha una via d’uscita facile da questa guerra. E più le violenze vanno avanti, più gli Stati Uniti rischiano di rimanere bloccati: in una situazione in cui peraltro si sono messi loro stessi, con una serie di decisioni prese negli ultimi due mesi.
L’accerchiamento
A partire da gennaio di quest’anno gli Stati Uniti avevano cominciato ad ammassare navi da guerra e altri mezzi al largo dell’Iran e nel Mediterraneo orientale, preparandosi per un attacco contro il paese. In breve tempo i mezzi militari erano diventati così tanti da rappresentare il più grande dispiegamento di forze statunitensi in Medio Oriente dai tempi dell’invasione dell’Iraq nel 2003.
Fin da subito Trump aveva dato motivazioni vaghe sulle ragioni di questo grosso dispiegamento militare, spiegando che in realtà gli Stati Uniti volevano soltanto trattare con l’Iran, e che quella che Trump definiva «l’Armada» al largo delle coste iraniane serviva come strumento di pressione. Gli Stati Uniti avevano imposto tre richieste all’Iran: smantellare il suo programma nucleare; eliminare la rete di milizie alleate all’estero; e ridurre la quantità e la gittata dei suoi missili balistici.
Tutte richieste irricevibili per il regime iraniano, che negli ultimi anni ha costruito buona parte della propria politica estera e interna su questi tre elementi.
Le pressioni di Netanyahu
Nei mesi precedenti all’attacco il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva fatto enormi pressioni per convincere Trump ad attaccare l’Iran. Israele e Stati Uniti avevano già bombardato l’Iran nel giugno dell’anno scorso, con obiettivi limitati al programma nucleare iraniano. Netanyahu, per mesi, aveva poi cercato di convincere Trump che era necessario tornare ad attaccare in maniera più decisa, per abbattere definitivamente il regime.
Ci sono grosse discussioni su quanto le pressioni di Netanyahu abbiano condizionato la decisione di Trump di entrare in guerra. Nei primi giorni della guerra il segretario di Stato Marco Rubio aveva detto che Israele aveva minacciato di attaccare l’Iran da solo, e che a quel punto gli Stati Uniti erano stati costretti a intervenire: «Sapevamo che ci sarebbe stata un’azione israeliana». Rubio ha poi smentito le sue stesse dichiarazioni, ma il ruolo di Israele è stato comunque evidentissimo fin dall’inizio.
Sembra avere avuto un ruolo anche il fatto che nel 2024 un uomo iraniano – non è ancora chiaro quanto legato all’apparato di sicurezza del regime – avesse pianificato di uccidere lo stesso Trump. A inizio marzo gli Stati Uniti hanno detto che l’uomo è stato ucciso in uno dei bombardamenti statunitensi sull’Iran nei primi giorni della guerra.
Ha influito sulla decisione di Trump anche il grosso successo che gli Stati Uniti avevano ottenuto poche settimane prima in Venezuela, dove un’operazione militare molto rapida aveva permesso di catturare il presidente Nicolás Maduro e sostituirlo con una persona più arrendevole nei confronti delle pretese statunitensi. Trump sperava di fare lo stesso in Iran, ma l’Iran è un paese molto più grande, più preparato e meglio armato.

Una nuvola nera su Teheran dopo un bombardamento, 8 marzo 2026 (AP Photo/Vahid Salemi)
L’attacco
La guerra è cominciata nelle prime ore di sabato 28 febbraio, mentre formalmente i negoziati tra Stati Uniti e Iran erano ancora in corso. I primi attacchi statunitensi e israeliani hanno avuto grande efficacia dal punto di vista militare.
Uno dei primi e più grossi bombardamenti è avvenuto contro gli uffici di Ali Khamenei, la Guida suprema dell’Iran, principale carica politica, militare e religiosa del paese. Khamenei, che aveva 86 anni, è stato ucciso quasi subito, anche se ci sono volute alcune ore per confermare la notizia della sua morte.
Nei primi giorni dell’attacco Israele e Stati Uniti hanno anche eliminato sistematicamente decine di esponenti della leadership iraniana, tra cui comandanti dei Guardiani della rivoluzione (la più importante forza militare del paese, fedele alla Guida suprema), politici, ufficiali dell’esercito. È stata colpita anche una scuola elementare che si trovava vicino a un centro di comando dei Guardiani: decine di persone sono state uccise, tra cui molti bambini. Gli Stati Uniti stanno tuttora cercando di smentire la responsabilità dell’attacco, ma varie ricostruzioni hanno mostrato che sono stati loro.
Il conflitto si allarga
La risposta dell’Iran era largamente annunciata. Da tempo gli esperti militari sapevano che in caso di attacco l’Iran avrebbe risposto in due modi: bombardando Israele e le basi militari statunitensi in tutto il Medio Oriente e bloccando i traffici di petrolio e gas naturale nello stretto di Hormuz, una via marittima fondamentale. Lo stesso Iran non aveva mai nascosto la sua strategia: negli scorsi mesi aveva più volte minacciato apertamente un blocco dello stretto.
L’Iran però non si è limitato a colpire le basi militari statunitensi. Ha cominciato una campagna di bombardamenti contro i paesi del golfo Persico in cui ha colpito hotel, edifici civili, infrastrutture energetiche, provocando danni e timori in tutta la regione, in cui abitano anche parecchi occidentali.
L’Iran ha adottato una strategia di massimo allargamento del conflitto, arrivando a colpire non soltanto i paesi del Golfo ma anche la Turchia, Cipro, l’Azerbaijan. In questo il regime iraniano è stato aiutato dalle milizie alleate di altri paesi, come Hezbollah in Libano e le milizie sciite in Iraq.

Teheran, 10 marzo 2026 (AP Photo/Vahid Salemi)
La crisi dell’energia
La conseguenza più grave però è al momento la crisi dell’energia. Il prezzo del petrolio è passato da 60 a 100 dollari al barile, quello del gas naturale è raddoppiato. L’Agenzia internazionale dell’energia ha detto che la guerra «sta creando la più grande interruzione delle forniture nella storia del mercato petrolifero globale».
Gli Stati Uniti sapevano perfettamente quali sarebbero state le conseguenze di un attacco all’Iran, e conoscevano il rischio di una grossa crisi energetica globale: è la ragione per cui mai prima d’ora nessuna amministrazione statunitense aveva attaccato l’Iran, nonostante la lunga ostilità tra i due paesi. Eppure sembra quasi che l’amministrazione sia stata colta di sorpresa dalla gravità della crisi.
Nei primi giorni di guerra il segretario statunitense all’Energia Christopher Wright ha cercato di minimizzare il problema, sostenendo che «non c’è carenza di energia nell’emisfero occidentale», che «ci sono enormi stoccaggi di energia in tutto il mondo», e che i problemi sarebbero stati temporanei e di brevissimo periodo. Più di recente però anche Wright ha cominciato a mostrarsi più preoccupato: la crisi energetica rischia di durare a lungo, perché il commercio di petrolio non si può interrompere e far ripartire con un interruttore. Gli effetti sull’economia mondiale insomma potrebbero essere ingenti.
È un problema politico anche per Trump, che quest’anno deve affrontare le elezioni di metà mandato: il prezzo della benzina sta aumentando e c’è il rischio che ritorni l’inflazione.
Di fatto il regime iraniano ha trasformato il conflitto in una guerra di resistenza, in cui spera di sopravvivere agli attacchi e ai bombardamenti israeliani più a lungo di quanto l’opinione pubblica occidentale riesca a sopportare l’aumento della benzina e forse dell’inflazione.
– Leggi anche: La crisi del petrolio rischia di durare a lungo
Gli obiettivi cambiano
Se Trump sperava di ripetere in Iran il successo militare del Venezuela, si è evidentemente sbagliato. Il regime iraniano ha retto l’attacco militare, e anzi ha mostrato di essere preparato a un conflitto di lunga durata. Lo rivela, tra le altre cose, il fatto che dopo l’uccisione di Ali Khamenei sia stato nominato piuttosto rapidamente come Guida suprema suo figlio Mojtaba, che condivide le posizioni dure del padre. Del resto si sapeva da settimane che i principali leader iraniani avevano piani molto precisi e prestabiliti per nominare i propri successori.
Il fallimento dell’opzione Venezuela ha portato l’amministrazione statunitense a cambiare in corsa i propri obiettivi, in maniera sempre più confusa: Trump ha chiesto la «resa incondizionata» dell’Iran, poi ha detto che il suo obiettivo era degradare le capacità militari del regime, poi ha parlato della necessità di neutralizzarne il programma nucleare. Nessuno di questi obiettivi è davvero realistico.
È anche diventata sempre più concreta la distanza negli obiettivi tra Trump e Netanyahu: mentre Trump vuole una guerra breve e una vittoria facile, Netanyahu è determinato a eliminare a ogni costo quella che lui ritiene una minaccia esistenziale per Israele, cioè l’esistenza stessa del regime iraniano. Questo significa che se gli Stati Uniti stanno cercando una via d’uscita rapida dal conflitto, Israele è determinato ad andare avanti il più possibile, anche a costo di provocare una destabilizzazione grave di tutto l’Iran e della regione.

Teheran, 13 marzo 2026 (AP Photo/Vahid Salemi)
Dal cielo al mare
Dopo poco più di una settimana di conflitto, la guerra ha cominciato a cambiare, soprattutto per via di un cambio di strategia dell’Iran. Nei primi giorni era stata una guerra soprattutto aerea: Stati Uniti e Israele bombardavano l’Iran; l’Iran e le sue milizie alleate bombardavano obiettivi statunitensi e israeliani in tutta la regione, oltre che le infrastrutture nei paesi del Golfo.
Più di recente l’attenzione si è concentrata invece sullo stretto di Hormuz, e la guerra è diventata soprattutto marittima. In parte perché, a causa dei bombardamenti, l’Iran ha probabilmente perso buona parte delle sue capacità di lancio: israeliani e americani hanno colpito sistematicamente le squadre missilistiche iraniane, e di conseguenza i lanci di missili e droni negli ultimi giorni sono calati drasticamente (anche se comunque continuano, in misura minore).
L’Iran inoltre ha capito che concentrarsi sul golfo di Hormuz era il modo migliore per aggravare e accelerare la crisi energetica, e dunque aumentare le sofferenze economiche inflitte agli Stati Uniti e ai suoi alleati. Sono aumentati così gli attacchi contro le navi cargo che cercavano di passare per lo stretto, con una parziale eccezione per quelle dirette verso la Cina, che mantiene buoni rapporti con l’Iran. Al momento sono state attaccate almeno 16 navi.
Gli Stati Uniti stanno anche valutando la possibilità di scortare con la propria marina le navi commerciali che passano per lo stretto, ma il segretario Wright ha detto che al momento «non sono pronti» per farlo.
– Leggi anche: La guerra dell’Iran si sta spostando sul mare
Poche vie d’uscita
Ora Trump è bloccato. Non ha definito obiettivi chiari fin dall’inizio, e non ha raggiunto punti di svolta tali da poter dire credibilmente «missione compiuta». Il regime iraniano non è crollato, e anzi sembra determinato a resistere; il programma nucleare e missilistico del paese non è stato interrotto; e l’Iran ha dimostrato di essere un paese cruciale, a suo modo, per l’economia mondiale.
Bisogna evitare di essere troppo drastici: i bombardamenti di Stati Uniti e Israele hanno davvero indebolito come mai prima il regime e le sue capacità militari. Ma non al punto di provocarne la caduta, almeno per il momento: anche perché nel frattempo non c’è stato un piano parallelo per aiutare la fragilissima e frammentatissima opposizione iraniana.
Trump ha bisogno di un modo che gli consenta di porre fine alla guerra senza risultare debole agli occhi del suo elettorato e della comunità internazionale. Le opzioni a sua disposizione però sono poche. Potrebbe riaprire i negoziati con l’Iran, che però al momento non intende negoziare. Potrebbe provare una nuova offensiva di grande impatto, come per esempio l’uccisione di Mojtaba Khamenei.
Se messo alle strette, Trump potrebbe anche decidere di non aver bisogno di una motivazione forte per dichiarare vittoria. A un certo punto potrebbe dire che le capacità militari dell’Iran sono state fortemente degradate, che quindi gli Stati Uniti hanno ottenuto quello che volevano e che sono pronti a ritirarsi. Sarebbe poco credibile però, soprattutto dopo che lui stesso ha chiesto all’Iran una «resa incondizionata», senza ottenerla.



