Il ghetto verticale
L'Hotel House di Porto Recanati è un gigantesco condominio fatiscente e di fatto inabitabile: e però ci abitano duemila migranti, costretti tra le altre cose a fare moltissime scale
di Angelo Mastrandrea, foto di Andrea Sabbadini

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L’Hotel House è un palazzo di 17 piani in cui vivono duemila migranti, isolati e in condizioni molto precarie. Si trova in una zona di campagna alla periferia meridionale di Porto Recanati, a poche decine di metri da uno svincolo della statale Adriatica e a un paio di chilometri dal centro di Recanati, nelle Marche. Visto dall’alto ha la forma di una croce, ed è formato da 480 appartamenti tutti uguali, di 55 metri quadrati ciascuno e con un terrazzino. Metà affaccia verso il mar Adriatico, che è a meno di un chilometro.

Il mare di Porto Recanati visto dall’Hotel House (Andrea Sabbadini per il Post)
Fu costruito alla fine degli anni Sessanta per le famiglie della classe media marchigiana e umbra che cercavano una seconda casa al mare, ma nel tempo si è trasformato in una specie di ghetto verticale. Al pianterreno ci sono alcuni negozi di generi alimentari, un money transfer, un’agenzia di viaggi, un rivenditore di bombole del gas e un commercialista che si occupa anche di permessi di soggiorno e ricongiungimenti familiari.
C’è anche un bar che però è chiuso, come pure un locale dove c’erano una lavanderia a gettoni e un distributore automatico di latte. Non c’è più neanche la ludoteca dove ragazzi e ragazze andavano dopo la scuola. È stata spostata nell’oratorio di una parrocchia perché i locali sono inagibili. «In questo palazzo vivono 450 minori, era l’unico posto dove potevano incontrarsi e socializzare, in particolare le donne che, secondo la mia esperienza, a partire dagli 11-12 anni rimangono spesso in casa», racconta Giorgio Cingolani, antropologo e documentarista che si è occupato a lungo dell’Hotel House e lo conosce bene.

Alcuni ragazzi sotto l’Hotel House (Andrea Sabbadini per il Post)

Davanti all’Hotel House (Andrea Sabbadini per il Post)
L’unico luogo di aggregazione rimasto è la moschea, che si trova sul retro del palazzo. Uno dei responsabili del centro islamico che la gestisce, Kibria Maiyan, è arrivato dal Pakistan vent’anni fa. Dice che per molti suoi concittadini l’Hotel House è solo un luogo di passaggio e che il loro obiettivo è di riuscire ad arrivare a Londra. Ci è andato anche lui, a Londra, ma dice di non essersi trovato bene ed è tornato a Porto Recanati. Ora gestisce una rivendita di frutta e verdura. Poco più avanti Navid Khan ha aperto un negozio di barbiere dove fa l’epilazione con filo arabo. Dice di essere arrivato in Italia nel 2015, dal Pakistan, attraverso la rotta balcanica. «Ho viaggiato per un anno e mezzo, ora con la guerra in Iran sarebbe impossibile rifare lo stesso percorso».

Navid Khan è arrivato nel 2015 dal Pakistan e ha aperto un negozio di barbiere al pian terreno dell’Hotel House. È molto abile a sistemare le sopracciglia con il metodo tradizionale del filo arabo (Andrea Sabbadini per il Post)

Un androne dell’Hotel House (Andrea Sabbadini per il Post)
All’interno del palazzo c’erano quattro portinerie, una per ogni androne, con altrettanti portieri. Ora sono tutte chiuse e abbandonate. Gli ascensori, due per ogni ingresso, non funzionano, i quattro montacarichi sono stati sventrati: si sale solo a piedi. A ogni piano ci sono ballatoi fatiscenti con finestre spaccate e balaustre pericolanti, da cui si diramano corridoi bui e senza finestre. Per andare verso gli appartamenti c’è bisogno di una torcia anche di giorno.
Nelle case non c’è il riscaldamento, per cucinare si usano le bombole del gas, che spesso vengono accatastate sui terrazzi. Non c’è acqua potabile. «La prendiamo da un pozzo profondo 55 metri che abbiamo scavato vicino al palazzo, ma possiamo utilizzarla solo per lavarci», spiega Otello Fioriti, un manutentore di macchine grafiche in pensione che abita al quattordicesimo piano insieme alla moglie Maria Dolores D’Onofrio, figlia di un sarto barese emigrato in Argentina che «cuciva i vestiti al presidente Juan Domingo Peròn». Fioriti è veneziano, di Mira, ed è uno dei pochissimi italiani che vivono nel palazzo.

Otello Fioriti e sua moglie Maria Dolores D’Onofrio, al dodicesimo piano (Andrea Sabbadini per il Post)

Le telecamere di sorveglianza davanti all’Hotel House (Andrea Sabbadini per il Post)
Fuori, davanti all’unica via d’accesso, ci sono due cancelli blindati con altrettante telecamere di sorveglianza e torrette di guardia, che però sono vuote. Ricordano il periodo in cui l’edificio era recintato e sorvegliato 24 ore su 24: all’interno del complesso residenziale c’erano negozi, bar, pizzerie e ristoranti, una piscina, piste da bowling, parchi giochi per i bambini, campi di pallavolo e per giocare a calcio.
Il palazzo fu costruito alla fine degli anni Sessanta con l’idea di «vivere tra mura domestiche con i servizi di un grande albergo», o almeno così recitava uno slogan pubblicitario. Per questo fu chiamato Hotel House. La gran parte degli appartamenti furono venduti come seconde case per le vacanze e li comprarono anche molte persone che provenivano dal Nord Italia. «Ci portavano perfino a fare le gite in mare durante l’estate», ricorda Alfredo La Rosa, un colonnello dell’aeronautica in pensione che nel 1993 acquistò un appartamento al quattordicesimo piano. In quel periodo all’Hotel House vennero a vivere molti militari della vicina caserma di Potenza Picena.

La portineria dell’ingresso principale dell’Hotel House (Andrea Sabbadini per il Post)

Il piazzale principale dell’Hotel House (Andrea Sabbadini per il Post)
Con il tempo però molti degli abitanti originari misero in vendita gli appartamenti, perché le spese per il servizio di portineria, per la sorveglianza e per il riscaldamento centralizzato erano troppo alte e le case venivano utilizzate solo nel periodo estivo. «Il declino vero del palazzo cominciò all’inizio degli anni Duemila, quando si trasferirono qui alcuni malavitosi che cambiarono la composizione sociale del palazzo», spiega Franca Zanzi, che vive all’ottavo piano («sono 265 scalini») e lavora nel ristorante di uno stabilimento balneare. Erano membri del clan camorristico dei Casalesi, così detto perché la sua base principale era a Casal di Principe, nel casertano.

Una discarica abusiva vista dall’interno del palazzo (Andrea Sabbadini per il Post)
Molti abitanti abbandonarono le loro case o cominciarono ad affittarle ai migranti, che in quel periodo cercavano alloggi a basso costo per andare a lavorare nelle fabbriche di calzature, di cuoio e di pelli della zona. L’Hotel House per un periodo divenne una piazza di spaccio, alcuni appartamenti furono abbandonati e occupati, altri furono requisiti dalle banche e messi all’asta perché i proprietari non avevano pagato le rate del mutuo; l’acqua fu tagliata e tutti i servizi furono cancellati perché li pagavano solo in pochi. Nel 2015 il condominio aveva accumulato un debito di un milione di euro e il tribunale nominò un amministratore giudiziario.

I terrazzi dell’Hotel House (Andrea Sabbadini per il Post)

Luigi Izzo, originario del casertano, la mattina esce dal suo appartamento all’ottavo piano, scende nel cortile e risale in casa la sera. Molti abitanti dell’Hotel House, specie quelli dei piani più alti, scendono e risalgono una volta al giorno perché è faticoso (Andrea Sabbadini per il Post)
Ora la criminalità è diminuita molto, e anche la composizione degli abitanti è cambiata. Grazie al fatto che gli appartamenti costano poche migliaia di euro, molti sono stati acquistati da lavoratori migranti che ci sono venuti a vivere con le famiglie. Altri sono stati comprati da italiani alle aste giudiziarie: un solo proprietario ne ha acquistati una cinquantina, che affitta a bangladesi e pakistani. Da molti anni però nel palazzo non c’è nessuna manutenzione e sorveglianza.
A novembre i vigili del fuoco e i vigili urbani hanno fatto un’ispezione nel palazzo. Hanno notato infiltrazioni d’acqua nei contatori dell’impianto elettrico, soffitti danneggiati, il piano interrato «impraticabile» a causa delle perdite fognarie, le scale di emergenza «inservibili», gli estintori svuotati e «accumulati nell’androne di ingresso», e infine i parapetti dei balconi contenenti amianto, che andrebbero sostituiti.

I garage allagati per la rottura delle fognature (Andrea Sabbadini per il Post)
La prefettura di Macerata ha chiesto al comune di intervenire, minacciando la chiusura forzata perché il palazzo non è abitabile in queste condizioni. Non è la prima volta che si parla di sgomberare gli abitanti dell’Hotel House: già a settembre del 2018 l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini promise di raderlo al suolo ed espellere i migranti irregolari. Nessuno però lo ha mai fatto, perché non si saprebbe dove spostare tutti gli abitanti, che sono circa un sesto della popolazione di Porto Recanati; ma soprattutto perché l’Hotel House è un condominio privato dove molti proprietari di appartamenti sono italiani.
Alla fine di gennaio il sindaco Andrea Michelini, che guida una coalizione di centrodestra, ha chiesto alla Domus Aurea, la società appena nominata dal tribunale di Macerata per amministrare il palazzo, di risolvere «entro 30 giorni» le «gravi carenze igienico-sanitarie» e i problemi di sicurezza.
Ma l’amministratore Mattia Rinaldi dice che per riqualificare l’Hotel House ci vorrà qualche anno, perché c’è bisogno di lavori straordinari e di molti soldi. Vuole utilizzare i contributi pubblici del Conto Termico 3.0, la misura per migliorare l’efficienza energetica degli edifici, e convincere alcuni imprenditori del settore immobiliare a investire per ristrutturare gli appartamenti.
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