Perché Meloni ha cominciato a esporsi di più sul referendum

L'ha dovuto fare principalmente per limitare i danni dei suoi alleati, anche se ne avrebbe fatto a meno

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni in un frame tratto dal suo video sul referendum (ANSA)
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni in un frame tratto dal suo video sul referendum (ANSA)
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La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha iniziato a esporsi in prima persona sul referendum per la riforma della magistratura. Lo ha fatto con un video di quasi 14 minuti pubblicato lunedì sui suoi canali social, per provare a rendere la campagna per il Sì più efficace di com’è stata finora e mobilitare così l’elettorato. Ne avrebbe però fatto volentieri a meno: il suo intervento diretto rende infatti più politico il voto del 22 e del 23 marzo, mentre Meloni avrebbe voluto che l’opinione pubblica si concentrasse sul merito della riforma, slegando l’esito della consultazione da un giudizio sul suo governo.

La scelta di Meloni è legata al fatto che la campagna referendaria non sta andando secondo i piani del governo, infatti gli ultimi sondaggi dicono che c’è stata una rimonta del No: a complicare le cose ci hanno pensato gli stessi alleati di Meloni e soprattutto la guerra in Medio Oriente.

In più, per il governo Meloni non è un referendum come gli altri: la riforma della magistratura è attualmente l’unica grande riforma che il governo può aspirare a completare prima delle elezioni politiche del 2027, dal momento che le altre due più importanti – quella sull’autonomia differenziata e quella sul cosiddetto premierato – sono ferme per diversi motivi.

Finora Meloni aveva molto limitato i suoi interventi pubblici sulla riforma della magistratura, affidando il compito di fare campagna ai suoi ministri e alla maggioranza, sempre con l’indicazione di non politicizzare il referendum. Ma non è andata benissimo: lo si è visto innanzitutto con la serie di uscite più o meno infelici del ministro della Giustizia Carlo Nordio, culminate nelle critiche pesantissime rivolte al Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) tre settimane fa.

Le parole di Nordio, che aveva definito il CSM un organismo «para-mafioso», avevano spinto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella a intervenire in modo del tutto inusuale a una riunione del CSM per ribadire la necessità per tutte le istituzioni di rispettarsi a vicenda, con un riferimento abbastanza chiaro alla campagna sul referendum.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella presiede l’Assemblea plenaria straordinaria del Consiglio Superiore della Magistratura, a Roma, 18 febbraio 2026 (ANSA/Francesco Ammendola/Ufficio stampa della presidenza della Repubblica)

Non è andata molto meglio neanche con i due vicepresidenti del Consiglio nonché ministri degli altri due partiti di maggioranza, Forza Italia e Lega, cioè Antonio Tajani e Matteo Salvini. Tajani sta faticando a coordinare i parlamentari forzisti sulla campagna, mentre Salvini non la sta praticamente facendo. Anche sui suoi profili social i riferimenti al referendum sono molto pochi.

A tutto questo si è aggiunta la guerra in Medio Oriente, iniziata proprio quando lo staff di Meloni aveva programmato di cominciare la sua campagna referendaria, cioè dopo il Festival di Sanremo. L’idea era di fare leva su alcuni casi giudiziari per convincere gli elettori a confermare la riforma: in effetti nei giorni scorsi Meloni ha fatto una serie di interviste, con il TG5, con RTL 102.5 e con la trasmissione Fuori dal coro su Rete 4, ma inevitabilmente gran parte delle domande ha riguardato la guerra in Medio Oriente, e la posizione dell’Italia rispetto agli attacchi israeliani e statunitensi.

La guerra sta quindi diventando un problema per la campagna referendaria del governo. Il rischio è infatti che le persone siano troppo preoccupate dall’aumento del prezzo dei carburanti o dall’eventuale uso delle basi americane in Italia per mobilitarsi davvero per un tema percepito come molto lontano e astruso come la separazione delle carriere dei magistrati.

Secondo i sondaggi un’affluenza bassa favorirebbe la vittoria del No: Meloni e i suoi ministri hanno quindi bisogno di convincere le persone ad andare a votare.

Questo tentativo di persuasione è però ulteriormente ostacolato dal rapporto di Meloni con il presidente statunitense Donald Trump, che in Italia non è per niente popolare. Secondo i sondaggi più recenti la maggior parte degli italiani è contraria alla guerra cominciata da Stati Uniti e Israele, con differenze tuttavia abbastanza nette tra gli elettori della maggioranza e quelli di opposizione.

Meloni è quindi in difficoltà, perché da una parte non vuole inimicarsi Trump e dall’altra deve mantenere una posizione cauta sulla guerra. Lo ha ripetuto anche mercoledì mattina in Senato, dicendo che l’Italia non prende parte e non ha intenzione di prendere parte all’intervento statunitense e israeliano. Si è comunque tenuta su posizioni vaghe e non ha condannato nemmeno stavolta Stati Uniti e Israele, come chiedevano le opposizioni.

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Per tutte le ragioni elencate fin qui, Meloni ha ora scelto di portare avanti la campagna referendaria in modo molto più diretto. Il video pubblicato lunedì sui suoi canali social è stato commentato subito per la sua lunghezza (13 minuti e 55 secondi) e per l’intento dichiarato di Meloni di spiegare la riforma in modo chiaro, al di là delle polemiche politiche. Il discorso di Meloni non ne è affatto esente, comunque: ci sono vari punti in cui somiglia più a un comizio politico, con attacchi qua e là alla sinistra che «ha usato la giustizia per vincere le elezioni».

Meloni, che pure vuole spingere la gente a votare Sì, non vuole però ripetere gli errori fatti da Matteo Renzi, che nel 2016 si diede molto da fare per il referendum costituzionale promosso dal suo governo e finì per trasformare la consultazione in un voto su di sé, tanto che poi si dimise quando perse. Meloni è insomma consapevole del rischio di esporsi in prima persona e nel video ha già fatto capire che non intende dimettersi se la riforma non dovesse passare.

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Come ha spiegato il suo social media manager, Tommaso Longobardi, l’intento di Meloni con il video era soprattutto cercare di parlare a un pubblico ampio, non solo ai suoi elettori. «L’obiettivo è abbassare la barriera d’accesso al contenuto, non spingere una reazione emotiva», ha detto Longobardi.

Il tentativo di Meloni è stato per ora oscurato da un’altra sua alleata, cioè Giusi Bartolozzi, la potente capa di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio, che domenica durante una trasmissione ha invitato le persone a votare Sì «così ci togliamo di mezzo la magistratura che sono plotoni di esecuzione». Le sue dichiarazioni hanno messo in grande imbarazzo Nordio e l’intero governo, e hanno suscitato parecchie critiche dell’opposizione, che ha chiesto le dimissioni di Bartolozzi. Finora lei non si è scusata e si è limitata a dire che si riferiva solo a una giustizia «politicizzata».

L’impegno diretto di Meloni per il referendum comunque proseguirà. Longobardi ha già anticipato che nei prossimi giorni verranno estratte dal video delle clip da far girare. In più, Meloni farà altre interviste con radio e giornali. Secondo il Fatto Quotidiano il governo ha inoltre già comprato spazi pubblicitari su alcuni giornali, tra cui Avvenire e Quotidiano Nazionale (per circa ottomila euro), per una campagna di comunicazione sul referendum. Fratelli d’Italia ha infine in programma vari eventi per i prossimi giorni: uno di questi si terrà giovedì al teatro Franco Parenti di Milano, dove è attesa anche la presidente del Consiglio.

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