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  • Martedì 10 marzo 2026

Come la Cina è diventata così forte alle Paralimpiadi invernali

In pochi anni è passata dal quasi non esserci allo stravincere: c'entrano le Paralimpiadi di casa nel 2022 e il trasferimento di talento, tra le altre cose

(Steph Chambers/Getty Images)
(Steph Chambers/Getty Images)
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Dal 2004 la Cina è il paese con più ori e più medaglie totali a ogni edizione delle Paralimpiadi estive. Alle Paralimpiadi invernali invece partecipa dal 2002, e solo nel 2018 vinse la sua prima medaglia. Le cose cambiarono di colpo nel 2022, quando Pechino ospitò le Olimpiadi invernali e di conseguenza anche le Paralimpiadi invernali.

Alle Olimpiadi del 2022 la Cina arrivò quarta nel medagliere (dopo che raramente era stata tra i migliori dieci paesi) e alle successive Paralimpiadi fu all’improvviso dominante: ottenne 18 ori, 20 bronzi e 23 argenti; 61 medaglie in tutto, più del doppio rispetto all’Ucraina, seconda nel medagliere. A Milano Cortina è già a 17, di cui 8 d’oro.

La Cina non si è fermata lì. A queste Paralimpiadi è già nettamente prima nel medagliere, ed è anche il paese con più atleti e atlete in gara: sono 70, più di un decimo rispetto a quelli totali. Non sono parecchi di più solo perché c’è un limite massimo al numero di atleti totali che un paese può far gareggiare nei vari sport.

La storia di come ha fatto la Cina a dominare le Paralimpiadi invernali inizia nel 2015, quando le furono assegnate le Olimpiadi e le Paralimpiadi del 2022, e ovviamente ci sono di mezzo parecchi soldi e un grande piano finalizzato a vincere tanto e in fretta. Ma prima bisogna tornare rapidamente indietro di qualche decennio prima, e al perché la Cina è così interessata alle medaglie olimpiche e paralimpiche, soprattutto agli ori.

Il motivo è lo stesso di ogni altro paese, seppur assai accentuato: per far vedere quanto è forte e usare le vittorie per trarne beneficio. È in parte soft power e in parte sportwashing, ma anche un modo per ottenere legittimazione politica e accrescere l’orgoglio nazionale, oltre che per far girare l’economia di determinati sport e, nel caso di quelli invernali, del turismo sportivo a loro collegato.

Hesong Dang e la guida Hongda Lu dopo aver vinto l’oro nel biathlon, l’8 marzo a Tesero (Buda Mendes/Getty Images)

Nei decenni la Cina ha perfezionato un metodo che punta a trovare, selezionare e formare atleti e atlete. Il tutto con una meticolosa attenzione agli sport con più medaglie disponibili e maggiori possibilità di affermarsi nel giro di qualche anno. Più uno sport è contendibile, più è possibile entrarci e in poco tempo vincere tante medaglie, più la Cina ci punta, a prescindere dal seguito, dalla rilevanza o dalla tradizione che ha nel paese.

E rieccoci al 2015, quando Pechino fu preferita ad Almaty, in Kazakistan, per ospitare i Giochi olimpici e paralimpici del 2022. Dopo il successo – di certo dal suo punto di vista – delle Olimpiadi estive del 2008, la Cina voleva rifare lo stesso con quelle invernali, in cui storicamente aveva avuto buoni risultati quasi solo in alcune discipline su ghiaccio.

Ancora prima di ottenere l’organizzazione il presidente cinese Xi Jinping aveva detto di voler portare «200-300 milioni di cinesi a praticare sport della neve e del ghiaccio». L’obiettivo, oltre che sportivo e politico, era economico: sfruttare la voglia di emulazione per stimolare il turismo invernale. In questo progetto le Paralimpiadi erano oltremodo secondarie; ma proprio perché avrebbe dovuto ospitarle in casa, la Cina ci si mise d’impegno. Banalmente, voleva evitare brutte figure e anzi, sapendo di non poter puntare a vincere il medagliere delle Olimpiadi invernali, si dedicò alle Paralimpiadi.

All’interno di un grande piano decennale da diverse decine di miliardi di euro (trattandosi di Cina è ancor più difficile del solito avere numeri certi e separare i fatti dalla propaganda) il governo puntò forte sullo sport paralimpico invernale con finanziamenti, infrastrutture e ricerca di atleti.

Il punto di partenza è stato il grande bacino di persone e, di conseguenza, di persone con disabilità, che si stima in Cina siano almeno 80 milioni, soprattutto nelle aree più povere e rurali. Soprattutto, però, la Cina ha operato il cosiddetto “trasferimento di talento”: oltre a formare bambini e bambine per farli gareggiare negli sport invernali, ha scelto atleti e atlete di altri sport, magari a livello giovanile, cercando di farli specializzare in uno sport invernale in qualche modo simile al loro. Ci sono infatti spesso forti somiglianze e affinità, a livello fisico e biomeccanico, tra sport diversi.

In questo modo la Cina ha sfruttato il suo rigido sistema di selezione e formazione per sopperire in pochi anni alle sue carenze negli sport invernali, in particolare negli sport invernali paralimpici.

La delegazione cinese alla cerimonia di apertura delle Paralimpiadi invernali del 2010 (Martin Rose/Bongarts/Getty Images)

La Cina ha detto di essere passata, tra il 2015 e il 2022, dall’avere 50 atleti paralimpici invernali all’averne «diverse migliaia». Alle Paralimpiadi del 2014 partecipò con dieci atleti; a quelle del 2022 con 85 atleti, l’88 per cento dei quali erano alle loro prime Paralimpiadi.

Fino al 2016 la Cina nemmeno aveva una squadra di sci alpino paralimpico; alle Paralimpiadi di Milano Cortina è presente con 13 sciatori e, più in generale, con almeno un atleta o una squadra in ogni sport, quasi in ogni specialità o categoria.

La delegazione cinese alla cerimonia di apertura delle Paralimpiadi del 2022 (Steph Chambers/Getty Images)

La grande competizione interna permette alla delegazione cinese di selezionare i migliori atleti per ogni disciplina e categoria, così da poter puntare subito e quasi sempre a una medaglia, spesso all’oro. Nel 2022 la Cina era in gara con 96 atleti e vinse 61 medaglie. Anche se alcuni vinsero più di una medaglia, considerando che alcuni sport prevedono più atleti significa che la maggior parte di loro finì sul podio.

Grazie all’alta competizione interna, certi atleti cinesi danno l’idea di arrivare quasi dal nulla e di prepararsi meglio di altri. Nelle gare di biathlon di Milano Cortina il cinese Cai Jiayun ha già vinto due ori, dopo che ai Mondiali del 2025 non era andato oltre il settimo posto.

In genere – pensate al calcio, al basket o alla pallavolo – la Cina fatica a eccellere negli sport di squadra: perché ha più divario da recuperare e perché sono meno programmabili di molti sport individuali. Nelle Paralimpiadi invernali riesce a fare eccezione anche lì: domina da anni il curling a squadre, e nel 2022 arrivò persino al bronzo nell’hockey.

La squadra cinese di para ice hockey, il 9 marzo a Milano (James Fearn/Getty Images for IPC)

Da un lato, anche a prescindere dai motivi, le maggiori attenzioni della Cina allo sport paralimpico invernale sono una buona notizia. E ci sono dati citati dal Comitato paralimpico internazionale che, seppur difficili da verificare, parlano di almeno 300mila cinesi con qualche tipo di disabilità che in questi anni si sono in qualche modo avvicinati agli sport invernali.

Dall’altro ci sono però ancora tanti problemi. Anzitutto, così come nello sport olimpico, tra pochi atleti che eccellono ci sono moltissimi altri che non ci riescono, e che per averci provato hanno rinunciato allo studio e alla possibilità di formarsi per carriere diverse da quella sportiva. C’è poi il fatto che fuori dal contesto paralimpico la disabilità è ancora un grande problema in Cina, anzitutto in termini di accessibilità e pari opportunità.

Paradossalmente, si ritiene tra l’altro che tra le ragioni che hanno portato la Cina a trovare così in fretta tanti talenti paralimpici ci sia la forte segregazione scolastica – in vigore fino a qualche anno fa – degli studenti con disabilità.