Cosa succede se non differenziate correttamente le batterie al litio
Dove si butta la batteria di un aspirapolvere? E quella di uno smartphone? Saperlo può prevenire molti incendi
di Simone Fant

A inizio febbraio è scoppiato un grosso incendio in un impianto della Ecorek, un’azienda che gestisce rifiuti urbani (cioè quelli delle case e delle piccole attività) a Campofelice di Roccella, piccolo comune in provincia di Palermo. Per spegnere l’incendio ci sono voluti tre giorni, durante i quali l’agenzia di monitoraggio ambientale Arpa Sicilia ha rilevato nell’aria livelli di diossine (inquinanti tossici per l’ambiente e per l’uomo) tre volte superiori a quelli che solitamente vengono registrati in aree abitate. Secondo i tecnici di Ecorek, a causare l’incendio sarebbe stato un rifiuto elettronico finito erroneamente tra quelli di plastica.
Non si sa con precisione cosa abbia innescato la combustione, ma alla luce dei numerosi casi segnalati dagli operatori ecologici in Italia e in Europa, è molto probabile che all’origine dell’incendio ci sia stato il surriscaldamento di una batteria agli ioni di litio contenuta in un dispositivo elettronico: sono rifiuti che andrebbero smaltiti in contenitori dedicati, ma in pochi ne sono consapevoli o vi prestano attenzione.
Le batterie agli ioni di litio portatili alimentano gran parte dei dispositivi elettronici in commercio, tra cui smartphone, spazzolini elettrici, aspirapolveri, sigarette elettroniche e persino varie tipologie di giocattoli. Hanno il pregio di essere piccole e leggere, sono in grado di accumulare tanta energia e costano poco. Ma se danneggiate prendono fuoco o esplodono molto più facilmente di altre categorie di batterie, che differiscono per chimica (alcaline, al piombo, al nichel) e utilizzi (telecomandi, trapani, macchinari industriali).
Smaltire correttamente le batterie facilita il riciclo di metalli, tra cui piombo, zinco, ferro e potenzialmente anche il litio, essenziale per la produzione di nuove batterie. Ma non è solo una buona pratica ambientale: riduce fortemente il rischio di incendi, che possono mettere in pericolo i lavoratori negli impianti, emettere sostanze nocive alla salute e causare grossi danni alle aziende.
Eppure in Italia la raccolta differenziata delle batterie portatili (da non confondere con quelle più grosse impiegate nei veicoli elettrici) resta insufficiente e spesso disordinata. In parte le ragioni hanno a che fare col fatto che le persone la fanno male, e con una certa pigrizia sul tema, ma non solo: spesso è il modo in cui sono progettati i prodotti elettronici a rendere complicato, se non quasi impossibile, rimuovere le batterie e smaltirle in modo corretto.
Da anni le aziende di gestione dei rifiuti urbani segnalano l’abbandono di batterie nei flussi di rifiuti errati: nei sacchi della spazzatura indifferenziata, tra quelli della plastica e tra i piccoli RAEE, una categoria di rifiuti elettronici che viene raccolta (anche qui con scarso successo) nei supermercati, nei negozi di elettronica e nelle isole ecologiche.
Questi esempi sono indicativi di due tendenze assai diffuse: da un lato la scarsa consapevolezza di chi non rimuove le batterie prima di smaltire un apparecchio elettronico; dall’altro la difficoltà concreta di estrarle dai dispositivi. Rimuovere le batterie al litio dalle sigarette elettroniche usa e getta è rischioso e sconsigliato. Per imparare a toglierle dagli iPhone è necessario consultare tutorial piuttosto tecnici su You Tube.
Non è sempre stato così: nel 2007 fu Apple il primo produttore a sigillare le batterie nei telefonini, poi seguirono man mano Samsung, Huawei e tanti altri. Gli smartphone con batterie sigillate resistono meglio ad acqua e polvere, sono più leggeri, efficienti e facili da fabbricare. Però hanno un grosso difetto: per sostituire la batteria serve l’assistenza tecnica, che è piuttosto costosa. Questo spesso spinge gli utenti a comprare un nuovo telefono anziché farlo riparare. Il regolamento europeo sulle batterie del 2023, a cui da poco si è adeguata la normativa italiana, dovrebbe cambiare le cose: a partire dal 2027 i produttori saranno obbligati a progettarle in modo che siano facilmente rimovibili dalle apparecchiature elettroniche.
«Le batterie al litio sono una grande invenzione. Chi le ha inventate ha preso il premio Nobel, ma probabilmente nessuno ha pensato a come smaltirle in modo sicuro», dice Giuseppe Piardi, direttore generale della filiale italiana di Stena Recycling, che come è successo a Ecorek e ad altre aziende del settore ha subìto le conseguenze di una cattiva raccolta differenziata (il riferimento è al premio Nobel per la chimica del 2019).
Lo scorso maggio il surriscaldamento di una batteria lunga appena 15 centimetri, nascosta in un cumulo di plastica, ha causato un incendio in uno dei principali impianti dell’azienda ad Angiari, in provincia di Verona. Ha causato dieci milioni di euro di danni, costringendo a un’interruzione di sette mesi delle attività dell’impianto. Per Stena Recycling è il quarto incendio in dieci anni, ma non è un caso isolato: in Francia il numero di incendi di questo tipo è raddoppiato tra il 2019 e il 2023; in Germania, sui circa 10mila incendi registrati ogni anno negli impianti di selezione dei rifiuti, quasi l’80 per cento è in qualche modo riconducibile alle batterie al litio; nel 2023 nel Regno Unito sono scoppiati più di 1.200 incendi nei camion della spazzatura e nelle discariche, con un aumento del 70 per cento rispetto all’anno precedente. A differenza di questi paesi, dove i dati sono stati raccolti principalmente da associazioni di riciclo, in Italia non ci sono rilevazioni sul numero degli incendi.
Per prevenire gli incendi, molte imprese si affidano a termocamere in grado di rilevare tra i cumuli di rifiuti eventuali segnali di “fuga termica”: un fenomeno di surriscaldamento rapido e incontrollato di una batteria al litio che avviene quando il calore si accumula più velocemente di quanto possa essere dissipato, provocando la fuoriuscita di gas tossici o addirittura l’esplosione della batteria stessa. Questo sistema di monitoraggio però non è infallibile, soprattutto nei giorni di chiusura degli impianti quando i capannoni, colmi di rifiuti, restano incustoditi. Ancora più complicato è domare gli incendi, specialmente se si propagano in magazzini che stoccano rifiuti di materiali facilmente infiammabili come la plastica. In questi casi i vigili del fuoco ricorrono a delle specie di cannoni che sparano schiuma estinguente.
Ci sono varie ragioni per cui le batterie al litio possono incendiarsi. All’origine ci possono essere difetti di fabbrica come nel caso del modello Galaxy Note 7 di Samsung, ritirato dal mercato dieci anni fa. In altri casi il problema è legato alle condizioni d’uso: l’esposizione prolungata a temperature elevate; urti e perforazioni dell’involucro protettivo che possono provocare cortocircuiti; anche caricabatterie non idonei o sistemi di ricarica improvvisati che aumentano il rischio di sovraccarica e instabilità. È emblematico il caso delle biciclette e scooter elettrici a New York dalle cui batterie, spesso non certificate o ricaricate in modo improprio, negli ultimi anni si sono innescate centinaia di incendi.
«Potrebbe capitare anche nei camion che raccolgono la spazzatura indifferenziata e la tritano. Se tra quei rifiuti c’è una batteria blindata in un dispositivo elettronico, rischia di incendiarsi tutto» dice Giorgio Arienti, direttore generale di Erion WEEE, un consorzio che si occupa della raccolta dei rifiuti elettronici.
In base al regolamento europeo, le batterie esauste dovranno essere raccolte in percentuali quasi irraggiungibili per l’Italia: il 73 per cento entro il 2030 rispetto alla quantità immessa sul mercato. Oggi se ne recupera solamente il 31 per cento, ben al di sotto di Spagna, Germania e Francia.
Le batterie portatili al litio sono raccolte nelle isole ecologiche comunali, in molti supermercati e rivenditori di elettronica su tutto il territorio nazionale. Per quelle non rimovibili dal corpo del dispositivo, verranno gradualmente messi a disposizione appositi contenitori di colore arancio con la scritta «apparecchiature elettriche ed elettroniche con batterie al litio per riciclaggio».



