Dovremmo portare più rispetto per le mummie egizie?

Nei musei sono sempre una grande attrazione, ma da qualche anno si discute su come e se dovrebbero essere esposte, anche in Italia

Turisti fotografano la mummia del faraone Tutankhamon, nella Valle dei Re, in Egitto (AP Photo/Amr Nabil)
Turisti fotografano la mummia del faraone Tutankhamon, nella Valle dei Re, in Egitto (AP Photo/Amr Nabil)

Per centinaia di anni i corpi degli antichi Egizi conservati attraverso il processo di mummificazione non sono stati trattati come cadaveri. Tra il dodicesimo e il diciassettesimo secolo, per esempio, alcuni farmacisti europei macinavano i corpi mummificati portati dall’Egitto e li vendevano come medicinali. Nell’Ottocento i ricchi viaggiatori europei erano soliti portare a casa corpi mummificati di esseri umani e animali come souvenir esotici. Nell’Inghilterra vittoriana, poi, i ricchi organizzavano festini dedicati al “mummy unwrapping”, momento in cui un presentatore rimuoveva le bende di una mummia di fronte al pubblico per svelare cosa si nascondeva sotto.

Oggi le mummie sono considerate soprattutto figure soprannaturali e minacciose, protagoniste di film horror e di fantascienza, da cui travestirsi per Halloween. Anche per questo, le sezioni dei musei di storia che espongono corpi mummificati spesso catturano la curiosità degli spettatori, e in particolare dei bambini. Da qualche anno, però, un numero crescente di musei sta riflettendo sul fatto che le mummie non sono reperti archeologici qualsiasi, ma resti di persone morte.

Un corpo mummificato esposto “svelato” a Manchester, nel 1893 (Heritage Art/Heritage Images via Getty Images)

La questione si inserisce in una discussione più ampia, cominciata negli Stati Uniti negli anni Novanta, quando una legge federale costrinse i musei a restituire i resti umani appartenuti a indigeni americani alle loro comunità, in modo che potessero essere seppelliti dignitosamente. Da allora il dibattito si è esteso ad altri contesti: in paesi come Germania e Regno Unito vari musei hanno rimosso dalle proprie esposizioni i resti umani acquisiti durante il periodo coloniale, riconoscendo che erano stati quasi sempre sottratti alle popolazioni di origine con la forza e spesso per cercare di provare scientificamente la superiorità razziale dei bianchi.

In questo contesto, da anni egittologi, archeologi e altri esperti discutono tra loro sull’opportunità di includere anche le mummie egizie in questi ragionamenti. Non tutti concordano sul fatto che gli attuali abitanti dell’Egitto vadano considerati diretti discendenti degli antichi Egizi, dato che sono passati migliaia di anni, e di conseguenza non è chiaro chi abbia il diritto di decidere come debbano essere trattati questi corpi.

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«In Egitto, negli anni Ottanta del secolo scorso, il presidente Sadat aveva persino vietato l’esposizione delle mummie nel Museo Egizio del Cairo», racconta l’egittologo Mattia Mancini. Oggi, dice, i corpi degli antichi faraoni sono invece visti soprattutto come veicolo di un messaggio politico di identità nazionale, come ha dimostrato la “Parata d’oro dei Faraoni”, un grande corteo organizzato nel 2021 per trasportare una ventina di mummie fino al Museo nazionale della Civiltà egizia del Cairo, per la sua inaugurazione.

Molti sostengono che esporre i corpi mummificati abbia un valore educativo e scientifico notevole, e che questo valore sia più importante rispetto a obiezioni etiche applicate a individui morti migliaia di anni fa. Altri arrivano a sostenere che gli antichi egizi stessi avrebbero visto di buon occhio la propria presenza nei musei, perché erano convinti che il corpo dovesse continuare a esistere dopo la morte e che essere ricordati e nominati fosse una forma di vita eterna.

Dall’altra parte, invece, c’è chi ritiene che nessuna giustificazione scientifica o culturale possa superare il fatto che queste persone non hanno mai dato il consenso a essere esposte al pubblico da morte, e che farlo quindi sia profondamente irrispettoso e poco etico.

Stephanie Black, archeologa e content creator molto seguita che tratta spesso questioni etiche nel suo campo, non è convinta che esporre resti umani sia il modo più efficace per umanizzare il passato. «Una persona che va raramente al museo e si trova in una stanza che mostra una mummia o delle ossa difficilmente penserà alla bellezza della nostra umanità condivisa: è più probabile che pensi “uuuh, ossa!”», dice. «Realisticamente, molti musei continuano a mostrare resti umani perché sanno che attirano un vasto pubblico».

Una parte della discussione, poi, sta nell’utilizzo stesso della parola “mummia”. Il termine deriva probabilmente dall’arabo “mumiya”, che indicava il bitume usato per imbalsamare i corpi, e fu adottato dalle lingue europee per parlare dei corpi stessi nel Cinquecento, quando cominciarono a circolare molti di questi resti. Alcuni studiosi sostengono che questo slittamento semantico abbia contribuito a trasformare gli individui in oggetti. Per questo motivo diversi musei hanno cominciato a sostituire il termine con espressioni come “individuo mummificato” o “resti mummificati”. La scelta, comunque, non è universalmente condivisa, e alcuni la considerano una correzione più simbolica che sostanziale.

Il sarcofago in cui si trova Asru (Manchester Museum)

Per adeguarsi a queste discussioni e sensibilità, molte delle istituzioni che ospitano mummie egizie nelle proprie collezioni hanno cominciato a riflettere su come approcciarvisi. Pochi mesi fa, per esempio, il Museo di Manchester ha avviato una consultazione pubblica per decidere se continuare a esporre la mummia di una sacerdotessa vissuta 2700 anni fa, Asru. Nel 2018 il Rhode Island School of Design Museum di Providence, negli Stati Uniti, ha deciso di rimettere la mummia dell’antico sacerdote Nesmin nel suo sarcofago, e di mostrarlo chiuso.

Il Museo Nazionale della Scozia, invece, ha deciso di rimuovere tutte le foto di resti umani dal suo database online, ma ha mantenuto le foto delle mummie. E l’Übersee-Museum di Brema, in Germania, che negli ultimi anni è stato particolarmente attento a togliere dalle proprie esposizioni ossa e teschi di popolazioni indigene ottenuti durante il periodo coloniale, ha deciso a sua volta di continuare a esporre le mummie.

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Mancini, l’egittologo, dice comunque che «già da tempo le mummie non vengono più sbendate materialmente, ma solo virtualmente grazie ai più avanzati strumenti diagnostici. In generale, si nota una maggior attenzione alla contestualizzazione archeologica dei corpi e al racconto della storia dei singoli individui cui appartenevano». Al momento, comunque, non esistono protocolli internazionali condivisi.

In Italia ci sono vari musei che ospitano corpi mummificati: quello più conosciuto, e anche quello che più sta lavorando sul tema, è sicuramente il Museo egizio di Torino, che ne ospita oltre 114, di età comprese tra i 6mila e i 2mila anni. Alcune sono conservate e studiate nei laboratori del museo, ma molte altre sono esposte da decenni, e storicamente considerate l’attrazione più interessante della collezione. Già nel 2012 l’ex direttrice Eleni Vassilika aveva proposto di segnalare lungo il percorso espositivo la presenza di resti umani, per rispettare la sensibilità dei visitatori. Nel 2015 il Museo cominciò a esporre cartelli per invitare i visitatori ad accostarsi alle mummie con il contegno che si avrebbe con dei cadaveri.

Una sezione della sala “Alla ricerca della vita” (Museo Egizio di Torino)

Questa attenzione si è riflessa, nel 2021, nell’inaugurazione della sala “Alla ricerca della vita”, in cui sono stati svelati sei corpi mummificati di persone morte a età diverse. Il Museo ha spiegato di aver progettato la sala in modo da esporre le mummie «in un ambiente raccolto e intimo», in modo da «restituire al visitatore il profondo rispetto per la vita che caratterizza la civiltà antico egiziana».

Alice Dinegro è la presidente del Comitato etico del Museo, che è stato fondato nel 2023 e che si occupa di definire le politiche del museo su tutto ciò che riguarda i resti umani: esposizione, conservazione, linguaggio, didattica. Spiega che l’allestimento della sala è stato pensato anche a partire da alcuni riscontri raccolti negli anni tra i visitatori. «Non si parla più di tipologie di mummificazione, di credenze e di riti funerari, ma delle vite di queste persone», dice. «È anche questo un modo per spingere il visitatore a una riflessione ulteriore. Ma è sempre una sfida trovare il modo corretto per far comprendere che le mummie non sono un elemento un po’ cinematografico, ma un individuo che ha vissuto la propria vita, che adesso noi raccontiamo nel modo più rispettoso possibile».

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Chi visita la sala vede vari cartelli con un codice QR che porta a un questionario con cui il museo continua a raccogliere le opinioni dei visitatori sul modo in cui le mummie vengono esposte. «In realtà abbiamo già una serie di dati raccolti nel 2019, e poi un’altra serie che abbiamo raccolto nel 2025», racconta Dinegro. «Ed è interessante notare come si siano evolute le opinioni dei visitatori nell’arco di cinque anni». Nel 2019, per esempio, soltanto il 40 per cento circa dei visitatori diceva di percepire le mummie come dei resti umani, e non come dei reperti archeologici o degli oggetti; nel 2025, quella percentuale era salita al 60 per cento circa.

Uno dei cartelli che si trovano al Museo Egizio di Torino (Il Post)