Perché non ci saranno artisti italiani alla Biennale di Venezia
Sui 111 selezionati complessivamente per l'esposizione principale, ed è la prima volta che succede

Negli ultimi giorni le riviste italiane specializzate in arte contemporanea hanno dato molto risalto al fatto che non ci sono artisti italiani nella selezione fatta in vista della 61esima edizione della Biennale Arte, una delle esposizioni d’arte contemporanea più importanti al mondo, che si svolge ogni due anni a Venezia e prende il nome dalla fondazione che la organizza.
Sebbene non fosse mai accaduto prima, questo risultato non ha stupito più di tanto critici e addetti ai lavori, che l’hanno inquadrato nel contesto di un più generale momento di stallo dell’arte contemporanea italiana. Gli artisti italiani sono in generale poco presenti nelle grandi mostre internazionali, e tra i motivi c’è l’assenza di collezionisti in grado di sostenere il mercato e il disinteresse di privati e investitori per un settore dell’arte che, in Italia, è stato storicamente considerato secondario rispetto al resto.
Nel concreto venire “selezionati” per la Biennale – che comincerà il 9 maggio – significa ricevere un invito dal curatore della mostra, che per ogni edizione sceglie un tema comune (quest’anno si chiama In Minor Keys) e un certo numero di opere coerenti con quel concetto, che vengono esposte nei due spazi principali: i Giardini della Biennale e l’Arsenale di Venezia.
I 111 artisti di questa edizione erano stati scelti dalla curatrice camerunense Koyo Kouoh, nominata dal consiglio d’amministrazione della Biennale nel 2024 e morta lo scorso maggio. L’arte contemporanea italiana sarà comunque rappresentata all’interno del cosiddetto “Padiglione Italia”, lo spazio espositivo gestito dal ministero della Cultura, in cui sarà allestita una mostra (distaccata dall’esposizione principale) dell’artista italiana Chiara Camoni.

Koyo Kouoh a ottobre 2021 (Sarah Meyssonnier/Pool Photo via AP)
Secondo Ilaria Bonacossa, critica ed ex direttrice della fiera d’arte contemporanea torinese Artissima, la prematura morte di Kouoh potrebbe avere influito sul risultato, perché «non ha potuto trasferirsi in Italia e approfondire la conoscenza della scena locale». Peraltro, a differenza di quanto accade in altre importanti manifestazioni internazionali come la tedesca Documenta, nella Biennale non sono state codificate delle «prassi d’ingaggio» che inducano il curatore a visitare le gallerie, le accademie, gli studi e i musei del posto: «il coinvolgimento degli artisti italiani dipende unicamente dalla buona volontà del curatore, che in questo caso per ovvi motivi ha avuto poco tempo a disposizione per occuparsene».
Bonacossa aggiunge anche che parlare di “artisti italiani” ha senso solo fino a un certo punto, perché in questo contesto «la nazionalità è un concetto un po’ desueto». Alcuni degli artisti invitati, pur non avendo la cittadinanza italiana, vivono stabilmente o si sono formati da queste parti: l’esempio più citato è Theo Eshetu, artista inglese di origine etiope che risiede a Roma fin dagli anni Ottanta, e che organizza gran parte delle sue mostre in Italia.
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Secondo il giornalista ed esperto d’arte contemporanea Nicolas Ballario, allo stato attuale l’arte contemporanea italiana «è davvero poca cosa» a livello internazionale. L’unica figura realmente conosciuta in tutto il mondo e capace di attirare l’attenzione dei curatori internazionali è Maurizio Cattelan, ed è così ormai da molti anni. Oltre a Cattelan, gli artisti e le artiste italiane che negli ultimi anni hanno iniziato a farsi notare in contesti importanti e prestigiosi sono pochi: tra questi, Ballario cita Francesco Vezzoli, Michelangelo Pistoletto, Giuseppe Penone e Paola Pivi.

L’opera Father, di Maurizio Cattelan, sul muro esterno della chiesa di Santa Maria Maddalena delle Convertite, a Venezia (ANSA/ANDREA MEROLA)
Secondo Ballario, in Italia questo settore non ha mai generato grossi entusiasmi anche perché l’attenzione e le risorse sono sempre state assorbite quasi interamente dalla tutela e valorizzazione del patrimonio artistico già esistente, e la necessità di promuovere questa «enorme stratificazione di eredità storiche» ha portato a sottostimare la produzione contemporanea.
«Essere una superpotenza culturale non significa essere competitivi in ogni singolo ambito dell’arte e della cultura. Magari sei forte sull’arte antica, su taluni musei tradizionali, però poi spendi più denaro per comprare un singolo quadro di Antonello da Messina che per sostenere tutto il movimento contemporaneo», ha scritto il direttore del sito specializzato Artribune Massimiliano Tonelli.
Fino a una ventina d’anni fa il settore dell’arte contemporanea veniva sovvenzionato quasi esclusivamente dalle poche gallerie private che se ne interessavano. Lo stato ha iniziato a preoccuparsene in modo più diretto soltanto da una decina d’anni attraverso l’Italian Council, il programma di sostegno all’arte contemporanea creato nel 2017 e sovvenzionato dal ministero della Cultura.
I bandi che pubblica finanziano soprattutto la ricerca, la formazione dei curatori e le residenze all’estero, ma a differenza di strutture simili presenti in altri paesi (come il British Council) non agisce come intermediario per presentare gli artisti italiani ai musei stranieri. «In pratica puoi ottenere i fondi per organizzare una mostra, ma i posti in cui esporre devi trovarteli da solo», dice Ballario.
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Un altro fattore che ha frenato lo sviluppo dell’arte contemporanea italiana è la scarsità di investimenti. «In un periodo di crisi e contrazione del potere d’acquisto come quello attuale, i collezionisti tendono a puntare su beni “sicuri”», dice Bonacossa.
E le opere di artisti emergenti non lo sono per nulla: «Comprare un’opera antica o comunque già storicizzata dall’accademia e dalla critica significa assicurarsi un investimento stabile, paragonabile all’acquisto di una casa». Investire in un’opera contemporanea invece è un’operazione molto più speculativa e aleatoria, perché «la carriera di un giovane artista può cambiare rapidamente: può smettere di produrre, perdere visibilità, o non riuscire a ottenere il riconoscimento che sperava».
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