Il borgo calabrese ripopolato dai migranti
A centinaia si sono trasferiti a Camini, facendo tornare in funzione i servizi essenziali e aprendo diverse attività commerciali
di Angelo Mastrandrea

Quasi la metà degli 800 abitanti di Camini, un comune in provincia di Reggio Calabria, sono immigrati. Sono arrivati negli ultimi anni soprattutto dall’Afghanistan e dalla Siria, ma anche dal Bangladesh, dal Pakistan e dall’Africa subsahariana, attraverso il Sistema di assistenza e integrazione (SAI) gestito dal ministero dell’Interno. Hanno fatto riaprire la scuola materna, che aveva chiuso per mancanza di bambini, e quella primaria, poi l’ufficio postale e anche l’unico bancomat del paese, che era stato disattivato.
I «nuovi residenti», come vengono chiamati da queste parti, erano migranti che poi hanno deciso di fermarsi a Camini perché i soci di una cooperativa sociale, Jungi Mundu (“unisci il mondo” in dialetto) hanno trovato loro una casa e un lavoro. «Abbiamo risistemato le case abbandonate o lasciate vuote dalle persone che sono emigrate e ormai non tornano più al paese, poi abbiamo cercato di aiutarli ad avere una vita autonoma dandogli un lavoro. Le attività economiche sono di grande aiuto perché chi lavora qui poi affitta o compra le case e ci rimane a vivere», racconta Giusy Carnà, un’operatrice della cooperativa. Grazie a loro «il paese ha cambiato volto», dice.

Il centro culturale Jungi People di Camini, 17 dicembre 2025 (Angelo Mastrandrea/il Post)
A Camini si sono ispirati al modello di accoglienza diffusa della vicina Riace, dove tra il 2004 e il 2018 furono aperte botteghe e ristrutturate le vecchie abitazioni del centro storico, usando fondi del ministero dell’Interno. I primi migranti arrivarono nel 2011. Erano 11 in tutto, arrivati via mare in Sicilia e provenienti dalla Costa d’Avorio. L’esperienza andò bene, si trasformarono in immigrati a tutti gli effetti, e negli anni seguenti arrivarono altri migranti.
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Un vicolo del centro storico di Camini, 17 dicembre 2025 (Angelo Mastrandrea/il Post)

Il laboratorio tessile a Camini, 17 dicembre 2025 (Angelo Mastrandrea/il Post)
«Decidemmo di far arrivare famiglie intere, pensando che avrebbero potuto essere accolte meglio dalla gente del posto», prosegue Carnà. «Però abbiamo capito che per non finire come a Riace dovevamo costruire delle attività economiche che riuscissero a stare in piedi da sole», dice Celestino Gagliardi, responsabile economico della cooperativa. A Riace il modello di accoglienza andò in crisi quando il sindaco Mimmo Lucano, che l’aveva ideato, fu indagato e poi condannato per una serie di irregolarità legate proprio all’accoglienza dei migranti, e il ministro dell’Interno Matteo Salvini tagliò i fondi per l’accoglienza.
I vicoli del paese, dove fino a qualche tempo fa si incontrava al massimo qualche anziano seduto sulle panchine, si sono ripopolati: si vedono in giro studenti in gita scolastica e persino qualche turista che alloggia in alcune abitazioni trasformate in b&b. Ci sono negozi di artigianato, una scuola di italiano, una web radio gestita da giovani immigrati e un centro di accoglienza per donne.

La redazione della web radio Jungi Mundu a Camini, 17 dicembre 2025 (Angelo Mastrandrea/il Post)
Al bar principale di Camini, due giovani siriani commentano le notizie che arrivano dal loro paese mentre mangiano il cous cous servito da una cameriera di origine romena. Uno dei due lavora come manovale e l’altro studia economia aziendale in un’università telematica. Raccontano di essere scappati con le loro famiglie dalle persecuzioni del regime di Bashar al Assad quando erano ancora adolescenti, e si dicono sostenitori del nuovo governo di Ahmed al Sharaa. Più su, nella cucina di un ristorante all’aperto, Amjad, un giovane arrivato dal Bangladesh, e Mamadou, che invece è maliano, stanno preparando delle frittelle. Entrambi dicono di trovarsi bene a Camini. Poco lontano, alcuni operai immigrati stanno costruendo un piccolo caseificio, finanziato dalla chiesa valdese.
In un laboratorio di ceramica Hamza, un siriano di 23 anni, ha appena finito di preparare 800 bottiglie di vetro per imbottigliare l’olio, commissionate dall’associazione antimafia Libera, e sta preparando delle bomboniere per un matrimonio. Racconta di essere scappato con la famiglia da Damasco, la capitale siriana, nel 2014, e di avere vissuto un paio d’anni in Libano prima di arrivare in Italia attraverso un corridoio umanitario aperto dalle Nazioni Unite. Dice che non vuole più muoversi da Camini perché gli piace la tranquillità del paese, che contrappone al caos delle città in cui è vissuto in passato.

Hamza, siriano, al lavoro nel laboratorio di ceramica a Camini, 17 dicembre 2025 (Angelo Mastrandrea/il Post)
Poco più avanti, in un altro vicolo, sua madre Amal è impegnata in un laboratorio tessile a cucire tessuti in canapa, ginestra, lino e seta. Ha seguito dei corsi per imparare a usare i tradizionali telai a mano, che richiedono molta abilità manuale e precisione. Il laboratorio tessile si chiama Ama-la, che in tibetano vuol dire “donna e madre”, è stato aperto con i fondi dell’otto per mille dell’Unione buddista italiana e ci lavorano donne provenienti da Afghanistan, Libia, Marocco, Nigeria e Siria. In una piazza dietro la chiesa di San Giovanni Battista un ambulante di origine marocchina vende vestiti ad alcune donne africane. Ogni mattina carica la sua auto di merce varia e si ferma a venderla nei paesi della zona.
Il modello sta funzionando al punto che anche alcuni giovani che erano andati via sono tornati per partecipare alla rinascita del paese in cui sono nati. Uno di loro ha aperto un barber shop: prima di lui a Camini non c’era più neanche un barbiere.
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