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  • Giovedì 26 febbraio 2026

Alcuni dati sugli aborti in Italia che dovrebbero essere pubblicati non lo sono

Il ministero della Salute deve ancora pubblicare quelli del 2023 – che possiede da un anno – e del 2024

Una manifestazione a favore della libertà di scelta sull'interruzione volontaria di gravidanza, a Napoli, nel 2024 (ANSA/CIRO FUSCO)
Una manifestazione a favore della libertà di scelta sull'interruzione volontaria di gravidanza, a Napoli, nel 2024 (ANSA/CIRO FUSCO)
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Il ministero della Salute è in ritardo di oltre un anno sulla diffusione dei dati annuali sull’interruzione volontaria di gravidanza. Gli ultimi dati pubblicati sono quelli relativi al 2022: non ha ancora diffuso né quelli relativi al 2023, che per legge avrebbe dovuto pubblicare un anno fa, né quelli relativi al 2024, che dovrebbero essere pubblicati entro la fine del mese.

Il numero di aborti del 2023 e del 2024 in realtà è noto, non perché lo abbia fornito il ministero, ma perché le giornaliste Chiara Lalli e Sonia Montegiove lo hanno chiesto alla fonte originale, cioè l’Istituto superiore di sanità (ISS). Lalli e Montegiove conducono da anni la campagna Mai dati proprio per chiedere dati più trasparenti e accessibili sull’interruzione volontaria di gravidanza in Italia.

Secondo l’ISS nel 2023 ci sono stati 26.039 aborti chirurgici (circa il 40 per cento del totale) e 38.871 aborti farmacologici (circa il 60 per cento del totale); nel 2024 i chirurgici sono stati 22.717 (circa il 35 per cento del totale) e i farmacologici 41.624 (circa il 64 per cento). La differenza tra aborto chirurgico e farmacologico è che il primo avviene con un intervento, il secondo attraverso l’assunzione di due farmaci a distanza di 48 ore uno dall’altro, il mifepristone in combinazione con il misoprostolo.

Il fatto che il ministero non pubblichi i dati rimane però un problema, perché il solo numero di aborti eseguiti non basta ad avere un quadro completo: mancano informazioni su quali categorie di donne hanno interrotto la gravidanza, dove e con quali ostacoli.

Il ministero dovrebbe informare sui dettagli di questi dati con una relazione sull’attuazione della legge 194 del 1978, che in Italia regolamenta l’aborto, ma queste relazioni, che dovrebbero essere trasmesse al parlamento ogni anno, vengono pubblicate sempre più in ritardo. E stavolta il ritardo ha superato tutti i precedenti, secondo Lalli e Montegiove.

Lalli e Montegiove hanno ricostruito che il ministero possiede i dati più aggiornati: quelli del 2023 li ha ricevuti dall’ISS un anno fa, il 25 febbraio del 2025, mentre quelli del 2024 il 9 febbraio di quest’anno. Il ministero ha spiegato il ritardo dicendo che la relazione «verrà pubblicata a breve», e aggiungendo di essere in ritardo «solo di qualche mese» perché la relazione è sempre stata pubblicata alla fine dell’anno. La legge però dice chiaramente che i dati devono essere pubblicati entro febbraio.

La mancanza della relazione è un limite anche considerando che i dati che contiene sono già di loro superficiali: sono dati aggregati per media regionale e per esempio non contengono informazioni sulle singole strutture e su quali garantiscano o meno l’aborto.

In Italia, nonostante la legge 194, in molti ospedali questa garanzia non c’è. La legge richiede che ogni struttura abbia il personale necessario per assicurare l’interruzione di gravidanza, ma nella pratica, in alcuni casi, i tassi di obiezione di coscienza sono così alti che questo non avviene: in decine di ospedali italiani esiste la cosiddetta “obiezione di struttura”, cioè quando tutto il personale medico è obiettore, e in molti altri il tasso di obiezione supera l’80 per cento, rendendo così quasi impossibile abortire in tempi brevi.

Il primo elenco ufficiale sulle strutture abortive in Italia è stato pubblicato solo quest’anno dall’ISS. Prima questo tipo di elenchi veniva compilato da associazioni per il diritto all’aborto. Manca comunque il tasso di obiezione di coscienza per singola struttura.

In mancanza dei dati del ministero, Lalli e Montegiove hanno fatto anche una richiesta di accesso civico ai dati delle regioni. Hanno ottenuto il dato economico sulla Lombardia, dove la regione corrisponde alle aziende ospedaliere un rimborso maggiore per gli aborti chirurgici e minore per quelli farmacologici, rispettivamente di 1.246 e 952 euro per ogni procedura, probabilmente per una differenza di costo dell’intervento.

In passato gli aborti chirurgici in Italia venivano ufficialmente privilegiati e incoraggiati, nonostante siano noti i vantaggi dell’altra opzione: è una pratica sicura – come dimostra la più autorevole letteratura scientifica internazionale e come afferma l’Organizzazione mondiale della sanità – e meno invasiva, visto che evita l’intervento chirurgico, l’anestesia e l’ospedalizzazione.

Rispetto a qualche anno fa la tendenza si è però invertita. La possibilità dell’aborto farmacologico è stata introdotta dopo molte pressioni solo nel 2009 (in Francia nel 1988 e nel Regno Unito nel 1991), ma continua a essere ostacolata dai gruppi antiabortisti, i quali – ovviamente contrari all’aborto – sostengono anche che la pillola abortiva sia pericolosa per le donne.

– Leggi anche: I limiti della legge 194 sull’aborto