Un libro per saperne di più
Da oggi è in libreria “Per parlare di Israele”, il nuovo libro di Altrecose: per capire come mai un paese di meno di dieci milioni di abitanti occupa uno spazio così grande nel dibattito globale

Da mercoledì è in libreria Per parlare di Israele di Daniel Sokatch, il nuovo libro pubblicato da Altrecose, il marchio editoriale del Post e di Iperborea. Per parlare di Israele è prima di tutto un libro di spiegazioni e contesto, utile a chiunque voglia capire meglio le enormi complessità della storia di Israele, e le ancora più grandi contraddizioni che si sono manifestate negli ultimi anni, con la distruzione di gran parte di Gaza e l’uccisione di oltre settantamila persone in due anni di guerra.
Sokatch, che dirige da anni il New Israel Fund, organizzazione che sostiene iniziative per la tutela dei diritti e dell’integrazione in Israele e che ha raccolto fondi consistenti per l’assistenza umanitaria a Gaza, racconta e spiega cosa siano il sionismo, la Shoah, la fondazione di Israele, la Nakba, le guerre e i processi di pace falliti, la storia antica e la storia moderna di Israele. L’obiettivo è fornire strumenti per capire come si è arrivati fin qui, e perché una vicenda locale continui ad avere conseguenze politiche e simboliche ben oltre i suoi confini.
L’estratto che segue è tratto dall’introduzione della prima edizione del libro, che è stato aggiornato per la sua pubblicazione italiana. La traduzione è di Marinella Magrì. Per parlare di Israele è disponibile in tutte le librerie fisiche e digitali, e può essere ordinato anche sul sito del Post.
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Israele, ma che è?!
Ricordo ancora la prima volta in cui mi sono reso conto che Israele faceva uscire matte le persone. Era la metà degli anni Ottanta e ci trovavamo a Chicago, al bar mitzvah di un cugino di secondo grado. Avevo sedici o diciassette anni. All’inizio di quell’anno, io e la mia famiglia eravamo andati in Israele per la prima volta, come parte di una «missione» patrocinata dalla United Jewish Appeal, un’organizzazione filantropica ebraica. Mamma, papà e mio fratello minore si erano divertiti, trovando tutto interessante, e dopo una decina di giorni erano felicemente tornati alla loro routine quotidiana. E io? Rapito.
In quella villetta a schiera di Lincolnwood, nell’Illinois degli anni Ottanta, passando tra vassoi di prelibatezze e parenti impiccioni, sentii un vecchio prozio tenere banco su Israele di fronte a un gruppo di cugini più giovani. Mi avvicinai per ascoltare, con la recente esperienza del nostro viaggio ancora vivida.
Si stava accanendo contro i nemici di Israele, inspiegabilmente arrabbiato – nessuno stava discutendo con lui – e visibilmente turbato. Disse che, se Israele fosse stato distrutto in un attacco nucleare, sperava che si sarebbe portato dietro il resto del mondo.
Sbalordito (e anche vagamente terrorizzato), intervenni:
«Cioè, speri che Israele si porti dietro tutti i suoi nemici, giusto?»
Lui mi lanciò una di quelle occhiate infastidite che i vecchi ebrei della sua generazione riservavano agli idioti:
«No. Ho detto: “Spero che il mondo intero bruci, se Israele viene distrutto”.»
«E i tuoi nipoti qui a Chicago?»
«Il mondo intero», ripeté, scrollando di spalle.
Da quel momento, Israele divenne il mio principale interesse – addirittura un’ossessione – ed è così ancora oggi.
Ho vissuto in Israele durante il periodo d’oro del governo di Yitzhak Rabin, nella metà degli anni Novanta. Quel tempo di mutamento, speranza e incompiutezza ha avuto un enorme impatto su di me e sulla mia lettura di Israele. C’è un momento particolare che risalta dopo tutti questi anni: un giorno d’estate del 1994. Stavo tornando nel mio appartamento di Gerusalemme quando alzai gli occhi, come tutti quelli intorno a me, e vidi un enorme aereo di linea proveniente da est volteggiare a bassa quota due volte sopra la città, per poi tornare indietro. Le persone intorno mormoravano stupite: chi c’era su quell’aereo? Che cosa ci faceva lì?
Quello che avevamo appena visto era una cosa impossibile, dal punto di vista geopolitico. Subito a est di Israele e della Cisgiordania occupata c’era la Giordania, uno Stato con cui Israele era ufficialmente in guerra da tempo. Gli aerei semplicemente non volavano dalla Giordania verso Israele, figurarsi girare sopra Gerusalemme, a meno che non intendessero bombardarla. Quando raggiunsi la strada dove abitavo, vidi il proprietario ebreo del minimarket all’angolo in piedi fuori dal negozio, che ascoltava le notizie da una radiolina a transistor.
«Chi c’era su quell’aereo?» gli domandai.
Lui mi guardò, gli occhi colmi di lacrime e di meraviglia, e disse:
«Il re!»
E fu così che a Gerusalemme venimmo a sapere dell’accordo di pace appena annunciato fra Israele e Giordania. Per onorarlo, re Hussein, a suo tempo pilota di caccia, aveva sorvolato Gerusalemme con il suo jet reale per salutare la città che un tempo aveva governato. Il primo ministro Yitzhak Rabin, vecchio soldato e capo di stato maggiore dell’esercito israeliano che aveva conquistato Gerusalemme Est nel 1967, gli parlò dalla torre di controllo dell’aeroporto Ben-Gurion di Tel Aviv. Per me quell’immagine rappresentò la speranza e la possibilità di una riconciliazione e di un nuovo inizio fra antichi nemici.
Mi ispira ancora oggi, e non è poco: quando si tratta del Medio Oriente, tutti noi abbiamo bisogno di trovare una qualche ispirazione. E questo conflitto – alimentato da convinzioni profondamente radicate, da testi sacri e storie dolorose – continuerà ad avere un forte impatto su ognuno di noi, ovunque nel mondo. È nel nostro interesse comprenderlo, se vogliamo contribuire a risolverlo.
Questo libro intende aiutarvi a comprendere Israele, le complesse e confuse reazioni che questo argomento suscita nelle persone e il secolare conflitto tra arabi ed ebrei in quella piccola striscia di terra incuneata fra il Giordano e il Mediterraneo. Nella prima parte racconto la storia di come siamo arrivati fin qui; nella seconda esamino alcune delle questioni più spinose che determinano il dibattito odierno. Questo libro non aderisce a nessuno dei due schieramenti: quello per cui «Israele ha sempre ragione» né quello per cui «Israele ha sempre torto». La mia speranza è che vi aiuti a rifiutare la dicotomia dominante e a comprendere che, quando si tratta di Israele, le cose non sono mai bianche o nere, ma sempre in varie tonalità di grigio.
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Per parlare di Israele si può comprare nelle librerie, nelle librerie online, e sul sito del Post (con spedizione gratuita).



