La polemica sugli insegnanti sui social

Un’intervista all’autore del canale “La fisica che ci piace” ha sollevato un acceso dibattito sui confini tra la didattica e la creazione di contenuti online

Una pagina di presentazione di contenuti su TikTok con il tag #prof
Una pagina di presentazione di contenuti su TikTok con il tag #prof
Caricamento player

Una recente intervista al divulgatore e professore di fisica Vincenzo Schettini, autore di un profilo social molto seguito, “La fisica che ci piace”, ha sollevato una polemica molto animata sulla compatibilità e sui confini tra la professione di insegnante di scuola e la produzione di contenuti per i social. È un dibattito in corso da tempo, e uno degli aspetti più controversi è la pratica degli insegnanti di sfruttare il proprio ruolo istituzionale, i propri alunni e i tempi o gli spazi destinati alla didattica per produrre contenuti per i social e accrescere la popolarità dei propri account.

Ospite nel podcast BSMT, del conduttore radiofonico Gianluca Gazzoli, Schettini ha parlato tra le altre cose dei suoi inizi come creatore di contenuti online, nel 2015. Ha detto che all’epoca faceva ogni settimana una lezione pomeridiana in diretta su YouTube, chiedendo ai suoi studenti di partecipare perché il giorno dopo li avrebbe interrogati su quella lezione. In un suo video del 2017, riemerso nei giorni scorsi, diceva che partecipare alla diretta e rispondere correttamente alle domande avrebbe permesso agli studenti di ottenere un voto in più alla successiva interrogazione o verifica scritta.

In un passaggio molto ripreso e criticato dell’intervista, Schettini ha anche detto che «tanti insegnanti che sono a scuola adesso, come me, andranno in part-time un giorno perché cominceranno a produrre i loro contenuti online, magari anche a pagamento». Per difendersi dalle critiche che gli sono arrivate per questa affermazione, ha poi pubblicato un video in cui chiarisce che nell’intervista stava parlando di cultura a pagamento, e non di istruzione a pagamento. E ha rivendicato il diritto degli insegnanti ad avere un lavoro autonomo ed extrascolastico, equiparando la creazione di contenuti a pagamento – libri, lezioni, corsi di formazione – alle lezioni private e alle attività di altri professionisti del settore pubblico che esercitano anche in privato, tra cui i medici.

Oltre alla questione in sé, discussa da anni anche in altri paesi, a rendere la polemica molto partecipata ha contribuito prima di tutto la popolarità di Schettini, il più famoso esempio italiano di insegnante part-time diventato sui social divulgatore della materia che insegna a scuola. Ammirato da molti per la sua capacità di rendere coinvolgenti le lezioni, la sua pagina ha 3,4 milioni di follower su Instagram e oltre due milioni su TikTok e Facebook. È autore di libri, podcast e di un tour teatrale in tutta Italia, e ha condotto nel 2024 un programma su Rai 2.

Vincenzo Schettini nel programma La fisica dell’Amore su Rai 2, 2024 (Elisabetta A. Villa/Getty Images)

Le questioni sollevate nell’intervista non riguardano però solo lui, ma ogni insegnante che utilizzi le proprie competenze, il proprio ruolo e a volte anche lo spazio in aula per gestire profili social personali e per ricavarne visibilità e profitti. Il punto segnalato da Schettini, che sia un diritto degli insegnanti essere pagati per il lavoro «culturale» che svolgono in autonomia, è forse il meno dibattuto: qualsiasi insegnante può infatti svolgere attività extrascolastiche retribuite, a condizione che siano autorizzate dal dirigente scolastico e non comportino situazioni di conflitto di interessi.

L’aspetto problematico è piuttosto se e quanto siano sfumati i confini tra l’attività scolastica e quella di molti insegnanti attivi su TikTok e su altre piattaforme. Nel caso di Schettini una gran parte delle critiche si è concentrata proprio sulle sovrapposizioni tra il suo ruolo istituzionale e quello di creatore di contenuti sui social, e in particolare sull’opportunità di chiedere agli studenti di partecipare a lezioni in diretta streaming fuori dall’orario scolastico e offrendo loro la possibilità di ottenere un voto in più.

Un’altra pratica molto contestata agli insegnanti che si autopromuovono su TikTok e sui social è l’abitudine di filmarsi durante l’attività in aula con gli alunni, per creare contenuti da poter pubblicare in un secondo momento (Schettini ha detto che lo faceva, ma ora non più). Su questo le leggi non lasciano molto spazio alle interpretazioni: usare gli smartphone in aula è vietato, come ribadito anche da una circolare ministeriale del 2024. Inoltre, per poter eventualmente filmare con altri mezzi studenti minorenni, è necessario che i genitori a inizio anno firmino un’autorizzazione: ma è un caso che in genere riguarda comunque riprese fatte a fini strettamente didattici e poi diffuse tramite canali istituzionali.

L’autorizzazione non è estesa alla pubblicazione di filmati su eventuali canali privati degli insegnanti, nemmeno se al video vengono applicate delle pecette per rendere gli alunni irriconoscibili. È una pratica che, anche tralasciando le circolari e gli eventuali consensi dei genitori, può essere considerata un’occupazione estranea al servizio, secondo il codice di comportamento dei dipendenti del ministero dell’Istruzione. Così come è vietata la pratica di pubblicare video o foto di compiti svolti dagli alunni, perché sono documenti, e in quanto tali non possono essere divulgati dai dipendenti pubblici «per ragioni estranee al loro rapporto di lavoro con l’amministrazione».

– Leggi anche: Il divieto sui cellulari mette un po’ nei guai le scuole

L’intervista a Schettini ha permesso in generale di fare emergere una questione più ampia e complessa: l’influenza che gli incentivi sui social, economici ma non solo, esercitano da tempo sul mestiere degli insegnanti come su molti altri che ogni giorno vengono documentati sui social.

Non è detto che sia per forza un’influenza negativa: moltissimi insegnanti e altri professionisti in campo medico, sanitario o legale usano questi canali in modo meritorio e non compromettente per la loro deontologia, e soprattutto non lo fanno negli spazi e nelle ore di lavoro. Lo fanno per raccontare parti del loro lavoro difficili da far comprendere all’esterno, per esempio, o per promuovere modelli che considerano positivi, o per denunciare condizioni di lavoro precarie e bassi stipendi.

Altre volte lo fanno perché intravedono in effetti nell’uso dei social l’opportunità di ottenere gratificazioni, visibilità e una seconda entrata economica, senza escludere la possibilità che quella entrata diventi la prima o competa con la prima. Che è un po’ il caso descritto e immaginato da Schettini: un futuro in cui molti insegnanti affiancheranno un lavoro di produzione di contenuti online a quello nella scuola.

– Leggi anche: Gli stipendi di chi lavora nelle scuole e nelle università aumenteranno

Secondo diversi divulgatori, però, uno dei problemi principali del modello “ibrido” dell’insegnante da scuola e da social – o teach-toker, come sono anche definiti – è che gli incentivi e i criteri che regolano il funzionamento delle piattaforme sono molto diversi da quelli che regolano o dovrebbero regolare il rapporto personale tra insegnante e studente. E questo rende le due attività difficilmente eseguibili nello stesso momento, perché un conto è produrre un breve video verticale rivolto a un pubblico indistinto online, e un conto è fare una lezione a un gruppo di studenti, stabilendo una relazione di intimità, condivisione e fiducia reciproche.

Come ha commentato il divulgatore scientifico Ruggero Rollini, la divulgazione e la comunicazione della scienza hanno molti punti in comune con la didattica e l’insegnamento, ma non sono la stessa cosa: hanno metodi, strategie e obiettivi diversi. «Da un lato c’è l’apprendimento, dall’altro c’è interessare, incuriosire, avvicinare le persone alla scienza». Spesso le tecniche possono anche mischiarsi, ma dedicarsi interamente a una lezione può voler dire non dedicarsi interamente alla produzione di un buon contenuto per i social, e viceversa.

– Ascolta anche l’episodio del podcast Globo: Togliere i social ai giovani, con Giovanna Mascheroni