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  • Domenica 22 febbraio 2026

I soldi a Cuba sono una questione sempre più complicata

Tra tassi di cambio altalenanti, carte di credito inutilizzabili e banconote che non valgono niente, il sistema non regge più

La coda fuori da una bodega all'Avana, Cuba (il Post)
La coda fuori da una bodega all'Avana, Cuba (il Post)
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La crisi dei carburanti a Cuba è il problema più impellente ed evidente per l’isola: non è ovviamente l’unico, ma peggiora tutti gli altri. Senza petrolio non circolano auto, taxi, bus e camion. Si riducono le già poche ore in cui c’è energia elettrica, dato che vanno a petrolio le uniche centrali del paese e serve carburante anche per i generatori delle case, dei ristoranti e dei negozi, quelli che forniscono luce durante gli apagones, i blackout che possono durare giornate intere. I prezzi altissimi del carburante rendono più costosi i trasporti di cibo e merci, con ripercussioni sui prezzi finali.

Da anni comprare cibo e beni di prima necessità a Cuba non è facile, soprattutto se non si dispone di valuta straniera. Il sistema che regola i negozi, i prezzi e la circolazione del denaro è molto complesso e sembra stare in piedi solo per l’allenatissima arte di arrangiarsi del popolo cubano, che trova vie di sopravvivenza su base quotidiana.

Nel paese c’è un modello economico centralizzato e controllato dallo stato. Dal 2021 convivono negozi statali, sempre più vuoti e meno rilevanti, e strutture private permesse dalla liberalizzazione delle “Mipymes”, ossia micro, piccole e medie imprese.

Nei negozi statali, le bodegas, si dovrebbero trovare gli alimenti della cosiddetta canasta basica, ossia un paniere di prodotti basilari: riso, fagioli, zucchero, sale, olio, succhi di frutta e latte. Si comprano a prezzi molto popolari, quasi simbolici, usando una tessera di razionamento che dà diritto a quote mensili. Da anni il paniere è sempre più basilare e sempre più vuoto.

Viñales, Cuba (il Post)

Le bodegas vengono rifornite di rado: a febbraio in una nella provincia di Pinar del Rio c’erano zucchero di canna, riso cinese e succhi di frutta per bambini. L’esercente dice che i succhi «dovevano arrivare ad agosto, ma sono arrivati ora». La gente entra con il tesserino, lei pesa un po’ di zucchero e lo versa in sacchetti che i clienti si portano da casa. C’è anche un numero limitato di altre cose (aceto, uova, succo di limone, due paia di infradito), che si pagano un po’ di più, senza tessera. Esistono anche panetterie statali e macellerie, dove però la carne non arriva praticamente mai.

Con il cibo delle bodegas non si campa: ormai sono considerate una sorta di aiuto statale molto limitato, ma per il resto bisogna rivolgersi al mercato. A partire dagli anni Novanta iniziarono ad aprire i negozi di Tiendas Panamericanas, una società con una partecipazione maggioritaria statale.

Ci sono ancora, ma ora le alternative sono molte: la liberalizzazione delle attività private ha portato all’apertura di una moltitudine di piccoli negozietti, spesso ricavati negli ingressi delle case a due piani, dove ognuno vende quello che vuole o che riesce a trovare: in bella vista ci sono quasi sempre lattine di bevande autoctone, barrette di cioccolato, patatine e snack, sigarette, bagnoschiuma. Nella capitale l’Avana hanno tutte un’inferriata davanti: i negozianti passano la merce fra le sbarre.

Ci sono banchi di frutta e verdura un po’ ovunque, ma ci sono anche negozi più grandi e strutturati, con le cose che ci aspetteremmo di trovare in un supermercato (spesso la scelta dei marchi è ovviamente minore) e poi oggetti estemporanei, come un televisore, un sanitario, vestiti riciclati o autoprodotti.

Viñales, Cuba (il Post)

– Leggi anche: All’Avana si stanno arrangiando

In generale si trova quasi tutto, cercandolo, ma i prezzi sono spesso insostenibili per chi riceve solo uno stipendio statale: quello medio è da circa 6.500 pesos cubani, meno di 15 euro al cambio attuale. In compenso varie reti di supermercati e negozi, soprattutto all’Avana, permettono di ordinare dall’estero, perlopiù dagli Stati Uniti, cibi e prodotti di lusso per centinaia di dollari. Hanno clienti, non solo stranieri.

Leonardo Padura, scrittore e giornalista cubano che vive sull’isola ed è autore di romanzi tradotti in tutto il mondo, dice che alcune delle innovazioni introdotte per provare a migliorare l’inefficiente modello economico hanno finito col peggiorare le cose: «il Mypime ha aumentato le differenze sociali fra una piccola parte di cubani, che si è arricchita, e la maggioranza, che si è impoverita».

Il sistema valutario di Cuba fu completamente riformato nel 2021. Fino a quel momento nel paese convivevano due valute: il pesos comune (CUP), con cui venivano pagati i dipendenti pubblici e si potevano comprare prodotti e servizi di base; e il pesos convertibile (CUC), usato nel settore turistico e per i beni importati. Il valore del CUC era legato a quello del dollaro statunitense, mentre il CUP era regolato come una normale moneta nazionale e valeva molto meno.

Una bodega all’Avana, Cuba (il Post)

La circolazione parallela delle due valute, a cui si aggiungono quelle straniere, creava enormi problemi e nel 2021 furono unificate in un’unica moneta, il peso cubano. Ora però i cubani rimpiangono i tempi in cui venivano pagati con denaro che valeva qualcosa.

Gli stipendi statali vengono pagati in pesos, che negli ultimi anni hanno perso enormemente valore rispetto al dollaro e all’euro. Si è creato un sistema con un doppio cambio: da un lato quello ufficiale delle banche, e dall’altro quello informale, notevolmente superiore. Il governo è spesso costretto ad adeguare il cambio ufficiale a valori più vicini a quelli informali, ma è una rincorsa che non si esaurisce mai.

Esiste un sito di notizie su Cuba, gestito dall’estero e ufficialmente irraggiungibile dal paese, ma consultatissimo: El Toque. Aggiorna quotidianamente il valore dei cambi, compreso quello informale. Il governo lo accusa di causare dall’estero una spirale speculativa e inflazionistica, con un’ardita teoria secondo cui non registrerebbe i reali valori ma li influenzerebbe.

C’è poi un altro problema, che diventa evidente passando davanti a una qualsiasi banca cubana: c’è sempre una coda di decine di persone che aspettano di ritirare i soldi del proprio stipendio. Vengono caricati su una specie di carta di credito statale, pensata per far spendere quei soldi nei canali ufficiali e quindi evitare che il denaro esca dai circuiti delle banche.

La coda fuori da una banca all’Avana, Cuba (il Post)

La maggior parte dei negozi però non accetta quelle carte (nei rari momenti in cui c’è la corrente per permettere i pagamenti elettronici). La gente quindi deve andare in banca a ritirare i contanti. Ma sono le banche, e quindi il governo, a decidere quanti se ne possono ritirare. Per esempio è possibile che una persona guadagni 7mila pesos al mese (quasi 14 euro), ma allo sportello la banca ne fornisca al massimo 2mila per volta: deve tornare tre o quattro giorni di fila per avere una cifra con cui comunque non si compra quasi niente.

Tomás, che fa l’insegnante (fra le altre cose) e che come quasi tutte le persone intervistate a Cuba non vuole comparire con il nome completo per evitare problemi, dice che la questione è ancora peggiore per chi guadagna meno, come i pensionati: «Danno ancora meno [soldi] per volta, e a volte in enormi mazzette di banconote da 10 pesos che quasi nessuno accetta più. Poi devono cominciare la ricerca di qualcuno che glieli cambi». Al cambio attuale 10 pesos equivalgono a circa 3 centesimi di euro.

Tutto ciò fa sì che per quasi tutti sia necessario accompagnare ai lavori “ufficiali” altre attività legate al turismo, dove si guadagna in valuta straniera. Sull’isola si è creata una fitta rete di intermediari che provano a vendere di tutto a persone che hanno dollari o euro: dal rum ai sigari, dalle corse in taxi a una stanza in cui dormire. Se l’affare si conclude tutte le persone coinvolte nell’intermediazione ricevono una percentuale. È un modo per guadagnare qualcosa anche se non si ha niente da offrire, sfruttando il passaparola e i contatti.

Anche lo Stato è alla continua ricerca di valuta straniera con cui comprare quasi tutto ciò che importa (a partire dal petrolio, prima del blocco). Ma la gran parte dei dollari e degli euro resta fuori dai circuiti ufficiali. La cosa è complicata dalle enormi limitazioni imposte dagli Stati Uniti a ogni operazione finanziaria che coinvolga Cuba. È uno degli aspetti dell’embargo statunitense, che dura da più di sessant’anni e che ha contribuito alla situazione attuale insieme alle inefficienze, alle rigidità e agli errori del regime cubano.

Un uomo vende pezzi di ricambio e oggetti vari in una strada dell’Avana, Cuba (il Post)

Da anni il sistema sta in piedi in modo sempre più precario, basandosi molto anche sulle rimesse dall’estero dei milioni di cubani emigrati. Chi riceve abbastanza soldi per allestire una casa da affittare, per prendersi un’auto con cui portare in giro i turisti o per aprire un ristorante, incassa altri dollari e riesce a sopravvivere. Per gli altri, la maggior parte, «la povertà è diventata uno stato di cose naturale», dice lo scrittore Padura.

Anche il turismo, già in crisi nel periodo post-pandemia, rischia ora un blocco quasi totale: a causa della mancanza di carburanti i turisti trovano meno voli, meno trasporti interni, prezzi più alti e una lunga serie di problemi quotidiani. Se anche quei dollari e quegli euro dovessero smettere di entrare nel sistema, finite le poche riserve la situazione non potrà che peggiorare.