Il decreto flussi funziona sempre peggio
Avete presente che il governo si vanta spesso di fare entrare ogni anno decine di migliaia di lavoratori stranieri? Non è così

Nel 2025 i lavoratori stranieri entrati in Italia sono stati molti meno di quanti ne erano stati programmati con il cosiddetto decreto flussi, cioè la norma decisa dal governo che ogni anno determina quanti stranieri extracomunitari possono entrare regolarmente in Italia, calcolati sulla base delle esigenze del mercato. Per l’anno scorso erano stati programmati 181.450 ingressi regolari: alla fine però sono stati rilasciati permessi di soggiorno regolari per sole 14.349 persone, il 7,9 per cento del totale.
Anche i dati di quest’anno insomma confermano un sostanziale fallimento del decreto, noto per le sue storture che alimentano l’irregolarità e lo sfruttamento lavorativo delle persone in arrivo dai paesi esterni all’Unione Europea.
I dati sono stati raccolti nell’ultimo rapporto della campagna “Ero straniero”. Già nel 2024 erano stati rilasciati appena 24.858 permessi di soggiorno per lavoro, a fronte di un ingresso programmato di 146.850 persone. Significa che era entrato in Italia con un contratto di lavoro solo il 16,9 per cento delle persone che avrebbero potuto farlo. Nel 2025 il tasso di successo è stato ancora più basso: è entrato in Italia più o meno un lavoratore per ogni 12 programmati dal governo.
Secondo il rapporto, l’alto tasso di insuccesso dipende da noti limiti nelle procedure per richiedere gli ingressi e le assunzioni dei lavoratori. Oggi la procedura prevede che i datori di lavoro possano presentare la richiesta per assumere una persona solo nel corso di determinati giorni, chiamati click day. Dopo la richiesta, la prefettura deve rilasciare ai datori di lavoro un nulla osta, e ai lavoratori un visto con cui possano entrare in Italia, firmare il contratto di lavoro e chiedere il permesso di soggiorno.
Lungo questa procedura ci sono diversi colli di bottiglia. Per prima cosa, il procedimento burocratico per presentare la richiesta è particolarmente lungo e pesante per i datori di lavoro, per cui molti di loro ci rinunciano. Successivamente, tra la richiesta e il nulla osta possono passare anche diversi mesi, e il tasso di rigetto o di archiviazione delle richieste che in un primo momento erano state accettate è piuttosto alto: sono state 127.783 nel 2024 e 33.777 nel 2025. I motivi sono difficili da ricostruire: in alcuni casi è il datore di lavoro a non confermare la sua volontà di assumere. Le quote non utilizzate dopo il rigetto o l’archiviazione della domanda vengono redistribuite solo in minima parte.
Infine ci sono le difficoltà nel rilascio dei visti dopo il nulla osta. Nel 2024 è stato rilasciato solo il 48,5 per cento di visti rispetto ai nulla osta, nel 2025 il 66,25 per cento. Secondo il rapporto, ha inciso anche il fatto che il governo abbia intensificato i controlli verso quattro paesi dai quali ritiene che sia maggiore il rischio di ricevere truffe o illeciti: Bangladesh, Pakistan, Sri Lanka e Marocco. La maggior parte delle richieste di visto per i lavoratori provenienti da questi stati risulta infatti in sospeso.
Se anche un lavoratore ottiene il visto, spesso capita che arrivi in Italia e scopra che la sua azienda non esiste davvero, o non è più disposta a metterlo sotto contratto: è un sistema di truffe ben congegnato e attivo da anni. A beneficiarne sono soprattutto gli intermediari che seguono i lavoratori migranti nelle procedure e gli imprenditori attivi in Italia, che sfruttano il fatto che le persone migranti nel frattempo siano diventate irregolari per offrire loro contratti in nero a pochi euro.



