Stanno riemergendo i corpi dei migranti morti in mare durante il ciclone Harry
Ne sono stati contati 14 finora; come sempre sarà molto difficile identificarli

Nelle ultime due settimane sono stati trovati diversi corpi senza vita di persone migranti sulle spiagge occidentali di Calabria e Sicilia, o al largo delle coste. Non è semplice stabilire con certezza le date e le cause della loro morte, ma alcuni elementi fanno pensare che sia avvenuta dopo il naufragio di alcune imbarcazioni causato dal ciclone Harry, arrivato nel Sud Italia tra il 18 e il 21 gennaio.
Finora il quotidiano Il Manifesto ha contato 14 corpi, basandosi sulle notizie diffuse dai giornali locali. Sulla costa tirrenica della Calabria ci sono stati quattro ritrovamenti. In provincia di Cosenza ce ne sono stati tre: uno a Scalea l’8 febbraio, uno ad Amantea il 12 febbraio e uno vicino a Paola il 17 febbraio. Nello stesso giorno un quarto corpo è stato trovato sulla spiaggia Le Roccette di Tropea, in provincia di Vibo Valentia.
Altri dieci corpi sono stati trovati sulla costa occidentale della Sicilia tra il 5 e il 16 febbraio. Cinque sono stati recuperati in due diverse operazioni al largo di Pantelleria, uno a San Vito Lo Capo, uno a Marsala (che indossava un giubbotto salvagente), uno a Trapani e uno a Petrosino, poco più a sud. L’ultimo è stato recuperato mercoledì a Frassino, frazione di Custonaci.
Le procure di Paola e Vibo Valentia hanno aperto indagini e disposto le autopsie. Il pessimo stato di conservazione dei corpi è compatibile con una morte avvenuta diversi giorni fa e per questo una delle ipotesi più probabili è che i migranti siano morti in una serie di naufragi avvenuti durante il ciclone Harry, che ha interessato la zona centrale del mar Mediterraneo e in particolare proprio quelle tra la Sicilia e la Tunisia e tra la Sicilia e la Sardegna. Nelle fasi più intense ci sono stati forti venti provenienti da Sud e da Est, con raffiche superiori ai cento chilometri orari e onde alte fino a 9 metri.
Il 24 gennaio Sergio Scandura, giornalista di Radio Radicale che si occupa da anni di operazioni di soccorso nel Mediterraneo, aveva pubblicato un dispaccio della guardia costiera in cui venivano segnalati otto eventi SAR, cioè operazioni di ricerca e soccorso di persone in mare. Le operazioni erano destinate ad altrettante barche e gommoni partiti tra il 14 e il 21 gennaio da Sfax, in Tunisia.
Secondo i dati diffusi dalla guardia costiera, a bordo delle imbarcazioni c’erano in totale circa 380 migranti, anche se alcune organizzazioni non governative avevano stimato che le persone disperse in mare dopo il ciclone Harry potessero essere più di un migliaio, sulla base delle testimonianze di amici e parenti delle persone partite.
Delle otto imbarcazioni tracciate dalla guardia costiera e delle persone a bordo non si è più avuta nessuna notizia. Tra il 23 e il 24 gennaio Ramadan Konte, un cittadino della Sierra Leone avvistato e soccorso nel Mediterraneo centrale a sud di Malta, ha raccontato di essere partito da Sfax insieme ad altre 50 persone a bordo di un’imbarcazione che poi si è ribaltata.
– Leggi anche: Non sappiamo quanti migranti siano morti per il ciclone Harry
Ricostruire la provenienza e l’identità delle persone morte in mare o dei corpi arrivati sulle spiagge è molto difficile. Valentina Delli Gatti e Sara Biasci sono operatrici di Memoria Mediterranea, un’associazione che si occupa della ricerca e dell’identificazione delle persone disperse nel Mediterraneo. Dicono che in teoria l’identificazione dei corpi dovrebbe essere fatta dalle procure, attraverso tecniche forensi come il test del DNA.
Raccogliendo un campione di DNA, però, non c’è modo di confrontarlo con altri campioni per trovare una corrispondenza: non esiste un sistema di comparazione del DNA su scala internazionale. D’altro canto non esiste neanche un database che raccolga i profili genetici dei migranti trovati morti in mare fino a questo momento. In Italia, dice Biasci, c’è una banca dati nazionale del DNA, ma non è chiaro quanto sia aggiornata e se possano esserci registrate anche queste persone. Il risultato è che in molti casi i campioni di DNA non vengono nemmeno raccolti.
Anche quando qualcuno cerca attivamente un proprio parente, magari rivolgendosi ad associazioni come Memoria Mediterranea, le procedure per recuperare i campioni di DNA da confrontare sono difficili, perché spesso si tratta di persone che vivono in paesi non europei. In questi casi, quando le condizioni della salma lo permettono, l’identificazione può essere fatta con il riconoscimento fotografico che però, dice Delli Gatti, «è un sistema che cerchiamo di evitare, sia perché meno preciso, sia per evitare lo shock ai familiari».
Anche la Croce Rossa cerca di facilitare l’identificazione dei corpi trovati in mare attraverso il programma “Restoring Family Links”, grazie al quale le persone possono cercare i parenti di cui non hanno più notizia chiedendo direttamente alla Croce Rossa un prelievo e una comparazione del DNA. «Però da quello che ci riportano le famiglie questa soluzione è stata raramente risolutiva», dice Biasci, anche per via di alcune difficoltà logistiche, come il fatto che spesso gli uffici della Croce Rossa all’estero si trovano solo nelle capitali.
Secondo Delli Gatti e Biasci, comunque, il problema maggiore nell’identificazione delle persone migranti morte in mare sta nel fatto che molti corpi non vengono nemmeno cercati e recuperati. Non esiste un obbligo: le autorità governative dicono che le operazioni di recupero sono spesso complicate dalle condizioni meteo avverse che seguono i naufragi, e che le loro imbarcazioni non sono adeguatamente attrezzate con celle frigorifere per conservare le salme.
Il recupero dei corpi, infine, è complicato anche dalla mancanza di informazioni precise sul numero di persone che partono dalle coste africane e di quelle che finiscono disperse in mare. Alcune imbarcazioni non vengono nemmeno localizzate dai sistemi di monitoraggio ufficiali né dalle organizzazioni umanitarie, e affondano senza che nessuno ne sia a conoscenza: in questi casi si parla di “naufragi fantasma”. Ci si accorge di questi naufragi solo se e quando i corpi riemergono durante le mareggiate.



