L’atteso decreto sull’energia alla fine non è questa gran cosa

Nonostante i proclami del governo le misure per le bollette di famiglie e imprese non risolvono davvero i problemi del mercato italiano

(Unsplash)
(Unsplash)
Caricamento player

Dopo mesi di annunci e ritardi il governo ha approvato il cosiddetto “decreto energia”, un decreto-legge che ha l’obiettivo di abbassare il costo delle bollette per famiglie e imprese. L’Italia è uno dei paesi europei dove per diverse ragioni l’energia costa di più: è un problema da sempre e per giunta accentuato dalla guerra in Ucraina, che ha aumentato strutturalmente il costo del gas, e dunque dell’elettricità (che si fa in buona parte ancora col gas).

Negli ultimi mesi il governo aveva spesso raccontato questo decreto in lavorazione come una prima soluzione ai problemi strutturali del mercato, con un’ambizione eccessiva non solo rispetto a quello che poteva fare concretamente, dato che il mercato dell’energia è europeo e in gran parte sottoposto a regole europee, ma anche rispetto a cosa alla fine ne è uscito e ai soldi che ci ha messo.

Non tutte le aziende sono contente delle misure. Quelle energetiche non lo sono per niente, visto che ci sono più tasse a loro carico (e infatti le azioni di molte società italiane hanno perso valore in borsa proprio per questo), e quelle che si occupano esclusivamente di rinnovabili sostengono che non ci sono gli interventi strutturali di cui il settore ha bisogno. Sono invece più soddisfatte le imprese che pagano le bollette, come quelle riunite dentro Confindustria e Confcommercio.

Il decreto vale tra i 2,5 e i 3 miliardi di euro, che servono un po’ per ridurre le bollette delle famiglie con i redditi più bassi e un po’ per ridurre il costo dell’energia per le imprese italiane, che rispetto alle concorrenti europee partono già penalizzate da costi di base più alti.

Per le famiglie il governo ha previsto un contributo straordinario di 125 euro all’anno, ma solo a chi già beneficia del bonus sociale, uno sconto di 200 euro l’anno riservato a chi ha una dichiarazione ISEE sotto i 9.796 euro (la soglia diventa 20mila euro per le famiglie con almeno 4 figli). Questo ulteriore sconto è previsto per ora solo per quest’anno, e come detto riguarda solo persone e famiglie in condizione di forte indigenza. Il decreto non fa praticamente niente per il resto dei consumatori, che pur non essendo sulla soglia della povertà risentono lo stesso degli elevati costi delle bollette.

Fino al 2023 esistevano sconti su certe componenti della bolletta per tutti, che erano stati previsti per far fronte ai grandi picchi del costo dell’energia negli anni della crisi energetica. Con la fine dell’emergenza gli sconti sono stati rimossi, anche perché erano piuttosto costosi per lo Stato, ma il costo delle bollette non è mai tornato al livello di prima dell’inizio della guerra in Ucraina: il gas costa ormai strutturalmente il doppio rispetto a prima, quando l’Unione Europea poteva contare sulla materia prima a buon mercato che vendeva la Russia.

È di fatto lo stesso problema che subiscono le imprese, per le quali le misure del decreto sono un po’ più sostanziose.

Il ministro per l’Ambiente e la transizione energetica Gilberto Pichetto Fratin e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, a marzo del 2025 (Mauro Scrobogna / LaPresse)

Del resto proprio su questo tema era da tempo che le diverse associazioni facevano pressione sul governo, Confindustria su tutte. Il decreto tenta di abbassare il costo delle bollette delle imprese cercando di agire sui diversi elementi che fanno il prezzo in bolletta: il prezzo di mercato della materia prima, il costo di trasporto e distribuzione, e poi gli oneri di sistema e le imposte.

La questione più facile è quella relativa agli oneri di sistema, ovvero somme che finiscono in bolletta usate dai governi per finanziare diverse politiche, alcune delle quali c’entrano poco con l’energia: servono sì a incentivare le energie rinnovabili, ma anche a raccogliere fondi per le famiglie a basso reddito o per le aree più svantaggiate e isolate dell’Italia. Complessivamente gli oneri di sistema valgono circa 11 miliardi di euro all’anno e il decreto prevede per le imprese uno sconto per complessivi 850 milioni di euro, che porterà all’incirca a un risparmio per le singole imprese di 6,8 euro al megawattora.

A questo vantaggio si aggiunge anche uno sconto di 3,4 euro al megawattora per il 2026, 4 euro per il 2027 e 0,54 euro nel 2028, che il governo riuscirà a garantire tassando di più le società energetiche, che negli ultimi anni hanno guadagnato parecchio per il rincaro del gas: il governo ha deciso di aumentare solo per loro l’IRAP, cioè l’imposta regionale sulle attività produttive, che per queste imprese aumenterà dal 3,9 al 5,9 per cento.

Fin qui sono interventi costosi, ma i cui effetti sono marginali e soprattutto temporanei: di fatto il governo si offre temporaneamente di pagare una parte delle bollette delle aziende, ma non risolve i problemi strutturali dell’energia in Italia. Che da una parte sono proprio gli elevati oneri di sistema, che sono la componente che più rende l’energia cara rispetto agli altri paesi.

Dall’altra però ci sono questioni strutturali del mercato europeo che riguardano i meccanismi che portano alla formazione del prezzo dell’energia elettrica, e su cui il governo di fatto poteva fare poco ma su cui al contrario ha detto di avere fatto molto.

Per esempio ha detto di aver garantito una cosa di cui si discute da anni, cioè il cosiddetto decoupling, ossia il disaccoppiamento del prezzo dell’energia elettrica da quello del gas. In poche parole (ma qui potete trovare la versione lunga) oggi l’energia nei paesi europei viene venduta a un prezzo che riflette il costo di produrla con il gas, a prescindere dal fatto che sia davvero prodotta usando questa materia prima o le rinnovabili (che hanno costi di produzione ben più bassi, visto che il sole o il vento non si pagano).

Questo sistema inizialmente serviva alle aziende energetiche per ripagare i grandi investimenti nelle infrastrutture rinnovabili, ma ora crea la stortura per cui il costo dell’energia non riesce a scendere pur producendo sempre più energia da fonti rinnovabili. Per disaccoppiare il prezzo dell’elettricità da quello del gas servirebbe una riforma del mercato europeo, ma non è evidentemente ciò che ha fatto il governo, che ha invece dato incentivi a meccanismi che aggirano questo sistema o che in generale puntano a ridurre il costo a monte della materia prima.

Una misura di questo tipo è quella con cui il governo punta a togliere dai costi per le imprese energetiche quelli dei cosiddetti ETS, Emissions Trading System, cioè un sistema con cui dal 1995 l’Unione Europea cerca di limitare le emissioni di anidride carbonica, responsabili del cambiamento climatico. Funziona come un mercato a tutti gli effetti: ogni anno ciascuna azienda europea responsabile di emissioni inquinanti paga e riceve una quantità di “crediti” per ogni tonnellata di anidride carbonica che può emettere.

Gli ETS rientrano ora nel prezzo dell’energia elettrica a prescindere che questa sia prodotta col gas o con le fonti rinnovabili, per le quali non si dovrebbe pagare dato che non sono attività inquinanti. Non sono ancora noti i dettagli tecnici, ma il governo ha detto che vuole correggere questa contraddizione: servirà però parlarne con la Commissione Europea, visto che il sistema è europeo. È evidente però che non è un disaccoppiamento per come si intende nel settore.

Un altro meccanismo è l’incentivo ai cosiddetti PPA, contratti di lungo termine per le imprese, che prendono accordi direttamente con le società energetiche per la fornitura di energia prodotta da fonte rinnovabile e pagata a un prezzo fisso e più appropriato rispetto al costo dell’elettricità ordinaria basato sul gas.

Sono contratti ancora piuttosto rari in Italia, soprattutto tra le piccole imprese che non vogliono vincolarsi per quantità e tempi lunghi. Il decreto prevede la possibilità di attingere alle garanzie pubbliche per accedere a questi contratti, e anche la possibilità di concluderli per imprese che si uniscono in gruppi di acquisto. Queste sono misure che le imprese chiedevano da tempo, ma i cui effetti si vedranno con ogni probabilità dopo anni.

Infine una cosa che invece già riduce il costo della materia prima potenzialmente da subito è la cancellazione della differenza tra costo di acquisto del gas tra il mercato di Amsterdam (il TTF, che fa da riferimento per il mercato europeo) e quello italiano, il PSV, dove il gas costava circa 2 euro al megawattora in più: senza scendere nei dettagli tecnici, il meccanismo che cancellerà questa differenza strutturale funzionerà con un limite di spesa di 200 milioni di euro all’anno.

– Leggi anche: Perché in Italia l’energia costa così tanto