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  • Mercoledì 18 febbraio 2026

Il Vajont non è un posto qualunque dove costruire una centrale idroelettrica

È stato presentato un progetto alla regione Friuli Venezia Giulia, che ora deve valutarne l'impatto ambientale, ma non solo

La diga del Vajont, 9 ottobre 2014 (Getty Images)
La diga del Vajont, 9 ottobre 2014 (Getty Images)

Una società di Pordenone vorrebbe costruire una nuova centrale idroelettrica sotto la diga del Vajont, in Friuli Venezia Giulia, conosciuta per il disastro del 1963 in cui morirono 1.917 persone. Il progetto è stato presentato a metà dicembre alla regione, che ora deve stabilire se potrà essere realizzato e che impatto ambientale potrebbe avere in un’area dove il rischio idrogeologico è molto alto, ma questi non sono gli unici aspetti da valutare.

Il progetto infatti sta facendo molto discutere gli abitanti dei comuni della valle soprattutto per il valore storico del luogo, legato appunto alla frana e alla conseguente inondazione che distrusse il paese di Longarone. Secondo il sindaco di Longarone Roberto Padrin, che si è già detto contrario, ogni decisione va presa confrontandosi con la popolazione locale, visto che «c’è chi sostiene, a ragione, che questo è un luogo sacro, e che va rispettato». Il progetto è ancora nelle fasi preliminari: il 9 febbraio la regione ha avviato la procedura di valutazione dell’impatto ambientale (VIA) ma non si sa quando esprimerà il suo parere.

La diga del Vajont è alta più di 260 metri ed è chiamata così dal nome del torrente in cui si trova. Il progetto della società Welly Red prevede che la centrale idroelettrica sia costruita sul pendio a valle della diga, nel territorio del piccolo comune di Erto e Casso: funzionerebbe sfruttando le acque del torrente Vajont scaricate sotto la diga attraverso una galleria, a sua volta collegata al “lago residuo C”.

– Leggi anche: Il disastro del Vajont non fu una calamità naturale

Il lago residuo C è uno dei bacini d’acqua che si formarono in seguito alla frana del 1963. Quando la roccia si staccò dal versante settentrionale del monte Toc, sulle alpi bellunesi, precipitò poi nel lago artificiale creato dalla diga, provocando due onde gigantesche che dopo un salto di alcune centinaia di metri si riversarono violentemente nelle valli circostanti. L’acqua rimasta bloccata tra la diga e la frana creò alcuni bacini d’acqua, identificati appunto con le lettere dell’alfabeto, tra cui il C.

Per evitare che il lago residuo C si riempisse in modo eccessivo, fu creata una galleria di scarico per far defluire l’acqua verso valle in modo sicuro. In estrema sintesi, il progetto di Welly Red punta a sfruttare proprio quest’acqua: invece di lasciarla cadere nel torrente a valle della diga, l’idea è intercettare l’acqua che esce dalla galleria di scarico con un salto di circa 120 metri, a circa 600 metri di quota, e indirizzarla in una condotta forzata per alimentare una turbina idroelettrica. Dopodiché, l’acqua verrebbe di nuovo scaricata nel torrente.

Il progetto prevede che la centrale e le condotte siano costruite dentro caverne scavate nella roccia della montagna, per evitare che siano visibili e garantirne la sicurezza. In questo modo la società stima di poter produrre più di 13 gigawattora all’anno (pari al consumo di circa 10mila persone). Il costo iniziale del progetto è calcolato intorno ai 12 milioni di euro.

La planimetria delle opere esistenti nel progetto per la nuova centrale idroelettrica del Vajont

Nei documenti allegati alla procedura di VIA vengono tra le altre cose illustrati i molti vincoli paesaggistici dell’area, che è classificata con una pericolosità geologica per frana molto elevata. È quindi un progetto complesso, partito non a caso trent’anni fa, e che nel tempo è già stato sottoposto a varie modifiche e revisioni.

C’era stato un tentativo precedente simile, che risale addirittura al 1966. Era un progetto di Enel, che all’epoca del disastro del Vajont controllava la società privata che possedeva la diga, la SADE. Quel progetto puntava a generare energia elettrica usando l’acqua che continuava ad accumularsi nel lago residuo a monte della frana e che veniva poi fatta defluire verso valle attraverso le gallerie di scarico realizzate per questioni di sicurezza. Non fu realizzato, sia perché era tecnicamente molto complesso sia perché erano passati appena tre anni dall’incidente e l’opinione pubblica vi si oppose con forza.

Il sindaco di Erto e Casso, Andrea Carrara, si è già detto favorevole al progetto di Welly Red. Per Carrara ha senso sfruttare le acque del torrente Vajont, dal momento che si immette nel fiume Piave e lungo il Piave ci sono già impianti idroelettrici. In questo modo, dice Carrara, l’acqua del Vajont garantisce di fatto «introiti a tutti i comuni lungo il corso del Piave». Carrara fa riferimento ai soldi che le regioni ricevono come canone dalle società energetiche per le concessioni idroelettriche, cioè i permessi dati alle aziende per usare l’acqua per produrre energia. I soldi incassati dalle regioni vengono in parte distribuiti ai comuni in cui si trovano le centrali, anche se mediamente le somme sono basse.