Per la prima volta il governo dovrà risarcire un uomo trasferito nei centri per migranti in Albania
Lo ha stabilito il tribunale di Roma, complicando ulteriormente l'operatività delle strutture fatte costruire dal governo Meloni

Il tribunale di Roma ha condannato il ministero dell’Interno a risarcire un uomo immigrato che nella primavera del 2025 era stato trasferito a Gjader, uno dei due centri in Albania costruiti dal governo di Giorgia Meloni per la gestione delle persone migranti, e mai davvero entrati pienamente in funzione perché ritenuti dalla giustizia italiana in contrasto con le norme europee. È la prima volta che viene chiesto al governo di pagare i danni a una persona che era stata portata in quei centri, ma potrebbe diventare un precedente importante dato che il trasferimento dei migranti è stato giudicato illegittimo molte altre volte.
L’uomo in questione è originario dell’Algeria, ha 50 anni, vive in Italia da 19 anni e ha una compagna italiana e due figli. Nonostante questo non ha mai regolarizzato la sua posizione. Sappiamo che ad aprile del 2025 era trattenuto in un centro di permanenza per il rimpatrio (CPR) a Gradisca d’Isonzo, in Friuli Venezia Giulia. I CPR sono strutture in cui vengono portate le persone che hanno ricevuto un decreto di espulsione, per esempio perché è stata rifiutata la loro richiesta d’asilo, in teoria mentre aspettano di essere rimpatriate. Sono luoghi in cui avvengono in modo sistematico e documentato abusi e violazioni dei diritti umani.
Una sera gli venne comunicato che sarebbe stato trasferito nel CPR di Brindisi. Invece fu portato nel centro di Gjader, senza ricevere una comunicazione formale e senza avere la possibilità di contattare il suo avvocato né la sua famiglia. L’uomo ha detto che il trasferimento è avvenuto in condizioni degradanti, in cui per esempio gli sono state tenute per tutto il tempo le fascette ai polsi; il ministero dell’Interno ha detto che era una questione di sicurezza.

Il centro di Gjader (Ansa/Domenico Palesse)
Una volta a Gjader all’uomo è stato ancora impedito di chiamare la famiglia. Per lui era un grosso problema anche perché, insieme alla compagna, sta portando avanti un percorso di valutazione delle capacità genitoriali che prevede incontri periodici o quantomeno telefonate con i figli, che sono affidati ai nonni materni. A Gjader è riuscito a presentare richiesta d’asilo, come fanno in molti una volta arrivati nei CPR, e dopo un mese è stato liberato e riportato in Italia.
Ha chiesto un risarcimento di 5mila euro al governo: il giudice gliene ha accordati 700 più il rimborso delle spese processuali.
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Il centro di Gjader e l’hotspot della vicina Shengjin erano stati fatti costruire dal governo di Giorgia Meloni per portarvi migranti soccorsi in mare, grazie a un accordo con il governo albanese. A Shengjin c’è solo un centro di prima identificazione dei migranti, che ora è inutilizzato. Il centro di Gjader è molto più grande, e nei progetti iniziali era diviso in tre parti: la più grande adibita a centro di trattenimento da 880 posti, poi quella adibita a CPR e un carcere (il centro di trattenimento e il carcere al momento sono vuoti).
I centri erano stati resi operativi a ottobre del 2024, ma da quel momento il governo aveva tentato per mesi di utilizzarli senza riuscirci, visto che i vari tribunali competenti non convalidavano i trattenimenti dei migranti. A fine marzo il governo aveva approvato un decreto in cui si stabiliva che il centro di Gjader potesse essere usato come un qualsiasi altro CPR italiano, rinunciando così a usare i centri in Albania per i migranti soccorsi in mare. Dalla scorsa primavera il governo ha dunque ricominciato a mandarci alcune persone.
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