Cinque paesi europei ora dicono pubblicamente che Navalny è stato avvelenato dalla Russia
I governi di Francia, Germania, Regno Unito, Svezia e Paesi Bassi lo hanno dichiarato per la prima volta, sulla base di un'indagine congiunta

Un’indagine condotta da Francia, Regno Unito, Svezia, Germania e Paesi Bassi ha concluso che il dissidente russo Alexei Navalny «molto probabilmente» è stato ucciso per avvelenamento. I governi dei cinque paesi hanno accusato, seppure indirettamente, il regime del presidente russo Vladimir Putin: «Navalny è morto mentre era in carcere, quindi la Russia aveva gli strumenti, le motivazioni e l’opportunità per avvelenarlo», dice il comunicato con cui sono stati annunciati i risultati dell’indagine.
È una tesi che fin da subito era stata ritenuta verosimile, dato che Navalny era il principale oppositore di Putin, ma è la prima volta che viene appoggiata pubblicamente dai governi di paesi europei. La Russia ha sempre sostenuto che Navalny fosse morto per cause naturali. L’agenzia statale russa Tass scrive che la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha liquidato l’indagine europea dicendo che si tratta di propaganda.
I risultati dell’indagine sono stati diffusi dal governo del Regno Unito. Nel corpo di Navalny è stata rilevata la presenza di epibatidina, una sostanza tossica presente in Sudamerica nella pelle di una specie di rana freccia, e non presente naturalmente in Russia.
Yulia Navalnaya, la vedova di Alexei Navalny, ha sempre accusato Putin di aver ucciso il marito. Lo scorso settembre aveva anche sostenuto di avere le prove che fosse stato avvelenato. In un video condiviso su YouTube aveva detto che dopo la morte del marito era riuscita a ottenere alcuni campioni biologici del suo corpo e che due test di laboratorio, svolti in maniera indipendente in due paesi, mostravano segni di avvelenamento.

Una foto di Alexei Navalny proiettata davanti all’ambasciata russa di Londra, il 16 febbraio 2024 (Alex McBride/Getty Images)
Navalny morì il 16 febbraio del 2024 in circostanze poco chiare mentre si trovava in un carcere di massima sicurezza in Siberia. Aveva 47 anni, e oltre che per la sua attività politica era noto come giornalista d’inchiesta e attivista anticorruzione. Era stato avvelenato nel 2020 con il novichok, un agente nervino che in precedenza era stato usato contro altri oppositori del regime di Putin. Fu curato in Germania, ma scelse comunque di tornare in Russia.
Quando morì era in carcere da tre anni, per accuse largamente considerate pretestuose. Due mesi prima di morire era stato trasferito in una colonia penale remota al di sopra del Circolo polare artico, quella di Kharp, nota per le condizioni rigide a cui sono sottoposti i detenuti. Secondo un comunicato diffuso dal servizio penitenziario russo, il giorno della morte Navalny «si era sentito male dopo una passeggiata e aveva perso conoscenza quasi immediatamente», una versione fin da subito ritenuta poco credibile.
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