In Romagna resiste un pezzo di Prima Repubblica

Ravenna è l’ultimo posto dove il Partito Repubblicano ha consensi e un ruolo nella società, e l'unico dove questa cosa poteva succedere

di Matteo Castellucci

La sede del PRI a San Pietro in Vincoli, Ravenna, 9 febbraio
La sede del PRI a San Pietro in Vincoli, Ravenna, 9 febbraio (Matteo Castellucci/il Post)

Quando parla del suo partito, Andrea Vasi lo definisce «un fossile della Prima Repubblica». Già a quell’epoca il Partito Repubblicano Italiano, anche noto con la sigla PRI, era un piccolo partito di centro, abituato a fare da puntello alla ben più grande e potente Democrazia Cristiana (DC). Oltre trent’anni dopo la crisi di Tangentopoli e la dissoluzione dei partiti novecenteschi, il PRI è estinto praticamente ovunque tranne che a Ravenna, dove viene votato e ha ancora una presenza nelle istituzioni.

Vasi è stato consigliere comunale a Ravenna per più mandati, eletto per la prima volta nel 2017, quando aveva vent’anni: era il più giovane e lo è rimasto qualche anno, rappresentando in aula il partito più antico d’Italia tra quelli ancora in circolazione. Il PRI esprime tuttora il vicesindaco.

Durante la cerimonia per il 9 febbraio in piazza Aurelio Saffi, che fu uno dei triumviri della Repubblica Romana, a Forlì (Matteo Castellucci/il Post)

I coetanei di Vasi sono una rarità nei circoli dei Repubblicani la sera del 9 febbraio, il giorno in cui ogni anno si riempiono per commemorare la Repubblica Romana del 1849, una ricorrenza risorgimentale molto sentita. Martedì erano 177 anni dalla rivolta che riuscì a cacciare il papa da Roma con l’aiuto di volontari e patrioti da tutta Italia. Tra loro, oltre a Giuseppe Garibaldi, c’era Giuseppe Mazzini, ispiratore di tutto il movimento repubblicano e figura di riferimento del PRI. La Repubblica Romana tuttavia ebbe vita breve a causa dell’intervento francese.

Per la prima volta, quest’anno, ha festeggiato il 9 febbraio anche la Regione Emilia-Romagna. Ma fuori dalle istituzioni le celebrazioni si sono rimpicciolite. «Fino agli anni Settanta, immaginati una cosa come il capodanno cinese», scherza Vasi. La tradizione contadina, sopravvissuta al fascismo, era accendere lumini tricolori alle finestre delle case. Conferivano al paesaggio un aspetto da presepe, racconta lo storico Sauro Mattarelli, anche se «adesso si sono confusi con l’inquinamento luminoso».

I lumini per il 9 febbraio, all’ingresso di un circolo del PRI a Ravenna (Matteo Castellucci/il Post)

Per l’occasione le sedi del partito sono addobbate con luminarie elettriche. A Ravenna e dintorni il PRI ha una capillarità non scontata per essere un partito inesistente altrove: ha una quarantina di sezioni. Quasi ogni frazione ha la sua, che significa incontrarne una ogni pochi chilometri, a volte meno. È un retaggio di quando, fino a pochi decenni fa, la vita di chi abitava da queste parti era regolata e influenzata principalmente da tre organizzazioni: il PCI, di cui oggi sopravvive qualche sezione del Partito Democratico, la Chiesa cattolica e il PRI, appunto.

Un circolo del PRI diroccato, poco fuori Ravenna, il 9 febbraio (Matteo Castellucci/il Post)

Molti dei circoli del PRI sono chiusi o dismessi. La vernice delle scritte è sbiadita, l’insegna con l’edera è storta, quasi a simboleggiarne il declino. L’edera è un’icona repubblicana di ascendenza mazziniana, e il PRI l’ha sempre mantenuta fin dalla sua fondazione nel 1895. Ci sono altri circoli che invece sono in buono stato e testimoniano di quando il PRI era in grado di possedere intere palazzine. La segretaria di Ravenna, Nives Raccagni, racconta che le sezioni faticano a sopravvivere: «Soffocano per l’IMU e una tassazione altissima».

Varie sono state vendute, e quelle che resistono ci riescono perlopiù affittando una parte dell’edificio. Al pianterreno ci sono pizzerie, bar, ristoranti, e sopra gli spazi del circolo, segnalato con le bandiere. Nella frazione di Bastia il PRI condivide i locali con un fanclub del Milan, in quella di San Zaccaria con un concessionario di auto. A Forlì un’edera in marmo donata dai Repubblicani di Carrara è all’ingresso di un’osteria, strapiena per la pausa pranzo.

Il circolo del PRI nella frazione di Bastia, Ravenna, 9 febbraio (Matteo Castellucci/il Post)

La sera del 9 febbraio i circoli sono pieni. È un’occasione per stare in compagnia e mangiare sotto ai ritratti di Mazzini e Garibaldi. Sui muri ci sono anche foto in bianco e nero di Ugo La Malfa, storico leader del partito, segretario tra il 1965 e il 1975. Il menu è tagliatelle al ragù di cinghiale e cinghiale in salmì, ci sono opzioni vegetariane. A San Pietro in Campiano, dopo cena suonano “Romagna mia”.

La vita nei circoli del PRI ha una dimensione più culturale che politica, secondo lo storico Roberto Balzani, ex sindaco di Forlì con il PD. Balzani considera le cerimonie del 9 febbraio un «aspetto archeologico della politica», e le ritiene una specie di residuo di qualcosa che non c’è più, definendole «lacerti di una forma-partito di fine Ottocento».

La festa del 9 febbraio nella sede del PRI in via don Minzoni, a Ravenna (Matteo Castellucci/il Post)

Le tagliatelle al ragù di cinghiale; c’erano anche al sugo di pomodoro per le persone vegetariane (Matteo Castellucci/il Post)

Il discorso della segretaria del PRI di Ravenna, Nives Raccagni, il 9 febbraio (Matteo Castellucci/il Post)

Alle cene di questa settimana partecipano 2.000 persone, molte più dei 400 tesserati del PRI. La passione per la politica spesso coincide con quella, minuta, per la storia, che altrettanto spesso è una storia familiare, condensata in una frase che a Ravenna si sente dire di frequente, e cioè «mio nonno era Repubblicano». Ma è anche una storia di congressi e di comizi dei leader: oltre a La Malfa, il più ricordato è Giovanni Spadolini, che tra il 1981 e il 1982 fu brevemente presidente del Consiglio, l’unico mai espresso dal PRI.

C’è un evento che tra i tavoli è ricordato con acrimonia ancora oggi, nonostante non sia esattamente recente. È l’espulsione nel 1964 di Randolfo Pacciardi, il rivale interno di La Malfa che, a differenza sua, era contrario a partecipare ai governi di centrosinistra con DC e Socialisti di quella stagione politica. Il dualismo tra lamalfiani e pacciardiani c’è ancora, e i tesserati si identificano con un campo o l’altro.

I Repubblicani più attempati, cioè la maggioranza, ricordano com’era quando il PRI contava qualcosa. Antonio Naldi racconta per esempio di quando suo figlio dovette fare la leva militare. Lui non voleva partire, il padre voleva mandarcelo, e per convincere il figlio e trovare un compromesso cercò di fargli prestare servizio almeno vicino a casa. Si rivolse a Sauro Camprini, dirigente del partito e consigliere regionale, che telefonò a sua volta al ministro della Difesa, che era proprio Spadolini. Alla fine il figlio di Naldi fece il servizio a Lugo, a una decina di chilometri da Ravenna.

Nella Prima Repubblica era una pratica abituale che gli iscritti ai partiti chiedessero ai loro referenti locali di intercedere con i dirigenti nazionali per un favore, e all’epoca il PRI aveva un certo peso, riusciva a mobilitare parlamentari e ministri. Alle elezioni nazionali prendeva quasi sempre percentuali basse, tra l’1 e il 4 per cento, ma tanto bastava per poter contare qualcosa nelle maggioranze di quella stagione politica, che spesso venivano raggiunte grazie a una manciata di seggi. Una delle battaglie politiche più ricordate dei Repubblicani fu quella in cui riuscirono a ritardare l’introduzione della televisione a colori in Italia.

La cena al circolo “Mameli” di Ravenna, 9 febbraio (Matteo Castellucci/il Post)

Fino agli anni Novanta a Ravenna il PRI prendeva molti più voti rispetto al resto d’Italia, raggiungendo anche il 20 per cento. Ma dopo le inchieste giudiziarie sulla corruzione dei partiti, passate alla storia col nome “Mani Pulite”, il sistema di partiti allora in vigore si trasformò completamente. Per questo si parla di passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, seppure non ci sia stata una riforma istituzionale vera e propria. E da quel momento in avanti il PRI ha attraversato un lungo declino anche a Ravenna, dove ormai si attesta con fatica al 5 per cento.

«Sarebbe stato troppo bello se i Repubblicani fossero stati in grado di portarsi dietro i figli nel partito», dice Arrigo Sternini, di 92 anni. Si riferisce a un mancato passaggio generazionale tra i depositari della tradizione del partito e i più giovani, che non hanno avuto lo stesso attaccamento al partito “di famiglia”.

Tra le altre cose, Sternini si rammarica anche di non aver tramandato l’avversione alla Chiesa, «la mia bestia nera». In Romagna, infatti, va aggiunto il PRI allo schema bipolare Comunisti contro Chiesa e Democrazia Cristiana (DC), come se fosse un terzo personaggio di Don Camillo e Peppone. Era così agguerrito, il PRI, che il leader comunista Palmiro Togliatti lo definiva un piccolo partito di massa. Cioè di massa, ma solo qui.

Alvaro Ancisi è in consiglio comunale dal 1966, a intermittenza. Sostiene che a Ravenna, nella seconda metà del Novecento, lo scontro politico principale fosse proprio tra Repubblicani e sinistra. Ancisi aggiunge di sentirsi ancora un democristiano e dice che quelli come lui erano «una minoranza». In ogni frazione c’erano sempre una sede del PRI, una chiesa e una casa del popolo del Partito Comunista.

Dai banchi del comune Ancisi ha fatto in tempo a vedere l’ultima amministrazione guidata dai Repubblicani. «Poi è iniziato l’attuale regime», cioè la subalternità del PRI ai partiti più grandi, da ultimo il PD. Secondo vari attivisti la crisi del partito è iniziata allora, quando i Repubblicani rinunciarono alla loro autonomia.

L’interno del circolo di Castiglione, Ravenna, 9 febbraio (Matteo Castellucci/il Post)

La rivalità con la DC è legata al laicismo tipico della società romagnola. Discende dal risentimento verso lo Stato Pontificio, che imponeva a questi territori pesanti tributi, e un po’ anche per questo gli ideali di Mazzini attecchirono tra i romagnoli. Al termine del Risorgimento la Romagna repubblicana accettò con riluttanza, e come un compromesso, di essere incorporata in uno Stato unitario monarchico. Questa tradizione riaffiorò al referendum del 1946, quando in provincia di Ravenna la Repubblica prese più dell’88 per cento, la percentuale più alta d’Italia.

Questa eccezionalità, insieme all’attaccamento quasi affettivo, spiega in parte la sopravvivenza del PRI, con Ravenna come suo centro principale e sostanzialmente unico. Fuori dalla Romagna infatti il PRI è un partito con nessuna rilevanza, alleato di Azione, il partito centrista di Carlo Calenda. «Si è spaccato come i Socialisti e la DC», riflette al telefono Giorgio La Malfa, l’ex leader figlio di Ugo. «È finita la DC, figuriamoci se non finiva il PRI». La Malfa, che formalmente è iscritto alla sezione di Cesena, si dice deluso dall’alleanza con Calenda. Preferirebbe una collocazione nel “campo largo”, insieme a PD e Movimento 5 Stelle, di cui recentemente ha incontrato il leader Giuseppe Conte.

Il segretario del circolo più antico di Ravenna, Claudio Suprani, non si sottrae alla domanda se il partito, che ha tra i suoi motti «un grande passato davanti a noi», continuerà a esistere: «Direi sicuramente sì, ma consapevole che è una balla enorme. Credo che il mazzinianesimo potrà sopravvivere, ma il partito continuerà a decrescere», risponde Suprani. Al collo porta un fiocco nero, come quello che i Repubblicani indossavano ai tempi di Mazzini al posto della cravatta, come distintivo della loro fede politica.