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  • Mercoledì 11 febbraio 2026

A Rosarno i lavoratori migranti non hanno mai avuto una casa

Nella piana di Gioia Tauro, in Calabria, si alternano da anni sgomberi di tendopoli e piani fallimentari

di Angelo Mastrandrea

Il «borgo sociale» di Taurianova, il 16 dicembre 2025 (Angelo Mastrandrea/il Post)
Il «borgo sociale» di Taurianova, il 16 dicembre 2025 (Angelo Mastrandrea/il Post)
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Circa 4mila lavoratori migranti, provenienti soprattutto dall’Africa sub-sahariana, in questo periodo raccolgono arance e mandarini nella piana di Gioia Tauro, in Calabria. La maggior parte di loro è arrivata all’inizio di novembre e ci rimarrà fino alla fine di marzo, quando finirà la raccolta.

Nel frattempo soltanto in pochi riescono a trovare una casa dove dormire e mangiare, poiché è molto difficile trovare dei proprietari disponibili ad affittare ai migranti. La maggior parte di loro trova riparo in baracche che si costruiscono da soli accanto a quelle già esistenti, oppure in case abbandonate e masserie di campagna, spesso indicate dagli stessi proprietari delle aziende agricole in cui sono impiegati.

La baraccopoli più grande è quella di San Ferdinando, in provincia di Reggio Calabria, dove vive un migliaio di persone provenienti da 18 paesi. Si trova in fondo a una zona industriale alle spalle del porto di Gioia Tauro, dove si alternano in maniera disordinata capannoni della logistica, fabbriche abbandonate e campi incolti. Una strada sopraelevata a scorrimento veloce separa la baraccopoli dal paese di San Ferdinando e impedisce la vista del mare. Fu costruita una ventina d’anni fa dopo lo sgombero di una ex cartiera abbandonata dove vivevano alcune centinaia di migranti, negli ultimi quindici anni è stata sgomberata tre volte e ogni volta è stata ricostruita.

La baraccopoli di San Ferdinando, il 16 dicembre 2025 (Angelo Mastrandrea/il Post)

Le tende del ministero dell’Interno a San Ferdinando, il 16 dicembre 2025 (Angelo Mastrandrea/il Post)

Nel 2019 l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini organizzò una grande operazione di polizia per mandare via i migranti e distruggere le baracche con le ruspe. Un migliaio di persone si disperse nelle campagne circostanti alla ricerca di un posto dove poter ricostruire un alloggio. Alla fine molti di loro tornarono nella vecchia baraccopoli distrutta, perché non sapevano dove andare e il ministero dell’Interno fu costretto a costruire una tendopoli per 300 persone a un centinaio di metri dal campo raso al suolo. Sette anni dopo le tende sono ancora lì: malridotte, sbiadite e rappezzate in più punti. E ancora abitate. Per proteggersi dalla pioggia e fare in modo che trattengano meglio il calore i lavoratori migranti le hanno ricoperte con le plastiche di scarto delle serre. Tutto attorno alla tendopoli sono state costruite decine di baracche, tirate su con materiali di scarto e sorrette da pali di legno.

La baraccopoli di San Ferdinando, il 16 dicembre 2025 (Angelo Mastrandrea/il Post)

Durante il governo di Mario Draghi nel Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) erano previsti 10 milioni di euro per chiudere baracche, tende e capanne e costruire ai lavoratori migranti delle vere case. Il governo Meloni, una volta insediato, non ha presentato nessun progetto e il finanziamento è stato cancellato. La situazione quindi è rimasta la stessa.

A San Ferdinando vive un migliaio di persone, provenienti soprattutto da Burkina Faso, Costa d’Avorio, Gambia, Mali e Senegal. La mattina vanno in bicicletta o con i furgoni dei caporali nei campi della zona, per poi tornare la sera. Gran parte di loro è arrivata per la raccolta degli agrumi e a marzo, quando sarà finita, andrà via, a raccogliere ortaggi in altre zone d’Italia. In 200 invece ci vivono tutto l’anno, e alcuni di loro sono qui anche da 15 anni.

All’interno del campo non c’è acqua e non ci sono bagni. La maggior parte delle baracche è anche al buio: prima dell’inverno il ministero dell’Interno aveva rifatto l’impianto elettrico investendo circa 250mila euro, ma le centraline non reggono il carico e soprattutto gli sbalzi di corrente provocati dai numerosi allacci improvvisati dai migranti, per illuminare le tende e accendere delle stufette.

Un contatore dell’elettricità a rischio distacco davanti al «borgo sociale» di Taurianova, il 16 dicembre 2025 (Angelo Mastrandrea/Il Post)

«Le persone che vivono qui sono costrette a sopravvivere in una situazione disumana e inaccettabile», dice Matteo Bellegoni della FLAI (Federazione dei lavoratori dell’agroindustria) CGIL, che ha aperto un ufficio di assistenza ai migranti in un container davanti al campo, vicino a una lavanderia finanziata dalla Chiesa cattolica.

La cosiddetta «Lavanderia di papa Francesco», gestita dai volontari della Caritas, il 16 dicembre 2025 (Angelo Mastrandrea/Il Post)

Il governo Meloni ha scelto di non intervenire, ma in compenso ha stanziato 10 milioni di euro per la «riqualificazione urbana e sociale» di San Ferdinando nel cosiddetto decreto Caivano bis. Serviranno per risistemare le scuole del paese, per costruire un auditorium e alcune aree verdi, e solo in parte a chiudere la tendopoli e costruire una «fattoria solidale».

In Contrada Serricella, a Rosarno, invece esistono già delle palazzine di tre piani che avrebbero dovuto ospitare una parte degli abitanti della baraccopoli di San Ferdinando. Le case però non sono mai state assegnate. La Regione Calabria le progettò dopo le violente proteste del 2010: il 7 gennaio di quell’anno due lavoratori furono feriti con colpi di arma da fuoco mentre tornavano dai campi e i migranti protestarono nelle strade del paese bruciando auto e negozi. La Regione stanziò quasi tre milioni e mezzo di fondi europei e stipulò con il Comune una convenzione che destinava gli alloggi all’accoglienza dei migranti.

Le case vuote e mai assegnate ai migranti in Contrada Sorricella a Rosarno, il 16 dicembre 2025 (Angelo Mastrandrea/il Post)

Le case furono consegnate nel 2019, proprio quando Salvini fece sgomberare e distruggere con le ruspe la baraccopoli. Non furono però date ai migranti, perché il Comune temeva le proteste dei residenti. Nel 2021 l’amministrazione comunale di Rosarno fu commissariata dal governo per infiltrazioni mafiose. Appena insediati, i commissari scoprirono che le palazzine non erano ancora state certificate e arredate: per questo neppure loro riuscirono ad assegnarle. Un centinaio di migranti fu invece sistemato in alcuni prefabbricati costruiti in un ex cementificio confiscato alla ’ndrangheta e abbandonati da anni.

L’attuale amministrazione comunale di centrodestra, eletta nel 2023, vuole assegnare le palazzine della Regione a chi è in lista per una casa popolare. Il Comune specifica di voler fare un bando aperto, e che «potranno partecipare anche i migranti che hanno i requisiti», cioè un reddito basso, la residenza e un permesso di soggiorno. Questa formula però escluderebbe gli abitanti della baraccopoli, che non hanno la residenza proprio perché non hanno una casa, e a volte nemmeno un permesso di soggiorno, e spesso lavorano in nero.

In realtà la convenzione stipulata con la Regione al momento del finanziamento vincola il Comune a riservare gli appartamenti ai migranti: il piano della nuova amministrazione quindi si esporrà a ricorsi e ritardi. «L’amministrazione non è in grado di assegnarli e neppure di gestirli», dice Peppe Marra, un sindacalista dell’Unione sindacale di base (USB), che si è candidata a farlo insieme a un’associazione di lavoratori migranti, Terra e Libertà. Hanno presentato un progetto che prevede l’apertura di sportelli per l’assistenza e il pagamento di un affitto calmierato che servirebbe a coprire le spese di manutenzione. «I migranti sono in grado di pagare un affitto proporzionato a quello che guadagnano, in questo modo riuscirebbero a gestirsi da soli i loro appartamenti, senza pesare sul Comune», spiega Marra.

Nel piccolo borgo di Drosi, 800 abitanti a pochi chilometri da Gioia Tauro, a trovare le case ai migranti è invece la Caritas. «Qui ci sono molte abitazioni sfitte o addirittura abbandonate perché i proprietari sono emigrati. Noi li cerchiamo e li convinciamo ad affittarle ai migranti che lavorano nei campi della piana per poche decine di euro al mese, facendo da garanti», spiega il coordinatore Ciccio Ventrice. In questo modo finora ne sono stati sistemati 150 in una trentina di abitazioni.

Un migrante di origine africana davanti alla casa che gli ha trovato Ciccio Ventrice a Drosi, il 16 dicembre 2025 (Angelo Mastrandrea/Il Post)

Il centro di distribuzione di abiti di seconda mano della Caritas nella scuola di Drosi, il 16 dicembre 2025 (Angelo Mastrandrea/Il Post)

Anche Mediterranean Hope, il programma sui migranti della Federazione delle chiese evangeliche in Italia, fa una cosa simile: a Rosarno ha ristrutturato alcuni appartamenti e un ex albergo di tre piani nel quartiere Eranova di San Ferdinando, a pochi metri dal mare, e ci ospita lavoratori migranti. «Il governo ripropone sempre la costruzione di campi, che è molto dispendiosa e non risolve nulla perché ghettizza i migranti. Invece si potrebbe investire nel recupero delle decine di case vuote che ci sono da queste parti», dice Francesco Piobbichi di Mediterranean Hope.

L’albergo di Eranova è stato trasformato in un ostello rinominato Dambe So: vuol dire «casa della dignità» in lingua bambara, una delle più parlate nell’Africa sub-sahariana. Nell’edificio risistemato vivono una cinquantina di persone. Pagano 90 euro di affitto al mese, contribuiscono a mantenere la struttura in buone condizioni e ogni pomeriggio, quando rientrano dal lavoro, seguono un corso di italiano. «Abbiamo molte richieste per venire a stare qui, ma purtroppo la disponibilità di posti è molto limitata», spiega il responsabile Ibrahim Diabate.

Oltre che dalla Chiesa valdese, il progetto è stato finanziato con la vendita delle arance di Sos Rosarno, un’associazione di produttori che impiegano i migranti con contratti regolari e salari equi, e destinano una parte del ricavato a risolvere il problema abitativo per i dipendenti.

Una lavoratrice della cooperativa Mani e Terra, affiliata all’associazione Sos Rosarno (Angelo Mastrandrea/il Post)

I produttori di Sos Rosarno sono una rara eccezione. L’ultimo rapporto dell’istituto Eurispes racconta che le cosche della ’ndrangheta controllano direttamente il mercato degli agrumi e organizzano lo sfruttamento dei lavoratori, gestendo «le reti dei caporali». Nella piana di Gioia Tauro esistono circa 5mila aziende agricole. «Se ognuna di queste devolvesse un centesimo per ogni chilo di arance raccolte, avremmo quasi cinque milioni di euro all’anno. Basterebbero questi a risolvere il problema della casa per tutti i lavoratori migranti», dice Piobbichi di Mediterranean Hope.