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  • Domenica 8 febbraio 2026

Alle elezioni in Thailandia cambiano i nomi, ma non la sostanza

È favorito il partito riformista all'opposizione, ma è probabile che gli sarà impedito di governare: non sarebbe la prima volta

Una donna cammina fra due manifesti elettorali del candidato a primo ministro Yodchanan Wongsawat, a sinistra, e del primo ministro Anutin Charnvirakul, a Bangkok, il 4 febbraio 2026 (ANSA/EPA/RUNGROJ YONGRIT)
Una donna cammina fra due manifesti elettorali del candidato a primo ministro Yodchanan Wongsawat, a sinistra, e del primo ministro Anutin Charnvirakul, a Bangkok, il 4 febbraio 2026 (ANSA/EPA/RUNGROJ YONGRIT)

Alle elezioni legislative di domenica in Thailandia, più dei singoli partiti contano i due grandi schieramenti politici e istituzionali che si scontrano da decenni. Da un lato c’è l’establishment tradizionale, composto soprattutto dalla monarchia e dall’esercito; dall’altro una serie di partiti e movimenti politici che, con alleanze variabili e instabili, cercano di riformare il paese, modernizzarne e democratizzare le istituzioni e ridurre il potere di monarchia ed esercito.

Negli ultimi decenni la lotta politica è andata così: i riformatori hanno quasi sempre ottenuto la maggioranza dei voti alle elezioni, segno che godevano del sostegno popolare. Raramente però hanno governato, perché l’establishment è sempre riuscito a prevenire il loro arrivo al potere con colpi di stato, manovre politiche e sentenze giudiziarie.

Dovrebbe andare allo stesso modo anche questa volta: il Partito del Popolo, progressista e riformista, è primo nei sondaggi con circa il 35 per cento dei consensi. Tuttavia ci si aspetta che sarà confermato il primo ministro uscente Anutin Charnvirakul, del partito conservatore Bhumjaithai. Secondo i sondaggi ha circa il 16 per cento dei consensi, ma è sostenuto dall’establishment e ha maggiori probabilità di riuscire a formare una coalizione di governo.

Il primo ministro uscente Anutin Charnvirakul a un evento della campagna elettorale, il 30 gennaio 2026 (AP Photo/Sakchai Lalit)

Oltre al Partito del Popolo e al Bhumjaithai c’è un terzo grosso partito, il Pheu Thai, formazione populista e centrista che nei sondaggi è data al 21 per cento. Il Pheu Thai è il partito della famiglia Shinawatra, una delle più ricche e influenti della Thailandia. Per decenni vari suoi esponenti sono stati a capo dello schieramento anti-establishment, e quindi in conflitto con l’esercito.

Nel 2001 Thaksin Shinawatra vinse le elezioni, ma fu rovesciato da un colpo di stato militare nel 2006 (oggi è in prigione). Sua sorella Yingluck fu eletta nel 2011 ma fu rimossa anche lei da un colpo di stato nel 2014. Paetongtarn Shinawatra, la figlia di Thaksin, è stata prima ministra tra il 2024 e il 2025, rimossa dopo molte polemiche dovute a una telefonata ritenuta poco appropriata con l’ex primo ministro della Cambogia. Attualmente il candidato primo ministro del partito è Yodchanan Wongsawat, nipote di Thaksin.

Dopo decenni di lotte, oggi la posizione del Pheu Thai non è più anti-establishment: al contrario negli ultimi anni ha sostenuto alcuni governi favorevoli alla monarchia e all’esercito, e dopo queste elezioni potrebbe allearsi con il Bhumjaithai in un futuro governo di coalizione.

Il candidato a primo ministro di Pheu Thai, Yodchanan Wongsawat, il 23 gennaio del 2026 (AP Photo/Sakchai Lalit)

Le elezioni precedenti, nel 2023, andarono più o meno allo stesso modo. Allora il partito riformista Phak Kao Klai, predecessore dell’attuale Partito del Popolo, ottenne la maggioranza relativa dei voti e un chiaro mandato a governare, ma gli fu impedito di farlo da una serie di manovre parlamentari. Inizialmente andò al governo il Pheu Thai, ma dopo una crisi politica l’anno scorso l’incarico di primo ministro passò ad Anutin, del Bhumjaithai, che ha governato in minoranza (in Thailandia ci si riferisce abitualmente ai politici con il nome proprio).

Quelle di domenica sono elezioni anticipate, convocate lo scorso dicembre da Anutin mentre erano in corso combattimenti sul confine tra Thailandia e Cambogia: secondo il primo ministro gli scontri avrebbero rafforzato il nazionalismo, favorendo il suo partito. In realtà l’aumento nei consensi è stato modesto, e se alla fine Anutin rimarrà al potere sarà soprattutto grazie alla sua fedeltà all’establishment monarchico e militare.

Il candidato del Partito del Popolo Natthaphong Ruengpanyawut durante un evento della campagna elettorale e Bangkok, il 28 gennaio del 2026 (AP Photo/Sakchai Lalit)

La forza dell’establishment tradizionale della Thailandia si fonda da un lato sull’esercito, che usa il suo potere anche per influenzare e intervenire nelle vicende politiche, e dall’altro sul fatto che la monarchia ha un ruolo quasi sacrale. Formalmente la Thailandia è una monarchia costituzionale, e il re avrebbe poteri in gran parte cerimoniali. La sua influenza è in realtà molto estesa, anche grazie ad alcuni strumenti giudiziari: la lesa maestà, cioè offendere il re anche soltanto in un messaggio sui social, è un reato punibile dai 3 ai 15 anni di prigione, e viene spesso usata come metodo per reprimere il dissenso.

Domenica, contestualmente alle elezioni, si vota anche per un referendum per sostituire la Costituzione, che era stata scritta nel 2017 su influenza dei militari. Il referendum non prevede un nuovo testo costituzionale, ma solo l’inizio di un nuovo processo costituente. Tutti i partiti principali sostengono la necessità di cambiare la Costituzione, anche se in modo diverso: i partiti riformatori lo vedono come un primo modo per ridurre il potere dell’establishment, mentre gli altri vorrebbero cambiare il meno possibile l’assetto istituzionale del paese.

In questo contesto di profonda instabilità politica l’economia della Thailandia si è indebolita: negli ultimi 10 anni è cresciuta a livelli insoddisfacenti per un paese in via di sviluppo (attorno al 2 per cento), dopo una lunga stagione di crescita vigorosa. Il Financial Times ha definito la Thailandia «il malato dell’Asia», con un’industria in declino e consumi stagnanti.