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  • Sabato 7 febbraio 2026

Stati Uniti e Iran si sono parlati, per decidere di cosa parlare

Il regime iraniano sembra disposto a trattare sul programma nucleare, gli inviati di Donald Trump vorrebbero includere più questioni compresa la repressione delle proteste

Gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner con Sayyid Badr Albusaidi, ministro degli Esteri dell'Oman, paese che ha ospitato gli incontri, il 6 febbraio 2026 (Oman Foreign Ministry via AP)
Gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner con Sayyid Badr Albusaidi, ministro degli Esteri dell'Oman, paese che ha ospitato gli incontri, il 6 febbraio 2026 (Oman Foreign Ministry via AP)
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Rappresentanti di Stati Uniti e Iran si sono incontrati venerdì a Muscat, in Oman. Erano i primi negoziati dopo gli attacchi statunitensi di giugno 2025 e dopo le ripetute minacce del presidente statunitense Donald Trump di nuovi bombardamenti, a gennaio. Sono stati incontri di alto livello, fra il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e gli inviati di Trump Steve Witkoff e Jared Kushner (il genero del presidente), che già avevano partecipato ai negoziati con la Russia e sulla guerra di Gaza. Non hanno portato risultati immediati, ma entrambe le parti li hanno definiti «un buon inizio».

L’incontro di fatto è servito per provare a definire gli argomenti delle trattative: l’Iran si è detto disponibile a trattare sul proprio programma nucleare militare, mentre gli Stati Uniti vorrebbero inserire nelle discussioni anche la riduzione dell’arsenale di missili balistici iraniani, la fine del sostegno alle milizie nella regione mediorientale (come Hamas e Hezbollah) e la questione della repressione interna delle proteste.

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi a Muscat, Oman, il 6 febbraio 2026 (Iranian Foreign Ministry via AP)

Proprio dopo i massacri dei manifestanti da parte delle forze di sicurezza, a inizio gennaio Trump aveva minacciato l’Iran di un nuovo intervento armato. Secondo ricostruzioni di vari media internazionali era poi stato dissuaso ad attaccare dall’intervento di vari paesi mediorientali, fra cui anche Qatar e Israele, che ritenevano che i bombardamenti avrebbero difficilmente fatto cadere il regime, ma avrebbero potuto causare una guerra più ampia nell’area.

Trump ha comunque fatto spostare la portaerei Abraham Lincoln e una flotta di navi da guerra nell’area del golfo Persico e ha continuato a minacciare un intervento militare in caso di fallimento dei negoziati. Venerdì agli incontri era presente anche il comandante delle forze militari statunitensi nel Medio Oriente Brad Cooper, una scelta piuttosto inusuale, che voleva probabilmente ricordare agli interlocutori la minaccia militare.

L’arrivo della delegazione iraniana a Muscat (AP Photo)

Trump però da settimane non parla più dei manifestanti iraniani e della repressione, temi che l’Iran non era disposto a trattare: la brutale repressione di gennaio conferma che il regime ritiene le proteste una credibile minaccia alla propria sopravvivenza, da reprimere con ogni mezzo. Il ministro degli esteri iraniano venerdì ha detto che si è parlato solo della questione nucleare: «Non discutiamo con gli Stati Uniti di altri argomenti». I negoziati si sono svolti in modo indiretto: era cioè la delegazione ospitante, guidata dal ministro degli Esteri dell’Oman Badr Albusaidi, a parlare singolarmente con le due parti, e a riferire agli interlocutori. Gli incontri continueranno nelle prossime settimane dopo che gli inviati dei due paesi si saranno confrontati con i propri governi.

Sempre venerdì Trump ha anche firmato un ordine esecutivo che minaccia, ma ancora non impone, dazi del 25 per cento ai paesi che acquistano petrolio o altri beni e servizi dall’Iran, per limitarne ulteriormente i commerci e le risorse economiche.