• Media
  • Mercoledì 4 febbraio 2026

Il Washington Post licenzierà più di 300 giornalisti

In totale ridurrà i suoi dipendenti di un terzo, cancellando o riducendo intere sezioni del giornale

l'insegna del washington post sopra all'ingresso di un grosso edificio
Gli uffici del Washington Post (AP Photo/Mark Schiefelbein)
Caricamento player

Mercoledì la direzione del Washington Post, uno dei giornali più famosi del mondo e uno dei quattro quotidiani “nazionali” degli Stati Uniti, ha annunciato ai dipendenti che ci saranno grosse riduzioni del personale: secondo quanto riferito da altri giornali statunitensi che hanno parlato con fonti interne, il giornale licenzierà circa un terzo dei suoi dipendenti, fra cui più di 300 degli 800 giornalisti che compongono la redazione. Chiuderanno le sezioni del giornale dedicate a libri e sport e verranno sensibilmente ridotte quelle che si occupano di esteri e della cronaca locale della città di Washington. Inoltre verrà cancellato il podcast giornaliero Post Reports.

Secondo quanto riferito all’esterno dai giornalisti della redazione di una riunione che si è tenuta internamente, il direttore esecutivo Matt Murray ha anche annunciato che le sezioni sulla politica, sul governo e sulle notizie nazionali rimarranno le più importanti, e che sarà aumentata la copertura di temi come la scienza, la salute, la tecnologia, oltre che di storie di vita online e quotidiana.

Recentemente il proprietario Jeff Bezos, fondatore e capo di Amazon e uno degli uomini più ricchi al mondo, si era lamentato degli scarsi risultati in termini di lettori e di ricavi, e i licenziamenti erano attesi. Marty Baron, direttore del Washington Post fino al 2021 e uno dei più importanti giornalisti del paese, ha criticato duramente la decisione in un lungo comunicato in cui ha menzionato più volte Bezos e ha definito questo «uno dei giorni più bui nella storia di una delle più grandi testate giornalistiche del mondo».

Bezos comprò il Washington Post nel 2013 e per un periodo i suoi grossi investimenti e il posizionamento battagliero del giornale rispetto a Donald Trump durante il suo primo mandato presidenziale gli consentirono di ottenere una grande crescita di abbonamenti e di ricavi. Circa due anni fa questa crescita si è arrestata, e a questa prima crisi si è aggiunta la richiesta da parte di Bezos di capovolgere gli atteggiamenti del giornale nei confronti di Trump, messa in atto in modi maldestri e tendenzialmente controproducenti, visibili soprattutto nella sezione delle opinioni, dove è diventato sempre più comune che il giornale non fosse trasparente su questioni che potevano porre un conflitto d’interessi con l’editore.

A questo si sono accompagnate scelte editoriali molto discusse, come per esempio quella di non pubblicare il classico endorsement presidenziale durante la campagna elettorale del 2024: è una tradizione decennale negli Stati Uniti e lo era stata a lungo anche al Washington Post, dove la redazione aveva preparato un articolo a favore di Kamala Harris. La decisione di Bezos di bloccarne la pubblicazione causò molte ire tra i giornalisti e venne interpretata da molti come un modo per ingraziarsi Donald Trump in caso di vittoria, alimentando le crescenti paure sulla perdita di indipendenza del giornale. Quella scelta da sola causò una riduzione di abbonamenti nell’ordine delle centinaia di migliaia (il numero esatto non è stato divulgato ma è stato ricostruito da indagini giornalistiche).

Per queste ragioni, e per quella che gli stessi giornalisti della redazione hanno descritto come una mancanza di visione per il futuro del giornale, molti insistono sulle responsabilità di Bezos e del CEO Will Lewis nel creare le condizioni che hanno reso necessari i licenziamenti, della cui possibilità si parlava da settimane (quando era stato reso noto che i cronisti sportivi non sarebbero stati inviati in trasferta in Italia per seguire le olimpiadi invernali). In un lungo e cupo articolo l’Atlantic, tra le più importanti riviste degli Stati Uniti, ha parlato dell’«Omicidio del Washington Post», e nei giorni scorsi l’influente giornalista Nate Silver aveva scritto nella sua newsletter del «triste e autoinflitto declino del giornale».