Come Meloni vuole mettere in difficoltà le opposizioni sulla sicurezza

In un modo un po' subdolo, che mostra però anche le difficoltà del governo dopo gli scontri a Torino

di Valerio Valentini

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni durante la cerimonia per il 173° anniversario della fondazione della Polizia di Stato, in piazza del Popolo a Roma, il 10 aprile 2025 (ETTORE FERRARI/ANSA)
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni durante la cerimonia per il 173° anniversario della fondazione della Polizia di Stato, in piazza del Popolo a Roma, il 10 aprile 2025 (ETTORE FERRARI/ANSA)
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Lunedì 2 febbraio, poco prima delle due del pomeriggio, Giorgia Meloni ha fatto un appello a tutti i partiti per «una stretta collaborazione istituzionale», al termine di una lunga riunione a Palazzo Chigi con vari membri del governo e i capi delle varie forze di polizia. L’incontro era stato convocato a seguito degli scontri durante il corteo di sabato a Torino in sostegno del centro sociale Askatasuna.

– Leggi anche: Cosa è successo a Torino durante il corteo per Askatasuna

La collaborazione istituzionale, per Meloni, doveva concretizzarsi in una risoluzione parlamentare da votare tutti insieme, maggioranza e opposizione, al termine dell’intervento con cui Piantedosi avrebbe riferito nell’aula della Camera e del Senato proprio sulla manifestazione e sugli scontri di sabato a Torino. La proposta, apparentemente conciliante, è parsa in realtà come una mossa furba e un po’ subdola con la quale Meloni provava a mettere in difficoltà il centrosinistra.

Da tempo Meloni è incalzata sulle questioni che riguardano la sicurezza: nonostante i tanti provvedimenti adottati in questi oltre tre anni, sempre presentati con grande enfasi, vari fatti di cronaca negli ultimi mesi, più o meno ingigantiti dai giornali e dai politici, hanno contribuito a creare la percezione che poco o nulla fosse davvero cambiato. La stessa presidente del Consiglio si è vista costretta ad ammettere, lo scorso 9 gennaio, che i risultati raggiunti su questo fronte non sono soddisfacenti.

Anche per questo, da un paio di settimane il governo sta discutendo sulla definizione di due provvedimenti – un decreto-legge e un disegno di legge – per introdurre nuove misure con cui contrastare in modo più efficace la microcriminalità urbana. La gestazione di questi provvedimenti stava andando un po’ per le lunghe, e i fatti di Torino hanno contribuito ad accelerare e dare un maggiore senso d’urgenza all’iniziativa.

Domenica scorsa Meloni ha voluto visitare due dei poliziotti feriti dai manifestanti ricoverati a Torino. L’incontro ha avuto un grande risalto sui media. Subito dopo, ha fatto sapere di aver convocato la riunione di lunedì a Palazzo Chigi nella quale, oltre a definire meglio le misure da approvare in vista del Consiglio dei ministri di giovedì, si è deciso anche di fare questo appello un po’ strumentale alle opposizioni.

Il problema è che l’annuncio ha colto di sorpresa anche i dirigenti della stessa maggioranza. I presidenti di Camera e Senato, Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa, non erano stati informati. Anche il ministro per i Rapporti col parlamento, Luca Ciriani, di Fratelli d’Italia, è stato preso un po’ alla sprovvista: domenica sera aveva diffuso un comunicato in cui diceva di aver informato La Russa e Fontana «della volontà del governo di riferire in parlamento sui gravissimi scontri avvenuti a Torino», e la cosa si sarebbe dovuta svolgere martedì, prima alla Camera e poi al Senato.

Anche questa solerzia tradiva l’intenzione della destra di dare risalto al tema della sicurezza, in vista dell’imminente approvazione dei nuovi provvedimenti. Il problema, però, è che quando il governo chiede di sua iniziativa di riferire alle camere, questo avviene con una informativa, una procedura che prevede un dibattito d’aula piuttosto snello: il ministro riferisce, i vari esponenti dei gruppi commentano brevemente in replica, e la cosa finisce lì. Soprattutto, non è previsto che si voti alcun documento, al termine di un’informativa.

Diverso sarebbe se si trattasse di comunicazioni, un’altra procedura con cui il governo può riferire in aula, di sua iniziativa o più propriamente su sollecitazione del parlamento. Ed è proprio quello che Meloni ha suggerito di fare: modificare l’ordine del giorno di Camera e Senato per trasformare l’informativa in comunicazioni.

Alla Camera è sembrato subito difficile. Lì il regolamento impone che i capigruppo dei vari partiti concordino all’unanimità sulla modifica del calendario dei lavori: e il tutto, visto lo scarsissimo preavviso, si sarebbe dovuto svolgere martedì mattina, a ridosso dell’intervento di Piantedosi. Per questo a Montecitorio si è mantenuto il vecchio ordine del giorno: il ministro dell’Interno è intervenuto martedì, e almeno alcuni passaggi del suo discorso sono parsi caratterizzati da toni piuttosto esasperati. Era chiara l’intenzione, dunque, di alimentare un aspro contradditorio tra i partiti, a dispetto dell’offerta di collaborazione fatta da Meloni. Al termine, comunque, non è stato votato alcun documento.

Al Senato è un po’ diverso. Lì il regolamento prevede più agevolmente di modificare l’ordine del giorno, e anche se le opposizioni si dicono contrarie, l’aula può votare a maggioranza il cambio del calendario dei lavori. È un po’ una forzatura, per un caso come questo, ma si può fare. Ed è infatti quello che La Russa ha fatto. E così l’informativa che Piantedosi avrebbe dovuto svolgere martedì è stata trasformata in comunicazioni, programmate per mercoledì. La destra ha fatto subito circolare la sua risoluzione, ma visto il clima era ormai impensabile una condivisione di quel testo da parte delle opposizioni. «Noi condanniamo in modo risoluto le violenze dei manifestanti contro la polizia, ma se ci si chiede di essere collaborativi col fine di legittimare nuovi provvedimenti piuttosto discutibili allora non ci stiamo», ha detto mercoledì Lella Paita, la capogruppo di Italia Viva al Senato.

Nelle opposizioni il dibattito sulla tattica da seguire è stato in effetti animato. Il Movimento 5 Stelle è stato il più determinato nel suggerire un testo condiviso da tutte le opposizioni. Nel PD c’è stata qualche resistenza da parte degli esponenti più moderati, che evidenziavano i rischi di sottoscrivere una risoluzione insieme agli alleati di Alleanza Verdi e Sinistra (AVS), i cui esponenti avevano partecipato al corteo di sabato a Torino. Ma alla fine, dopo un’intensa giornata di trattative, si è trovato un accordo: e AVS ha accettato di sottoscrivere un testo che, su spinta di Paita e del grillino Stefano Patuanelli, ha espresso una netta condanna nei confronti delle violenze commesse durante il corteo.

In tutto ciò, i testi del disegno di legge e del decreto-legge da approvare giovedì in Consiglio dei ministri non sono ancora del tutto definiti. Vista la delicatezza della materia, e siccome già in passato sul tema della sicurezza ci sono stati dissidi tra il governo e la presidenza della Repubblica, i fascicoli sono stati inviati al Quirinale lunedì.

In particolare, ci sono dubbi riguardo ad alcune misure sul piano del diritto costituzionale e delle libertà personali: l’obbligo di versare una cauzione da parte di chi organizza delle manifestazioni, per ripagare eventuali danni, considerata dal Quirinale ai limiti della costituzionalità; la possibilità da parte delle forze dell’ordine di trattenere le persone sospette nelle ore precedenti alle manifestazioni ritenute a rischio, così da evitare in via preventiva che ci siano scontri; una maggiore tutela legale per gli agenti che commettono reati durante il loro servizio, anche ricorrendo all’uso delle armi, per stato di necessità, cioè per reagire a una situazione di pericolo concreto; norme per rendere più snelle le procedure di rimpatrio dei migranti irregolari.

Su queste e su altre misure, il confronto tra il governo e la presidenza della Repubblica è stato piuttosto animato. Mercoledì il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano è andato al Quirinale per ascoltare nel dettaglio le obiezioni e le perplessità di Mattarella, senza tuttavia sbilanciarsi sull’intenzione di Meloni di recepirle appieno oppure no. Spetterà ora a Meloni decidere fino a che punto accogliere i suggerimenti di Mattarella, e fino a che punto rischiare di alimentare l’ennesimo conflitto tra il governo e il Quirinale.

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