Tutte le aree a rischio frana in Italia
Oltre un milione di persone vive in comuni dove la pericolosità è molto alta, spesso senza nemmeno saperlo

Da decenni a Niscemi si sapeva che buona parte del centro storico era stata costruita in un’area a rischio: nel 1997 c’era stata una frana simile e da anni il comune chiedeva soldi alla regione per mettere in sicurezza il fronte sud occidentale dell’altopiano che si affaccia sulla piana di Gela. In moltissimi altri comuni italiani il rischio è altrettanto alto, ma spesso gli abitanti non ne sono consapevoli perché negli anni non ci sono mai state avvisaglie, come accaduto a Niscemi. I dati sul rischio idrogeologico diffusi dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA) aiutano a capire com’è la situazione nel resto d’Italia.
Tutti i dati sono disponibili su una piattaforma chiamata “Idrogeo”, realizzata in collaborazione con le regioni per censire ogni frana avvenuta sul territorio. Secondo i dati del 2024, i più recenti a disposizione, in Italia 5,7 milioni di persone vivono in zone a rischio frana, di cui 1,28 milioni abitano in aree a pericolosità alta o molto alta, pari al 2,2 per cento della popolazione. Nelle aree dove il rischio è maggiore ci sono 243mila edifici, di cui 23mila imprese e quasi seimila beni culturali.
L’Italia è un paese dove il rischio frana è alto per diverse ragioni. Alcune sono naturali: oltre il 75 per cento del territorio italiano è collinare o montuoso, e più un versante è inclinato, maggiore è l’energia potenziale che possono sfruttare le masse una volta in movimento. Per di più molti rilievi come gli Appennini sono composti da argille e rocce sedimentarie che con le piogge abbondanti perdono coesione. In tutto questo non è trascurabile il rischio sismico, perché un terremoto anche di bassa intensità può destabilizzare versanti già precari.
Ma tra le cause delle frane c’è anche l’intervento umano. Il consumo di suolo spesso altera l’equilibrio idrogeologico di intere aree, impedendo le infiltrazioni d’acqua e aumentando il volume e la velocità del deflusso di acqua superficiale, che danneggia i versanti. Anche la deforestazione aumenta il rischio di frane, così come l’abbandono delle zone montuose avvenuto negli ultimi cinquant’anni.
Con il riscaldamento globale è aumentata anche la frequenza di eventi meteorologici estremi. Piogge molto abbondanti, ormai non più eccezionali, non danno al terreno il tempo di drenare l’acqua che appesantisce versanti già instabili, come è avvenuto a Niscemi a causa del ciclone Harry. Spesso le frane sono causate da due o più di queste cause: il rischio è più elevato quando si verifica un evento meteorologico estremo su un versante già predisposto naturalmente e dove negli anni c’è stato un massiccio intervento umano.
– Leggi anche: La frana di Niscemi vista dai satelliti
Sempre secondo i dati dell’ISPRA, nel 2024 la superficie del territorio italiano a rischio frana è aumentata del 25 per cento rispetto alla rilevazione precedente, dai 55mila chilometri quadrati segnalati nel 2021 ai 69mila del 2024. L’aumento di territorio a rischio è stato più significativo nella provincia autonoma di Bolzano, in Toscana, in Sardegna e in Sicilia.
In questa mappa si possono consultare i dati della pericolosità media o alta di tutti i comuni italiani. I dati mostrano la percentuale di territorio esposta al rischio. Rischio e pericolo non sono la stessa cosa: il pericolo è rappresentato dall’evento calamitoso che può colpire una certa area (la causa) e non può essere mitigato, il rischio è rappresentato dalle sue possibili conseguenze, cioè dal danno che ci si può attendere (l’effetto) e contro cui ci si può preparare, riducendone gli effetti. A Niscemi il 2,42 per cento del territorio è a pericolosità alta: è una percentuale all’apparenza bassa, ma concentrata nella zona vicina al centro storico.
Si stima che dal 2012 al 2023 in Italia siano stati spesi 3,3 miliardi di euro all’anno per rimediare ai danni del cosiddetto dissesto idrogeologico. Dopo ogni disastro – è successo a Niscemi, ma anche in Emilia-Romagna dopo le alluvioni degli ultimi anni – la politica si interroga su come si possano prevenire questi danni: è una discussione che si ripete identica di anno in anno perché gli eventi estremi stanno diventando più frequenti a causa del cambiamento climatico e soprattutto perché continuano a mancare molte opere di prevenzione sul territorio.
Secondo le stime diffuse lo scorso anno dall’ufficio parlamentare di Bilancio, senza nuovi investimenti sulle politiche climatiche il costo degli eventi estremi e degli sconvolgimenti del clima potrebbe raggiungere il 5,1 per cento del PIL entro il 2050. Ai livelli attuali sarebbero oltre 100 miliardi di euro.



