In Iraq sono iniziate le indagini su 1.387 membri dell’ISIS trasferiti nelle prigioni del paese dalla Siria

Lunedì 2 febbraio la magistratura irachena ha annunciato di aver avviato le indagini su 1.387 membri dell’ISIS trasferiti nelle prigioni del paese dalla Siria dopo che il nuovo governo siriano aveva riconquistato il territorio controllato dai curdi. Tra il 2014 e il 2019 lo Stato Islamico controllava diverse aree della Siria e dell’Iraq, attirando anche migliaia di combattenti stranieri. I curdi delle Forze democratiche siriane (SDF) lo combatterono e riuscirono ad assicurarsi una sostanziale autonomia nelle aree del nord-est siriano che controllavano.
Dopo la sconfitta dell’ISIS nella regione, migliaia di miliziani e loro familiari furono arrestati e imprigionati in massa in prigioni e campi di detenzione. Nessuno dei detenuti delle prigioni e dei campi ha mai avuto un regolare processo, e quasi nessuno ha contatti con l’esterno negli ultimi sei anni. La maggior parte è ritenuta pericolosa, compresi molti dei minori e dei ragazzi, cresciuti in un ambiente dominato ancora dalle regole e dalla dottrina dello Stato Islamico. La magistratura irachena ha assicurato che le indagini «rispetteranno le leggi nazionali e gli standard internazionali».
In questi anni quelle prigioni e quei campi erano stati gestiti dai curdi delle Forze democratiche siriane (SDF), che fino a poco fa controllavano la regione, il Rojava, in maniera autonoma. L’accordo per il cessate il fuoco fatto a metà gennaio con il nuovo governo siriano del presidente Ahmed al Sharaa prevedeva lo scioglimento delle forze curde e la cessione del controllo delle prigioni con gli ex combattenti dell’ISIS, molti dei quali sono stati trasferiti proprio in Iraq, unico paese che ha finora accettato i prigionieri provenienti da quei luoghi.
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