In che senso Alberto Trentini è stato una “pedina di scambio”

Ci sono diversi riscontri che la sua vicenda fosse legata al caso di un ex ministro venezuelano accusato di riciclaggio e sposato con un'italiana

La mamma di Alberto Trentini abbraccia il figlio rilasciato dopo oltre 14 mesi di detenzione in Venezuela all'aeroporto di Ciampino, Roma, 13 gennaio (FILIPPO ATTILI/PALAZZO CHIGI via Ansa)
La mamma di Alberto Trentini abbraccia il figlio rilasciato dopo oltre 14 mesi di detenzione in Venezuela all'aeroporto di Ciampino, Roma, 13 gennaio
(FILIPPO ATTILI/PALAZZO CHIGI via Ansa)
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A Che Tempo Che Fa, il programma di Fabio Fazio sul Nove, il cooperante italiano Alberto Trentini ha parlato di sé come di una «pedina di scambio» del Venezuela. In effetti il regime di Nicolás Maduro l’ha tenuto imprigionato per 423 giorni nel carcere El Rodeo I di Caracas per ottenere dall’Italia un riconoscimento politico, ma non solo. In questo senso Trentini, come molti altri detenuti politici stranieri, è stato di fatto un ostaggio del Venezuela, anche perché le accuse nei suoi confronti non sono mai state comunicate ufficialmente alle autorità italiane.

Nelle trattative tra i due paesi ha avuto un peso anche un’altra vicenda di cui si è parlato in queste settimane, che riguarda il procedimento penale in cui era imputato in Italia l’ex ministro dell’Industria venezuelano Alex Saab, molto vicino a Maduro e sposato con l’italiana Camilla Fabri, viceministra per la Comunicazione internazionale del Venezuela, anche lei imputata. Il Venezuela puntava all’archiviazione del caso, ma alla fine di ottobre Saab ha patteggiato, e ci sono voluti altri due mesi e mezzo prima che Trentini fosse scarcerato.

Non si sa con esattezza cosa sia successo nel mezzo, ma secondo alcune fonti che chiedono di restare anonime Maduro ha provato a chiedere una presa di posizione dell’Italia contro la crescente campagna militare degli Stati Uniti. L’Italia non l’ha concessa, e Trentini è stato liberato soltanto il 12 gennaio in una più ampia scarcerazione di detenuti politici decisa dal governo di Delcy Rodríguez nel tentativo di accreditarsi a livello internazionale, sotto le pressioni degli Stati Uniti. La liberazione di Trentini si deve quindi in estrema sintesi a questi ultimi.

– Leggi anche: La detenzione di Alberto Trentini, raccontata da lui

Va tenuto presente un elemento di contesto importante che ha rallentato parecchio le trattative per Trentini, e cioè la scarsità dei rapporti diplomatici tra Italia e Venezuela. Fino a poche settimane fa il capo missione dell’ambasciata italiana a Caracas Giovanni De Vito era un incaricato d’affari, e non un ambasciatore, quindi con un grado diplomatico inferiore, proprio perché tra i due paesi non c’era un dialogo (aperto poi solo con Rodríguez a inizio gennaio). La carenza di rapporti significa che è necessario innanzitutto trovare canali diplomatici affidabili, e poi capire come gestire le trattative con un paese abituato ad arrestare cittadini stranieri per usarli come merce di scambio con i loro governi.

Nei 14 mesi di detenzione di Trentini il governo di Giorgia Meloni ha provato ad aprire un dialogo con il Venezuela attivando vari politici e i servizi segreti. Allo stesso tempo però ha più volte criticato il regime di Maduro, al potere dal 2013 e rieletto nel 2024 con brogli elettorali documentati, cosa che non ha aiutato le trattative secondo chi le ha seguite da vicino. Per mesi comunque dopo il suo arresto di Trentini non si era saputo nulla.

In tutto questo si è inserita la vicenda giudiziaria di Alex Saab, che era già in corso prima della cattura di Trentini. In Italia Saab è stato assistito dagli avvocati Luigi Giuliano e Filippo Dinacci. È un potente uomo d’affari colombiano di origini libanesi, ed era considerato uno dei più importanti collaboratori di Maduro. Nel 2020 venne arrestato a Capo Verde e poi estradato negli Stati Uniti, dove venne imprigionato nel 2021 con accuse di riciclaggio di denaro e corruzione. Era poi stato rilasciato nel 2023 dall’amministrazione di Joe Biden, in cambio della liberazione di dieci statunitensi detenuti in Venezuela.

Il presidente venezuelano Nicolas Maduro e il ministro dell’Industria Alex Saab a Caracas, in Venezuela, 23 gennaio 2025 (AP Photo/Jesus Vargas)

Il fascicolo della procura di Roma per riciclaggio, autoriciclaggio e intestazione fittizia di beni è legato all’indagine statunitense. I fatti contestati sarebbero avvenuti tra il 2017 e il 2020. Nel procedimento penale gli imputati erano sei: la procura di Roma accusava Saab e Fabri di avere creato una rete di prestanome per gestire società riconducibili a Saab e trasferire tra i vari conti correnti di queste società ingenti quantità di denaro ottenute per corruzione, appropriazione indebita di fondi pubblici e riciclaggio. Secondo la procura inoltre Saab e Fabri avrebbero usato quasi cinque milioni di euro riciclati per comprare un appartamento di lusso in via dei Condotti a Roma, intestato a Fabri.

Il procedimento si è chiuso il 31 ottobre 2025 con un patteggiamento. La giudice del tribunale di Roma Paola Petti ha imposto a Saab una pena di un anno e due mesi, e circa duemila euro di multa; a Fabri quella di un anno e sette mesi, e oltre duemila euro di multa. Nessuno dei due andrà in carcere perché la pena è sospesa. Saab ha inoltre rinunciato a recuperare 1,7 milioni di euro che gli erano stati sequestrati preventivamente, e ha versato altri quattro milioni di euro come risarcimento. La giudice ha disposto il dissequestro dell’immobile di via dei Condotti, che ora è tornato a disposizione di Fabri.

Inizialmente, in cambio della liberazione di Trentini, sembra che il Venezuela avesse provato a chiedere l’estradizione di Rafael Ramírez Carreño, ex ministro dell’Energia venezuelano che è rifugiato politico in Italia dal 2021. La richiesta era però stata ritenuta improponibile fin da subito.

Nelle negoziazioni si è quindi inserito Saab, che a detta del suo avvocato si è proposto a un certo punto come portavoce con Maduro per Trentini, puntando appunto all’archiviazione del procedimento a suo carico. La difesa di Saab sostiene peraltro che non ci fossero le condizioni di procedere contro di lui, vista la grazia degli Stati Uniti. La sentenza per Saab è stata depositata il 31 ottobre, quando varie fonti davano per certa la liberazione di Trentini, che però rimase in carcere. La scarcerazione non avvenne perché Maduro aveva chiesto all’Italia una presa di posizione contro gli Stati Uniti, che stavano schierando le loro navi militari nel mar dei Caraibi, ma l’Italia – a differenza della Francia, che in effetti aveva poi ottenuto la liberazione di Camilo Castro – non aveva acconsentito.

A quel punto la mediazione offerta da Saab si è rivelata più inconsistente di quanto avesse fatto intendere fino ad allora. Il 13 novembre la procura di Roma ha fatto ricorso in Cassazione, l’ultimo grado di giudizio, contro il patteggiamento di Saab, per poi rinunciarvi il 9 dicembre. La Cassazione ha accolto la rinuncia all’impugnazione il 9 gennaio, tre giorni prima della liberazione di Trentini.

Intervistato da Estefano Tamburrini sul Fatto Quotidiano, Trentini ha detto che non conosceva la storia di Saab ma che mentre era detenuto gli era stato chiaro che il suo era «un sequestro per fini politici».

Nel frattempo il 17 gennaio Delcy Rodríguez ha revocato l’incarico a Saab. Secondo fonti venezuelane vicine al governo, l’ha fatto anche perché Saab avrebbe usato la sua posizione nel regime di Maduro per fare affari e ottenere vantaggi personali. Nei giorni scorsi inoltre c’è stata una polemica in Venezuela a proposito della vicenda giudiziaria in Italia di Saab, tanto che lui ha pubblicato sui suoi profili social una lettera scritta dall’avvocato Luigi Giuliano in cui si spiega perché il patteggiamento in Italia non è un’ammissione di colpevolezza.