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  • Venerdì 30 gennaio 2026

Fu fatto il possibile per evitare la strage di Cutro?

Dovrà stabilirlo il processo che comincia oggi, in cui sono imputati quattro ufficiali della Guardia di Finanza e due della Guardia Costiera

Le bare delle persone morte nel naufragio di Cutro al PalaMilone di Crotone, 28 febbraio 2023 (AP Photo/Valeria Ferraro)
Le bare delle persone morte nel naufragio di Cutro al PalaMilone di Crotone, 28 febbraio 2023 (AP Photo/Valeria Ferraro)

Nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023 un vecchio peschereccio chiamato Summer Love naufragò a poche decine di metri dalle coste calabresi di Steccato di Cutro. A bordo c’erano circa duecento persone migranti: i morti identificati furono 94, di cui 35 minorenni. Dopo il rinvio della prima udienza, prevista per 14 gennaio, è iniziato oggi a Crotone il processo che dovrà stabilire se qualcuno è stato responsabile di quel naufragio, e se e come l’evento rimasto noto come la strage di Cutro poteva essere evitato.

Gli imputati sono quattro tra ufficiali e sottufficiali della Guardia di Finanza e due della Guardia Costiera. La procura di Crotone li accusa a vario titolo – cioè con diverse responsabilità per ciascuno – di omicidio e naufragio colposo: la tesi è che quella notte le persone imputate agirono con «grave negligenza, imprudenza, imperizia», senza coordinarsi, commettendo errori nello scambio di informazioni, e provocando quindi ritardi nelle operazioni di salvataggio.

Il naufragio di Cutro è stato uno dei più raccontati negli ultimi anni e anche uno dei casi su cui ci sono state più polemiche, per via della sua drammaticità e degli enti coinvolti nel procedimento penale, che dipendono dal ministero dell’Economia e da quello dei Trasporti. Sulla vicenda si espose anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che il 9 marzo 2023 organizzò un Consiglio dei ministri nel municipio di Cutro, durante il quale venne approvato un decreto-legge che tra le altre cose ha aumentato le pene per i delitti relativi all’immigrazione clandestina.

Resti del peschereccio a Steccato di Cutro, 27 febbraio 2023 (AP Photo/Luigi Navarra)

Il Summer Love era partito quattro giorni prima dalla Turchia. I passeggeri erano almeno 180, provenienti in maggioranza da Afghanistan, Pakistan, Siria, ma anche da Iran, Somalia e Palestina. Nell’ultimo giorno di navigazione le condizioni del mare erano peggiorate, ma intorno alle 4 del 26 febbraio il peschereccio era comunque arrivato a non più di 200 metri dalla costa della Calabria.

Lì si arenò su una secca, si ribaltò e si spezzò, provocando la caduta in mare di tutti quelli che ci viaggiavano. Pochissime persone avevano giubbotti di salvataggio, molte non sapevano nuotare e annegarono, qualcuno riuscì ad arrivare alla spiaggia.

L’aereo di pattugliamento Eagle 1 di Frontex, l’agenzia dell’Unione Europea che svolge le funzioni di guardia di frontiera e costiera, aveva avvistato il peschereccio a circa 75 miglia nautiche (40 chilometri) dalla costa intorno alle 22 del 25 febbraio. Nella sua segnalazione Frontex aveva indicato la presenza di una persona sul ponte e di «possibili altre persone sottocoperta», nessun giubbotto di salvataggio visibile e nessuno in acqua.

Frontex non aveva parlato esplicitamente di migranti, ma nella segnalazione c’erano diversi elementi che per chi si occupa di soccorsi avrebbero potuto far pensare che ci fossero. Per esempio Frontex faceva notare una “significativa” rilevazione termica in prossimità dei boccaporti della barca, che indica appunto la presenza di persone. In quel momento il mare era molto mosso, con onde tra 1,25 e 2,5 metri. Per chi lavora con i soccorsi in mare un’imbarcazione verosimilmente piena di migranti, in mare aperto, senza tracce di giubbotti di salvataggio, va considerata in difficoltà e quindi da soccorrere. Frontex non la indicò come tale.

Un fermo immagine dal video di Frontex del peschereccio prima del naufragio, 22 marzo 2023 (ANSA/Frontex)

Stando a quanto ricostruito in seguito, Frontex aveva inviato la segnalazione a tutte le autorità italiane competenti. Da quel momento non è chiaro cosa sia successo: tutti i passaggi nelle comunicazioni, eventuali lacune o errori dovranno essere ricostruiti durante il processo.

Le cose che non tornano finora sono molte. Stando a documenti del fascicolo d’indagine della procura di Crotone, pubblicati da Repubblica, alle 23:20 di sabato l’ufficiale di turno della Guardia di Finanza scrisse su un foglio che era stato comunicato un «avvistamento Eagle 1 di natante con migranti». La Guardia di Finanza avrebbe quindi interpretato la comunicazione come un riferimento a una nave di migranti, in base agli elementi descritti sopra. Nell’annotazione di polizia giudiziaria che la Guardia di Finanza di Crotone redasse domenica 26 febbraio, dopo il naufragio, quel riferimento ai migranti però non c’era più.

Sempre secondo quei documenti, alle 23:36 la Guardia di Finanza comunicò alla Guardia Costiera che la squadra in turno stava valutando la segnalazione di Frontex dicendo che era «un’attività di polizia». Dopodiché, l’ufficiale in turno dispose l’uscita in mare della motovedetta V5006 e del pattugliatore Barbarisi. Questo tipo di operazione è chiamata di “law enforcement”, o “di intercetto”, e ha lo scopo di fermare l’imbarcazione e catturare eventuali trafficanti, e non quello di soccorrere le persone che si trovavano a bordo.

Sopravvissuti e familiari delle vittime durante una veglia sulla spiaggia di Steccato di Cutro, 26 febbraio 2024 (AP Photo/Valeria Ferraro)

Questo sarà il punto centrale del processo. La procedura in caso di rilevazione di una barca di migranti in mare prevede che in caso non ci sia un pericolo immediato di naufragio parta un’operazione di polizia gestita dalla Guardia di Finanza, mentre in caso contrario ce ne sia una di soccorso da parte della Guardia Costiera, che ha appunto la competenza sul protocollo di soccorso di persone in difficoltà (la cosiddetta operazione SAR, Search And Rescue). Non è chiaro perché, con gli elementi a disposizione, l’evento non sia poi stato classificato come SAR.

Stando sempre alle informazioni provenienti dalla procura, verso le 3:20 del 26 febbraio 2023 la Guardia di Finanza contattò la Capitaneria di Porto di Reggio Calabria. Le sue navi avevano già rinunciato a intercettare il peschereccio per via del mare mosso, secondo la procura senza comunicarlo però alla Guardia Costiera e senza monitorare il peschereccio a distanza, come avrebbe dovuto fare. A quel punto la Guardia di Finanza chiese alla Capitaneria se ci fossero navi pronte a essere inviate, e la Capitaneria rispose di no, perché non aveva ricevuto richiesta di soccorso e non c’era la certezza che ci fossero persone migranti sulla barca. Circa trenta minuti dopo ci fu il naufragio.

Il processo dovrà ricostruire perché non sia stata avviata un’operazione di soccorso, ma anche tutte le comunicazioni tra la Guardia di Finanza e la Guardia Costiera, e le responsabilità delle scelte prese. Servirà tempo: secondo due avvocati che seguono alcune persone sopravvissute e famiglie delle vittime, parti civili al processo, la fase di dibattimento si prospetta lunga perché i testimoni da sentire sono molti e perché la ricostruzione degli eventi è complessa. I protocolli previsti dalla legge italiana in questi casi, peraltro, hanno varie zone grigie.

– Leggi anche: Chi doveva soccorrere i migranti naufragati a Cutro?

Al processo si sono costituite parti civili anche sei ong che si occupano di soccorso in mare – Emergency, Louise Michel, Mediterranea Saving Humans, Sea-Watch, Sos Humanity e Sos Méditerranée –, per raccontare come funzionano i soccorsi in mare e ribadire la centralità della difesa della vita umana.

Quello che comincia oggi non è il primo processo sulla strage di Cutro. Nel 2024 quattro persone accusate di essere gli “scafisti” della barca naufragata, un’espressione problematica che indica le persone che la guidavano (e che però spesso non c’entrano nulla con i trafficanti che organizzano i viaggi), sono state condannate in primo grado in un altro processo per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e naufragio.