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  • Lunedì 26 gennaio 2026

Alle elezioni in Myanmar non serve aspettare i risultati

Non sono mai stati in discussione: resterà al potere il regime attuale, passando solo formalmente da militare a civile

Membri del partito sostenuto dalla giunta militare rimuovono un cartellone pubblicitario elettorale a Yangon, in Myanmar, il 23 gennaio 2026 (AP Photo/Thein Zaw)
Membri del partito sostenuto dalla giunta militare rimuovono un cartellone pubblicitario elettorale a Yangon, in Myanmar, il 23 gennaio 2026 (AP Photo/Thein Zaw)
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Il 25 gennaio è finita la terza e ultima fase delle elezioni in Myanmar, il cui esito non è mai stato in discussione: vincerà a larghissima maggioranza il partito che rappresenta la giunta militare al potere dal 2021, il Partito dell’Unione, della Solidarietà e dello Sviluppo (USDP). Le elezioni sono state organizzate proprio dalla giunta militare, per dare una legittimazione formale al controllo che già esercita sul paese. Il regime resterà lo stesso, trasformando almeno formalmente la sua leadership da militare a civile.

Domenica si è votato in un quinto del paese, comprese le città di Yangon e Mandalay, e nei precedenti due turni (il 28 dicembre e l’11 gennaio) si era votato in altre province controllate dal regime. Le elezioni non sono state organizzate in alcune aree del paese controllate dalle forze ribelli o dove ci sono scontri quotidiani, a causa della guerra civile che dal 2021 ha causato migliaia di morti e più di 3 milioni di sfollati. Sei partiti nazionali sono stati autorizzati a partecipare alle elezioni, perché vicini alla giunta o considerati innocui, mentre le principali formazioni di opposizione sono state sciolte da tempo e i loro leader sono in prigione.

Un seggio a Mandalay il 25 gennaio 2026 (AP Photo/Aung Shine Oo)

Il partito della giunta aveva di fatto già raggiunto la maggioranza parlamentare nelle prime due fasi delle elezioni, con percentuali dichiarate fra il 70 e l’80 per cento dei voti. Inoltre la Costituzione del Myanmar prevede che in parlamento un quarto dei posti siano riservati a militari nominati dall’esercito.

A marzo il nuovo parlamento si riunirà ed eleggerà presidente l’attuale leader della giunta militare, il generale Min Aung Hlaing, che dovrà solo decidere se nominare un suo protetto come nuovo capo dell’esercito o trovare un modo per mantenere entrambe le cariche. Min Aung Hlaing è a capo dell’esercito dal 2011 e nel 2024 il procuratore della Corte Penale Internazionale ha chiesto un mandato di arresto nei suoi confronti, per i crimini commessi durante la persecuzione e l’espulsione dal Myanmar di centinaia di migliaia di persone della minoranza musulmana dei rohingya.

Il generale Min Aung Hlaing durante la visita a un seggio, il 25 gennaio 2026 (AP Photo/Aung Shine Oo)

La partecipazione al voto dei cittadini è stata almeno in parte forzata, con minacce, intimidazioni e in alcuni casi abitanti prelevati casa per casa per essere portati alle urne. Nei primi due turni l’affluenza è stata comunque inferiore a quella delle ultime elezioni democratiche, nel 2020: 55 per cento contro oltre il 70 per cento. La maggior parte dei governi occidentali e di quelli vicini dell’area del sud-est asiatico non riconoscono queste elezioni come legittime.

Gli unici osservatori internazionali che hanno sorvegliato il voto sono funzionari e diplomatici cinesi, che hanno collaborato anche all’organizzazione delle elezioni. I legami fra Cina e Myanmar sono sempre più stretti, dopo che il colpo di stato ha isolato il paese nella comunità internazionale: secondo vari media proprio il governo cinese avrebbe spinto la giunta birmana a organizzare queste finte elezioni, per dare una parvenza di legittimità al suo controllo sul paese.

Il conto dei voti in un seggio di Yangon, il 25 gennaio 2026 (AP Photo/Thein Zaw)

La Cina sostiene la giunta militare birmana sin dal colpo di stato, quando i militari guidati da Min Aung Hlaing rovesciarono il governo eletto di Aung San Suu Kyi. Il sostegno della Cina e della Russia è fondamentale anche nella guerra civile che la giunta combatte contro gruppi armati e milizie etniche locali: nel tempo la giunta ha perso il controllo di circa la metà del paese, ma negli ultimi mesi sta recuperando porzioni di territorio, anche bombardando la popolazione civile.

– Leggi anche: Il doppio gioco della Cina in Myanmar

Dopo il colpo di stato in Myanmar è cominciata un’enorme crisi economica: gli investitori stranieri hanno lasciato il paese e la valuta locale, il kyat, ha perso moltissimo valore. Le restrizioni ai commerci internazionali rendono complessi gli approvvigionamenti di cibo e medicine, e secondo le Nazioni Unite metà della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Il grave terremoto di un anno fa ha complicato ulteriormente la situazione, anche se non è mai stato possibile accertare con chiarezza il numero dei morti e l’entità dei danni, perché la giunta ha perlopiù impedito a giornalisti e osservatori internazionali di raggiungere le zone più colpite.